martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Pier Paolo Pasolini. Quella “polemica inversa” che vive e attraversa la nostra storia
Pubblicato il 31-10-2012


Tre lettere e un solo destino. Ppp. Un destino privato che si intreccia indissolubilmente, fino a fondersi e a confondersi con la storia del nostro Paese. Pier Paolo Pasolini è stato questo. Questo e molto altro. «La sua vita, la sua morte e la sua opera sono ancora un discorso aperto ad una lettura dinamica, all’interpretazione e alla rielaborazione dell’immaginario collettivo». Ad affermarlo all’Avanti! è Veronica Botticelli, che ha esposto la sua opera nell’ambito della mostra collettiva “PPP. Una polemica inversa”, in programma a Roma presso Palazzo Incontro fino al 23 dicembre. La mostra, a cura di Flavio Alivernini, convolge ventidue artisti che raccontano Pasolini e il suo stile, il suo eclettismo di poeta, regista, scrittore, sociologo e giornalista che utilizza una varietà di strumenti espressivi, una ricchezza stilistica e una sensibilità, che gli permettono di esplorare la società e l’animo umano oltre i confini stabiliti. Guardava al mondo “con i suoi sensi” Pier Paolo Pasolini e traduceva quello sguardo in un linguaggio capace di dialogare con quel non-luogo creato dalla trasformazione della società. “Dopo la scomparsa delle lucciole”, ovvero quando l’Italia e gli italiani “si trasformano in quel popolo degenerato, ridicolo, mostruoso e criminale” lontano dall’autenticità dei “ragazzi di vita” che Pasolini sapeva raccontare come nessuno. Una trasformazione dovuta a quella che lo scrittore definiva il “vuoto di potere in sé”, alla nascita di nuovi soggetti “transnazionali, quasi polizie tecnocratiche”. Una visione eretica che oggi assume l’urgenza della profezia. Una storia aperta. Un cerchio mai chiuso. Tre lettere non allineate per una polemica inversa.

Una mostra collettiva per raccontare la figura di Pier Paolo Pasolini. Qual è il filo rosso che ha unito le opere di tanti nomi di primo piano del panorama artistico?

La poesia. Ogni artista, infatti, era chiamato a creare un’opera su una poesia di Pasolini. La collettiva è stata un’occasione per mettere a confronto due generazioni di artisti facendole dialogare con una figura complessa come quella di Pasolini. Ciascuno di noi aveva come riferimento una poesia, spunto per elaborare la propria opera. Nel mio caso è il “Frammento alla morte”, dei versi che rappresentano la maturità della produzione pasoliniana. Forse per questo ho percepito l’idea della nascita e della morte, di due punti, di due date che rappresentano l’inizio e il compimento.

Perché ha deciso di rappresentare proprio una tipica sedia da regista con impressi l’anno di vita e morte di Pasolini?

Perchè io conosco Pasolini principalmente come regista. I sui film fanno parte del patrimonio culturale del Paese, così come della mia storia personale, della mia formazione. Sono cresciuta con pellicole come “Mamma Roma”, forse l’immagine primitiva, il ricordo più istintivo che ho di Pasolini. Allo stesso modo, “Il vangelo secondo Matteo” fa parte dei miei ricordi che, anche per la mia particolare sensibilità, sono ricordi visuali, sono immagini e frammenti impressi nella memoria che diventano punto di inizio, origine che alimenta e sviluppa il processo artistico. Come si trattasse di un fotogramma di un film, rappresentare la sedia su cui sedeva è stato come rappresentare un ipotetico ultimo lungometraggio, ancora da girare, di Pier Paolo Pasolini.

Insomma come se la stessa vita di Pasolini, il suo essere pubblico e privato, fosse una sorta di messa in scena cinematografica che si conclude con la tragedia della sua morte.

La nascita e la morte. Un’idea che accomuna Pasolini a tutti gli altri, alla gente comune, perché tutti abbiamo una data di nascita e morte. È come se fossero gli unici punti fermi e reali, delle coordinate della nostra vita, l’alfa e l’omega, lo spazio dentro al quale ci muoviamo, senso e limite all’esistenza. Ho voluto rappresentare quei due punti di inizio e conclusione dell’esperienza di Pasolini. Ma, come dicevi, Pasolini è anche qualcosa di privato per molte persone. Ricordo una storia, quasi una leggenda narrata nella mia famiglia circa un ruolo in un suo film. Una storia mai chiarita che rimane sospesa nella memoria come un cerchio mai chiuso. Una smagliatura nella rete che lascia la porta aperta su uno spazio indefinito dove immaginazione e ricordo creano uno spessore differente della realtà.

Una morte che appunto non chiude il cerchio. La presenza di Pasolini è ancora centrale in una parte importante della cultura, della coscienza civica e intellettuale italiana.

Bèh, parlando di coscienza civica, basta pensare alla posizione che Pasolini assunse dopo la Battaglia di Valle Giulia. Una posizione coraggiosa, intellettualmente onesta e capace di analizzare la realtà partendo da una prospettiva profonda e non scontata. Solo l’occhio di un intellettuale a tutto tondo come  quello di Pasolini è riuscito a cogliere sfumature in grado di mettere in evidenza l’essenza della realtà. Penso, di nuovo, a “Mamma Roma”, soprattutto alla sequenza finale con i carretti e i banchi dei mercati rionali. Una fotografia della Roma popolare, uno spaccato di vita che mi è caro.

Parliamo della tua opera. Olio su lamiera. Perché hai scelto questa combinazione?

Ho cercato di dare freddezza all’opera. Mi piace lavorare sul ferro introducendo l’elemento di una scritta non personale, qualcosa che abbia un richiamo industriale. La freddezza è appunto questo: dare l’idea di un lavoro “in serie”, perche Pasolini è come un ciclo. Qualcosa che ritorna nella storia d’Italia, ancora una volta una sorta di cerchio non chiuso, una storia interrotta ma non compiuta. La sua vita, la sua morte e la sua opera sono ancora un discorso aperto ad una lettura dinamica, all’interpretazione e alla rielaborazione dell’immaginario collettivo.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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