giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Uscire dalla crisi? Con il pensiero critico e la capacità di risolvere problemi é possibile
Pubblicato il 15-10-2012


Al vocabolario tutto anglofono della recessione che ci attanaglia vanno aggiunti anche critical thinking e problem solving, ovvero il pensiero critico e la capacità di risolvere problemi, altre lacune in quel sistema di formazione delle idee e delle competenze che non ci permetterebbe una giusta reazione all’emergenza della crisi. Questo almeno il cuore dell’intervento di Fiorella Kostoris, economista, membro del consiglio direttivo dell’ANVUR, l’agenzia nazionale di valutazione del Sistema universitario e della Ricerca, intervenuta fra i tanti ospiti prestigiosi alla 43° edizione delle Giornate internazionali del Centro Pio Manzù di Rimini, quest’anno dedicate al brand “Italia”.

E’ TUTTA QUESTIONE DI “MODELLI” – Insomma, non solo ci teniamo e ci terremo, per non si sa ancora quanto tempo, l’angoscioso spread, gli indici insopportabili di disoccupazione, i buchi di bilancio e quant’altro il drammatico incastro di miseria e corruzione ci stia condannando a subire da cittadini. Ma arranchiamo anche in quel patrimonio tutto organizzativo e dialettico che dovrebbe costruire le soggettività pensanti e professionali della nostra italicamente stanca modernità. Insomma, comincia a essere anche questione di “modelli”, non solo di cifre, statistiche e range, sebbene illustri opinionisti, politici internazionali, docenti e super-tecnici intervenuti alla prestigiosa kermesse romagnola non sembra se ne siano sempre accorti. Della serie: tutto può davvero essere ridotto a contabilità e investimenti, pratiche di governo e alta finanza, o comincia a serpeggiare l’esigenza di nuove relazioni, nuovi approcci ai problemi sul campo, di un nuovo modo, perché no, di stare insieme, incrociare tempi pubblici e privati, riorganizzare il lavoro, riassemblare i pezzi sparsi della nostra individualità e socialità?

BISOGNA LAVORARE DI PIU’ – A giudicare dal modo spiccio in cui la Kostoris ha liquidato il riferimento alla “filosofia della decrescita” di Latouche, di speranze di uscire da vanagloriosi accademismi non ce ne sono molte. “Bisogna lavorare di più, più ore, più giorni e più settimane all’anno”, ripete come un mantra la Kostoris, per poi accorgersi lei stessa che è anche una questione di coprire diverse fasce orarie nel corso delle 24 ore per erogare servizi, di redistribuire gli oneri di lavoro, di lavorare meno ma tutti, di trovare “aperto il supermercato la domenica” per venire incontro a chi è assorbito dalle proprie responsabilità occupazionali e familiari sette giorni su sette.

CAPACITY BUILDING – Dunque, modelli, intersoggettività, qualità di vita, affettività condivise, senso della comunità. Ma questo lessico stenta a emergere, anche qui a Rimini, e allora ecco sfornato da Staffan de Mistura, sottosegretario di Stato agli Affari esteri, un altro termine tutto inglese e dalle mille, complesse, capziose sfumature: capacity building, ovvero il sostegno che i paesi più ricchi e avanzati del Mediterraneo dovrebbero garantire ad altri come Tunisia, Egitto, Marocco, Libia, interessati recentemente dagli sconvolgimenti della “primavera araba” e ancora incerti su quale via di sviluppo e relationship intraprendere con l’Occidente “evoluto”. E anche qui i portavoce, gli ambasciatori, i ministri di quelle latitudini, lontane e vicinissime, intervenuti nella penultima giornata, si sono tenuti più su un corticale livello di ringraziamenti, dichiarazioni di intenti, promesse di sinergie e cortesie diplomatiche che non sulla sostanza di questioni etiche, religiose, politiche, interculturali che la cronaca di tutti i giorni ci rimbalza come una pesante bisaccia che schiaccia cuori e menti. Un po’ relegati in una loro nicchia in coda al programma generale, gli elementi critici ed estetici di questo allarmante universo che tendiamo a etichettare con la parola “crisi” che, giustamente Christian Coliandro, storico dell’arte contemporanea, ha ricollegato ad una sua etimologia di “discrimine”, dunque di giudizio, scelte, orientamenti che prescindono – o possono, o dovrebbero farlo sempre più categoricamente – dall’asfittica dimensione del calcolo razionale.

DALLA CULTURA DEL BELLO A NUOVI MODELLI D’IMPRESA – In effetti, grazie a cinema, letteratura, giornalismo, televisione, arti figurative, moda, l’Italia non smentisce la sua vocazione storica di patria del ‘bello’ e dell’immaginario. Negli ultimi trent’anni, un ponte culturale sempre più solido ha attraversato l’Oceano evidenziando fertili contaminazioni con quella americana, e viceversa. Arte, vino, cibo, design, modo di vivere italiano, ma anche inventiva, intraprendenza, flessibilità di pensiero e di azione, che sono stili, forme più complesse e sottili da comunicare, ma che costituiscono il patrimonio di attitudini della cultura d’impresa, sono sempre più diffusi nel mondo. L’insegnamento della lingua e della cultura italiana registra un incremento considerevole in America, particolarmente in California, valicando i tradizionali confini della East Coast. Questo può e deve tradursi in altrettanti modelli di imprenditorialità felice e interconnessa, di griffe e di rete, all’interno della quale, però, puntare il dito anche su elementi di deformazione e di diffrazione dell’immagine, come ha didatticamente fatto proprio il professor Coliandro. Ovvero, su quella sfera finzionale e illusoria, per dirla alla Augé, che non esalta il bello, l’autentico, il reale, il vitale, ma lo lascia marcire e soggiacere alle logiche autistiche del pubblicitario e del televisivo là dove la fiction si clona, il brutto si autoalimenta, la stupidità impazza in perenne fibrillazione. E tutto rischia di essere ingoiato nell’indistinto. Crisi e nuovi saperi.

Carmine Castoro

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