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Opinioni e commenti
 

Arrestato Don Alberto Barin, cappellano di San Vittore: è accusato di abusi sessuali in cambio di favori
Pubblicato il 21-11-2012


Don Alberto Barin, 51 anni, cappellano del carcere milanese di San Vittore è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata e pluriaggravata e per concussione. Il religioso è accusato da sei detenuti che lo indicano come responsabile di aver concesso favori, tra il 2008 e lo scorso ottobre, che vanno dalla distribuzione di cibo, fino all’intermediazione per l’ottenimento di condizioni favorevoli all’interno del carcere, in cambio di prestazioni sessuali da parte di detenuti di nazionalità straniera. La notizia è stata data dal procuratore capo di Milano Bruti Liberati dopo che l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita dagli uomini della polizia penitenziaria di Milano e della squadra mobile.

IL PROCURATORE EDMONDO BRUTI LIBERATI – «Nel pomeriggio odierno, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip presso il tribunale di Milano, ufficiali di polizia giudiziaria della IV sezione della Squadra Mobile e della Polizia Penitenziaria di Milano, hanno tratto in arresto don Alberto Barin, cappellano della Casa Circondariale di Milano, indagato per violenza sessuale in danno di sei detenuti e per concussione». È quanto ha fatto sapere, in un comunicato, proprio il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati.

DON BARIN, CAPPELLANO NEL CARCERE DI SAN VITTORE DAL 1997 – Don Alberto Barin è il cappellano del carcere di San Vittore dal 1997. L’arresto è avvenuto in conseguenza delle indagini svolte in collaborazione dalla Squadra Mobile di Milano con la Polizia penitenziaria e coordinate dalla procura di Milano. Secondo gli investigatori, il cappellano avrebbe compiuto atti di violenza sessuale, oltre che concussione, ai danni di sei detenuti. Il religioso avrebbe ottenuto prestazioni sessuali in cambio di piccoli beni di necessità di cui avevano bisogno i detenuti, tra cui sigarette, saponette, shampoo e spazzolini. Solo qualche settimana fa, il 4 novembre, il religioso era stato nella sua cittadina natale, Desio, in occasione di un incontro pubblico per discutere della questione della paternità in carcere. Un evento a cui hanno assistito oltre trecento persone accorse per ascoltare il cappellano. Don Barin aveva raccontato una serie di storie vere di carcerati che chiamavano in causa le tematiche della paternità in cella.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Che delusione, che schifo, quali sono le figure di riferimento, di conforto? Ad aggravare tutto, se possibile, c’è anche il fatto che tutto si svolgeva in cambio di qualche saponetta. Io non riesco più a starci a questo mondo, non ho più parole. Ci salva solo il fatto che ci sono ed esistono veramente tante brave persone, non tantissime, ma qualcuna c’è.

  2. Un articolo che si commenta da sè…….
    NON GIUDICATE
    Perché Gesù dice ai suoi discepoli di non giudicare?
    «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi
    sarà perdonato» (Luca 6,37). È possibile mettere in pratica questa parola del Vangelo? Non è
    forse necessario giudicare, se non ci si vuole arrendere di fronte a ciò che non va? Ma questo
    appello di Gesù si è profondamente inciso nei cuori. Gli apostoli Giacomo e Paolo, del resto così
    diversi, vi fanno eco quasi con le stesse parole. Giacomo scrive: «Chi sei tu che ti fai giudice del
    tuo prossimo?» (Giacomo 4,12). E Paolo: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è
    tuo?» (Romani 14,4).
    Né Gesù né gli apostoli hanno cercato d’abolire i tribunali. Il loro appello concerne la vita
    quotidiana. Se i discepoli di Gesù scelgono d’amare, continuano tuttavia a commettere errori dalle
    conseguenze più o meno gravi. La reazione spontanea è allora di giudicare colui che – per sua
    negligenza, le sue debolezze o dimenticanze – causa dei torti o fallimenti. Certo noi abbiamo
    eccellenti ragioni per giudicare il nostro prossimo: è per il suo bene, affinché impari e
    progredisca…
    Gesù, che conosce il cuore umano, non è vittima delle motivazioni più nascoste. Dice: «Perché
    guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel
    tuo?» (Luca 6,41). Posso servirmi degli errori degli altri per rassicurarmi delle mie qualità. Le
    ragioni per giudicare il mio prossimo lusingano il mio amor proprio (vedi Luca 18,9-14). Ma se spio
    il più piccolo errore del mio prossimo, non è forse per dispensarmi dall’affrontare i miei problemi? I
    mille errori che trovo in lui non provano ancora che io valgo di più. La severità del mio giudizio
    forse non fa altro che nascondere la mia stessa insicurezza e la mia paura d’essere giudicato.
    A due riprese Gesù parla dell’occhio «malato» o «cattivo» (Matteo 6,23 e 20,15). Nomina così lo
    sguardo torbido per la gelosia. L’occhio malato ammira, invidia e giudica il prossimo nel medesimo
    tempo. Quando ammiro il mio prossimo per le sue qualità ma, allo stesso tempo, mi rende geloso,
    il mio occhio diventa cattivo. Non vedo più la realtà così com’è, e può anche succedermi di
    giudicare un altro per un male immaginario che non ha mai fatto.
    È ancora un desiderio di dominio che può incitare al giudizio. Per questo, nel passo già citato,
    Paolo scrive: « Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?». Chi giudica il suo prossimo si
    eleva a maestro, e usurpa, di fatto, il posto di Dio. Ora noi siamo chiamati a «considerare gli altri
    superiori a se stesso» (Filippesi 2,3). Non si tratta di non tenersi in considerazione, ma di mettersi
    a servizio degli altri piuttosto di giudicarli.
    Rinunciare di giudicare porta all’indifferenza e alla passività?
    In una stessa frase, l’apostolo Paolo usa la parola giudicare con due significati diversi: «Cessiamo
    dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate (giudicate) invece a non esser causa d’inciampo o di
    scandalo al fratello» (Romani 14,13). Smettere di giudicarsi reciprocamente non porta alla
    passività, ma è una condizione per un’attività e dei comportamenti giusti.
    Gesù non invita a chiudere gli occhi e a lasciar correre le cose. Poiché subito dopo aver detto di
    non giudicare, continua: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in
    una buca?» (Luca 6,39). Gesù desidera che i ciechi siano aiutati a trovare la strada. Ma denuncia
    le guide incapaci. Queste guide un po’ ridicole sono, secondo il contesto, coro che giudicano e
    condannano. Senza rinunciare a giudicare, è impossibile veder chiaro per portare altri sulla buona
    strada.
    Ecco un esempio tratto da Barsanufio e Giovanni, due monaci di Gaza del 6° secolo. Dopo aver
    biasimato un fratello per la sua negligenza, Giovanni è dispiaciuto vederlo triste. È ancora ferito
    quando a sua volta si sente giudicato dai suoi fratelli. Per trovare la calma, decide allora di non
    fare più rimproveri a nessuno e di occuparsi unicamente di ciò di cui sarebbe responsabile. Ma
    Barsanufio gli fa capire che la pace del Cristo non sta nel chiudersi in se stesso. Gli cita più volte
    una parola dell’apostolo Paolo: «Ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e
    dottrina» (2 Timoteo 4,2).
    Taizé – Versione stampabile Page 1 of 1
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