venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Contro il potere, il coraggio di Ulisse e del filosofo Fusaro
Pubblicato il 21-11-2012


L’Iliade è chiara al riguardo. E i Greci della fase mitologica non erano certo parsimoniosi a livello di manicheismi e facili disprezzi. Se si era effeminati, si indulgeva in mollezze, si veniva tentati dall’eros e dai vizi della carne, automaticamente il proprio valore guerriero, la stima militare scemava fino a sparire del tutto. Perché l’aretè non era certo simmetrica al gioco delle passioni o al ratto delle concubine. L’alke dei poemi omerici, l’essere intrepidi in battaglia, è un primo livello di analisi di questo Coraggio (Raffaello Cortina, pagg.176, euro 12) di Diego Fusaro, docente di Storia della filosofia all’Università Vita – Salute San Raffaele di Milano; parola sottoposta ad una trattazione filologicamente curatissima, e a tratti vibrante e molto personalmente partecipata, che ne svela le successive declinazioni nella storia del pensiero occidentale.

Il coraggio, secondo Fusaro, supera il suo stadio più squisitamente marziale e dardeggiante, fatto di eroi corazze e onore, con la figura di Odisseo, l’Ulisse naufrago e tenace, vagabondo ma sempre perfettamente autocentrato in ogni decisione, col quale albeggia una sorta di temperata arditezza, che non si perde in inutili forme di audacia, in fisiche scorribande, ma si combina alla riflessione, alla pazienza, a un senso di attesa, alla tlemosune (dalla radice “tollo” che porta al verbo tollerare) come concentrazione, pur attraverso menzogne ed escamotage tattici, in vista di un obiettivo. La prima importante coupure avviene proprio qui: il coraggio si costituisce in uno spazio di interiorizzazione, di assorbimento delle tensioni, e non si fa più soldatescamente estroflesso e impavido.

Il terzo livello è quello dello hupomone, del persistere, ed è definito “oplitico” perché è il comportamento epico sposato alla fede reciproca, tipici dei componenti delle falangi che solo facendo massa contro l’avanzata dell’esercito nemico, mantenendo la propria posizione, non abbandonando il campo, non cercando vie di fughe e atti singoli, riuscivano a imporre la propria vittoria. Il coraggio diventa comunitario, sociale, e apre le porte ufficialmente a quella dimensione socratica che lega indissolubilmente il cittadino all’andamento collettivo della polis. Se le cose fossero rimaste così, sembra dirci fra le righe Fusaro, in un anelito largamente condiviso, ci sarebbe stato forse un seguito ben più felice per il nostro tartassato Occidente. E invece no.

Prevale un sistema figlio del platonismo che al coraggio comincia ad attribuire una mutazione in termini di appetito “irascibile”. Questa ratio che comincia a diventare troppo onnipresente, troppo onnivora rispetto alle energie vitali, ai desideri e al turbinio dell’esistenza reale, sarà protagonista della seconda grande coupure: l’unità psicofisica dell’uomo comincia a scindersi rendendo ipertrofico l’aspetto disincarnato, sovraempirico dell’essere, la razionalità si trasforma in fede, il coraggio è riconoscimento del nulla antropologico ed elevazione all’impossibile, o non è.

La trigonometria Dio-Logos-Mercato ci porta fin nei recessi di uno scientismo annoiato e pavido, quello di Cartesio che cerca un fondamento inconcusso della conoscenza preferendo la “roccia” dell’Io Cogitans alla “sabbia” delle sensazioni sparse, a un Illuminismo doppio e ipocrita, seppur partito dalla Bastiglia, che coltiva la rivoluzione solo da talpa della clandestinità, da custode degli imperativi categorici kantiani, senza mai prorompere contro le barriere delle nuove signorìe, infine a un universo cosificato e feticistico di oggetti prodotti, di simboli opachi e socialmente ri-prodotti, tipici di un Capitalismo buio e febbrile dove ogni soggettività frontale, ribelle, avanguardista e incoercibile sembra aver preferito solo il belletto del comfort e la fatalità di un mondo presunto buono, giusto e insuperabile. L’adorazione di un dio, la collocazione trascendentale di un fatto, l’accomodamento narcisistico-compensativo nell’orbita della techne e dello shopping hanno reso il coraggio un’arma spuntata, una forza devitalizzata, una tensione smollata (Dio-Io-Mio, potremo dire con un’allitterazione).

Ma, precisa con ardore il giovane filosofo Fusaro: “’Essere contro significa avere il coraggio dell’indocilità ragionata, in primo luogo della propria dissonanza inconciliata rispetto all’esistente, ma poi anche della volontà di ridelineare diversamente la morfologia del reale in opposizione diretta con le logiche conservative del potere e con il comune pathos adattivo che accetta il mondo non perché sia buono o giusto in sé, ma perché, per inerzia, si assume che non possa essere altro da quello che è”. Insistere, resistere, dire con franchezza la verità, non soggiacere alle lusinghe dei manipolatori, non intridersi dell’incenso dei mediatori dell’occulto: questo, forse, il vocabolario del “valoroso” del terzo millennio che ritrova pienamente la sua “coscienza infelice” ma anche il gusto di una creatività e di una gioia dilemmatica che in eterno spodesteranno i falsi, gli infami, i vili. Su qualsiasi alta poltrona siano assisi.

Carmine Castoro

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