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Opinioni e commenti
 

Gaza. Bobo Craxi (Psi): «Il riesplodere del conflitto potrebbe destabilizzare l’intera regione»
Pubblicato il 17-11-2012


La situazione sembra ormai volgere al peggio. Le «porte dell’inferno» di Gaza, oltre che dal cielo potrebbero spalancarsi anche a terra, con l’ingresso delle truppe israeliane sul territorio della Striscia. Le ostilità tra il movimento di resistenza islamica Hamas e “Tzahal”, le forze armate israeliane, vanno avanti ininterrottamente dallo scorso mercoledì, quando, dopo un attacco ad un blindato con la stella di David da parte di militanti palestinesi, gli israeliani hanno ucciso con un missile teleguidato il capo delle operazioni militari delle Brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas. I caccia israeliani hanno sganciato centinaia di bombe che hanno colpito numerose vittime civili, incluso il figlio, di pochi mesi, di un giornalista della catena televisiva inglese BBC arabic. In risposta, Hamas ha lanciato una pioggia di razzi verso Israele uccidendo tre persone e arrivando a colpire nei pressi di Tel Aviv e Gerusalemme, dove gli allarmi antimissile non suonavano dalla guerra del golfo del 1991. I bombardamenti non si sono fermati neanche in occasione della visita, a Gaza, del primo ministro del Cairo Hisham Qandil, complicando ulteriormente la già difficile posizione dell’Egitto del presidente Morsi guidato da una coalizione dei Fratelli Musulmani, movimento ispiratore di Hamas. «In questi anni l’Egitto ha giocato un ruolo cruciale di mediazione. La preoccupazione principale del cambio di equilibrio in Egitto riguarda la possibilità che vengano messi in discussione gli accordi di Camp David», ha detto il responsabile esteri del Psi Bobo Craxi intervistato dall’Avanti!

Ci troviamo di fronte ad una grave escalation di violenza nella Striscia di Gaza che rimette al centro la questione palestinese. Quanto incide su quello che sta accadendo il prossimo appuntamento elettorale dello Stato Ebraico?

Penso che l’avvicinarsi delle elezioni nello Stato di Israele abbia molto a che vedere con quello a che si sta verificando a Gaza. È stato così anche in occasione della precedente operazione israeliana nella Striscia, “Piombo fuso”. Da allora ad oggi la situazione a Gaza non è cambiata, anzi è peggiorata e quest’escalation non sta facendo altro che deteriorare ulteriormente il clima politico. Di fatto, l’eliminazione con un’esecuzione mirata del capo dell’ala militare di Hamas ha destabilizzato la fragile tregua che si era venuta a creare dopo la scorsa guerra, perché quell’uomo, come massimo responsabile militare del movimento era, di fatto, il garante della tregua che aveva negoziato i termini con gli israeliani. Oltretutto era una figura predominante sul piano politico. Certo, come dicevo, anche la situazione politica a Gaza è peggiorata, ma non possiamo dimenticare che stiamo parlando di una zona economicamente depressa, con un tasso di disoccupazione unito ad una densità di popolazione tra i più alti del mondo. Circa l’80% dell’economia della Striscia si basa sugli aiuti umanitari internazionali ed è completamente dipendente dalle decisioni di Israele. Una prigione a cielo aperto in cui la popolazione vive in una condizione che potremmo definire di “Semilibertà”.

Israele accusa l’Iran di essere dietro alle potenziate capacità di azione dei razzi palestinesi. Quanto quello che sta accadendo potrebbe avere degli impatti sulla stabilità della regione mediorientale già provata dalla crisi siriana, dalla fragile situazione libanese, dal conflitto iracheno che sembra non finire?

Credo che la situazione sia molto preoccupante. Soprattutto perché, a lato di tutte le crisi aperte nella regione, c’è la situazione egiziana che apre la strada a molte incertezze. Dopo la caduta di Mubarak, il quadro politico dell’Egitto è mutato, così come la capacità di contenere certe spinte e il passaggio di armi attraverso i tunnel scavati tra Rafah e la Striscia. Guardo con preoccupazione al fatto che siano continuati i bombardamenti israeliani mentre era in corso la visita del primo ministro egiziano a Gaza. In questi anni l’Egitto ha giocato un ruolo cruciale di mediazione. La preoccupazione principale del cambio di equilibrio in Egitto riguarda la possibilità che vengano messi in discussione gli accordi di Camp David. E l’amministrazione Usa che deve intervenire e lo deve fare in fretta per evitare che quello che era diventato un conflitto regionale, riacquisti una dimensione internazionale. Per questo credo che, nonostante l’appoggio ad Israele, è interesse dell’amministrazione statunitense sia quella di allentare la tensione anche per scongiurare un eventuale inasprirsi della tensione con Teheran. Certo, questo interesse non coincide con gli interessi elettorali di Netanyahu. La priorità Usa, come quella europea è certo la sicurezza e integrità di Israele, ma credo che questa vada garantita attraverso una prospettiva diversa, cioè attraverso un tentativo di dare una soluzione politica definitiva a tutto il quadro Mediorientale.

Come impatta sull’Occidente l’inasprirsi della situazione nel Medio Oriente?

Sicuramente è un elemento che devia l’attenzione sulla difficile situazione economica che viviamo. Il conflitto israelo-palestinese era ormai da tempo derubricato come questione regionale. Ma se dovesse ri-globalizzarsi queste crisi regionale ci allontanerebbe dalle questioni centrali e prioritarie dell’area, ovvero la risoluzione della rappresentata dalla forza minacciosa dell’Iran che, pur tuttavia, è e rimane una grande potenza economica. Condotto a ragione, l’Iran potrebbe avviare una cooperazione, in particolare con Europa e anche con gli Usa che, scongelando questa vicenda, contribuirebbe non poco anche alla stabilità regionale. Anche da un punto di vista economico-energetico, se dovesse risolversi il contenzioso sul nucleare iraniano, il prezzo del greggio subirebbe una forte scossa verso basso e contribuirebbe a far ripartire l’economia.

Chi si oppone a questa soluzione?

In primo luogo le forze sunnite e le monarchie del Golfo, ma anche le compagnie petrolifere che non trarrebbero vantaggi da uno sdoganamento iraniano. Oltre che, naturalmente, gli israeliani che nutrono una profonda diffidenza verso un Iran che riacquistasse un ruolo di potenza regionale.

A quali compagnie petrolifere fa riferimento?

Nei conflitti c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da guadagnarci. Penso agli avversari di Obama che non hanno sostengono la necessità di un processo di pace con l’Iran. Per una certa destra conservatrice lo stallo delle trattative rappresenta sicuramente una possibilità forte di guadagno.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha rilanciato la carta del riconoscimento in seno alle Nazioni Unite dello Stato palestinese come Stato membro. La proposta ha suscitato una fortissima opposizione dal parte del gabinetto di Netanyahu, che ha interrotto i dialoghi. Una mossa disperata quella del presidente palestinese?

Intanto ha un suo pregio, quello di far emergere in chiave politica una questione che altrimenti, come vediamo, rischia di spostarsi sul piano del confronto militare. È sicuramente positivo che gli organismi internazionali ritornino ad essere punto di riferimento per dirimere, anche nel futuro, le controversie tra Stati. Per gli eredi dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina guidata da Arafat n.d.r), il riconoscimento della Palestina parte dalla risoluzione 242 del 1967 rimane il punto di partenza per i negoziati ed è giusto riportare in quella sede l’origine della controversia territoriale. Inoltre è importante ri-sottolineare il contenuto politico del conflitto proprio per evitare derive islamiste dovute alla frustrazione sul piano dei diritti, economico e culturale del mondo palestinese anche perché così viene meno il doppio standard con cui vengono sovente valutate le questioni in merito alla controversie del conflitto a israelo-palestinese.

Parlando delle istituzioni internazionali e della loro incisività, è di ieri la notizia dell’assoluzione degli ex generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac, accusati  di crimini di guerra da parte del tribunale dell’Aja. Un fallimento?

Era la base di partenza di quel processo che nasceva squilibrata. Posto che in Jugoslavia come in altre parti del mondo si sono combattute guerre particolarmente efferate, dopo la fine della guerra si è andati verso un ridisegno territoriale e politico di quelle aree. Credere che questo generasse anche una giustizia neutra era pretenzioso, perché la Storia ci insegna che esiste la condanna dei vinti e non dei vincitori. Per questo penso sempre che debba essere la giustizia interna dei paesi in primis a dover esprimere un giudizio. Per me è giustizia quella che non si fa influenzare dalla logica dei vincitori e dei vinti. Questo è un processo che deve generarsi nella coscienza dei popoli protagonisti di episodi orribili e irrazionali come quelli che la guerra genera. Non son contrario al tribunale internazionale ma ne vedo i suoi limiti perché, come in questo caso, l’assoluzione potrebbe essere interpretata come un’assoluzione collettiva delle responsabilità di un popolo che festeggia Gotovina e Markac come eroi: il rischio è che si eviti un processo di ripensamento interno.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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