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Opinioni e commenti
 

Ilva, l’azienda chiude i battenti a Taranto. Nuovi arresti e sequestri
Pubblicato il 26-11-2012


Signori si chiude. Così si può sintetizzare l’annuncio arrivato dai vertici dell’Ilva che, a poche ore dagli arresti ordinati e il sequestro dei prodotti dal gip, minaccia di fermare le acciaierie di Taranto e, conseguentemente, tutti gli stabilimenti che vengono riforniti d’acciaio dagli impianti del capoluogo jonico. Secondo i vertici dell’azienda i provvedimenti giudiziari dei pubblici ministeri rendono “ineluttabile” la chiusura della fabbrica tarantina che a cascata si ripercuoterà su tutti gli stabilimenti del gruppo.

LO STOP – L’Ilva ha disposto, a partire dal turno serale di ieri, la sospensione di tutte le attività lavorative negli impianti dello stabilimento siderurgico che non sono sottoposti a sequestro, ovvero di tutta l’area “a freddo”. La decisione interessa circa 5000 operai. Ma gli impatti del provvedimento del Gruppo Riva interessano, potenzialmente, molti più lavoratori. Secondo i vertici Ilva, infatti, le decisioni del gip comprometterebbero «in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonché la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto».

IL TERREMOTO – È un terremoto. L’inchiesta che coinvolge l’Ilva di Taranto assume le dimensioni di una valanga. Sette gli arresti, due avvisi di garanzia e nuovi sequestri. Non si ferma la tempesta che sta travolgendo la “fabbrica dei veleni”, le acciaierie Ilva di Taranto. La Guardia di finanza ha eseguito, tra Taranto, Milano, Roma, Pisa, Bari e Varese, sette ordinanze di custodia cautelare, tre in carcere e quattro agli arresti domiciliari, nei confronti di vertici ed amministratori della società.

LA FAMIGLIA RIVA AGLI ARRESTI – I provvedimenti coinvolgono anche patron Riva e suo figlio, Fabio, che al momento sarebbe irreperibile e ricercato dalle fiamme Gialle. L’arresto è arrivato anche per l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva che, circa due mesi fa si era dimesso, per Luigi Capogrosso, ex direttore del siderurgico di Taranto e per Girolamo Archinà, ex consulente dello stabilimento, addetto ai rapporti con le pubbliche amministrazioni e licenziato ad agosto quando emersero i primi particolari dell’inchiesta “esplosa” ieri.

TRAVOLTI I VERTICI DELL’ILVA – Ai domiciliari, oltre ad Emilio Riva, presidente della holding controllante, Lorenzo Liberti, già presidente della facoltà di Ingegneria ambientale dell’università di Taranto, Michele Conserva, ex assessore provinciale all’Ambiente ed Ecologia, dimessosi nei mesi scorsi e Carmelo Delli Santi, della Promed Engineering. Le informazioni di garanzia, invece, chiamano in causa il presidente Bruno Ferrante e il direttore generale dello stabilimento, Adolfo Buffo. Le accuse vanno dall’associazione per delinquere, fino al disastro ambientale e alla concussione.

LE TANGENTI – Liberti, secondo la tesi dell’accusa, sarebbe il destinatario di una tangente di 10mila euro che Archinà gli avrebbe consegnato nel marzo 2010 in una stazione di servizio lungo l’autostrada Taranto-Bari. I soldi dovevano servire, secondo l’accusa, ad attenuare la perizia che Liberti, assieme ad altri esperti, stava conducendo su incarico della procura di Taranto relativamente all’impatto dell’inquinamento da diossina sulle condizioni di salute della popolazione tarantina. L’Ilva ha sempre smentito che si trattasse di una tangente asserendo che quei soldi Archinà avrebbe dovuto versarli come donazione alla Diocesi di Taranto.

I SEQUESTRI – I Gip Patrizia Todisco e Vilma Gilli, oltre alle misure cautelari hanno anche disposto il sequestro preventivo dei prodotti finiti e semilavorati destinati alla vendita e al trasferimento negli altri stabilimenti del gruppo Riva determinando, di fatto, un blocco dell’attività della produzione. I sigilli ai container contenenti tutti i prodotti siderurgici sono stati apposti sulle banchine del porto dove erano in attesa di essere imbarcati per la commercializzazione. La misura sarebbe stata adottata perché Ilva avrebbe violato le prescrizioni del sequestro adottato dall’Autorità Giudiziaria, nel luglio scorso, sugli impianti dell’area a caldo. Sequestro che non prevedeva la facoltà d’uso a fini produttivi degli impianti del siderurgico.

SEBASTIO, DIRITTO VITA E SALUTE VENGONO PRIMA LAVORO – «Il diritto alla vita e alla salute non accettano compromessi di sorta, tutti devono cedere il passo, anche il diritto al lavoro». Lo ha detto il procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio in merito ai nuovi arresti. «Questo procedimento – ha aggiunto – non è soltanto una indagine tecnica, ci sono alla base principi di civiltà che è bene siano ribaditi. La salute e la vita umana sono beni primari dell’individuo, la cui salvaguardia va sempre assicurata», ha aggiunto facendo riferimento anche ai dettami dell’articolo 41 della Costituzione italiana.

CLINI – «Non sono disponibile a subire una situazione che avrebbe effetti terribili: sono preoccupato che questa iniziativa blocchi l’Autorizzazione integrata ambientale con effetti ambientali gravissimi e sociali devastanti». Così il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, sugli arresti dell’Ilva. «Chi dice che la chiusura dell’Ilva risolva i problemi dice una cosa falsa» ha aggiunto Clini interpellato sulle iniziative della magistratura di Taranto. «Stiamo giocando sulla pelle della gente. La magistratura – ha proseguito – fa bene a perseguire gli illeciti. Senza l’Aia la situazione sarebbe più comprensibile ma con questo documento che è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, altre iniziative rischiano di diventare conflittuali e che il governo rischia di subire».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Articolo 422 Codice penale italiano:
    « Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 285, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con la morte (pena purtroppo sostituita con l’ergastolo). Se è cagionata la morte di una sola persona si applica l’ergastolo. In ogni altro caso si applica la reclusione non inferiore a quindici anni. »

    http://www.ilcittadinox.com/blog/ilva-il-ricatto-mafioso-delle-imprese-italiane.html

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

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