mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Incrementare l’investimento straniero in Italia per aumentare l’occupazione
Pubblicato il 22-11-2012


La mancanza di investimenti stranieri è uno dei refrain della politica nazionale, e, nelle primarie lo è diventato ancora di più. La statistica sempre citata è che da noi dipende dall’investimento estero in percentuale circa metà della manodopera che dipende dall’investimento straniero in Francia e Germania. Il sillogismo, non sempre espressamente dichiarato, è: basterebbe incrementare l’investimento straniero in Italia per aumentare l’occupazione.

Intendiamoci, in Italia investimenti stranieri ce ne sono. Ma la bassa incidenza degli investimenti stranieri sul totale non deve essere ricondotto a una misteriosa avversione degli stranieri verso il nostro Paese, a una fiscalità impazzita o a uno Stato demonicamernte inefficiente, ma a una semplice ragione storia. In Italia l’investimento straniero non è mai stato veramente benvenuto. I lettori di “Quattroruote” si ricordano come per molti anni, a fianco di ogni marca nelle pagine finali del listino, fosse indicato il Paese d’origine. Accanto alla Ford, c’era scritto Germania. Ford, prima di stabilirsi in Germania, voleva investire in Italia, e voleva di nuovo tornare ai tempi della privatizzazione dell’Alfa Romeo. In entrambe le situazioni, e a distanza di cinquant’anni, non fu bene accetta. Allo estesso modo, la chimica estera non ha investito in Italia perchè imprese statali e parastatali non vedevano la cosa di buon occhio. E l’elenco potrebbe continuare dalle utilities alle infrastrutture.

Investimenti esteri in Europa, ormai se fanno ben pochi, almeno nei paesi di più vecchia industrializzazione. E’ quindi inutile cercare di recuperare il tempo rifiutato (dire perduto non sarebbe giusto, visto che è stata una scelta precisa). Vero in tutti i settori, tranne che in uno: il turismo. I movimenti del turismo avvengono oramai lungo due canali: internet e grandi catene. Focalizziamoci sul tema delle catene. E’ necessario favorire lo stabilimento delle grandi catene europee, ma anche asiatiche e sudamericane nel nostro Paese. In un modello di turismo ove si passa dalla vacanza lunga a alla ripetizione dee break è necessario che ogni catena abbia nel nostro territorio quante più destinazioni possibile. E il fatto che si tratti di operatori provenienti dai mercati emergenti fa sì che non vi sia danneggiamneto degli operatori italiani, in quanto è un’addizione al mercato e non una spartizione dello stesso.

Per attrarre questo tipo di investimento non si devono ideare politiche particolari: basterebbe gestire a questo fine le prossime cessioni immobiliari. Caserme, ex conventi, castelli e fari sono sparsi in tutta Italia e devono essere privatizzati con questo obiettivo. Oltre ad attrarre gli investimenti esteri vi sono altri benefici di una manovra di questo tipo. In primis, si eviterebbe un’ulteriore discesa del mercato immobiliare. Una ulteriore discesa dei valori immobiliari porterebbe a una ulteriore contrazione del credito. In Italia, gli immobili in garanzia non hanno a che fare solo col credito immobiliare, ma anche e soprattutto con il credito industriale. Per i piccoli imprenditori non è prassi comune garantire i prestiti alla ditta con i propri immobili.

In secondo luogo, le imprese di costruzione sono in crisi, spesso con migliaia di unità invendute. L’arrivo di altre sul mercato porterebbe a una tale perdita in conto capitale da essere difficilmente controbilanciabile con il reddito derivante dalle ristrutturazioni, scatenando un’ondata di fallimenti. Se dalla visione macro passiamo ai numeri del livello micro, le nostre considerazioni sono difficilmente controvertibili. Parliamo di lavoro. Un albergo medio ha circa cento stanze e crea, fra posti diretti e indotto, circa settanta posti di lavoro. Cinque medi alberghi coprirebbero gli esuberi annunciati dal sistema bancario in questi giorni. E Roma, tenendo conto del numero dei siti Unesco, ha la metà degli alberghi di Parigi.

Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Segretario Psi - viceministro dei Trasporti

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Commenti all'articolo
  1. Sarebbe possibile, e auspicabile applicare una normativa europea, dove tutti i prodotti importati, non sono soggetti a tassazione di importazione se prodotti almeno per l’ottanta/100 in stato con economia parallela, ex: USA, AUSTRALIA, SUD AFRICA,CANADA, NUOVA ZELANDA, SVIZZERA, E TUTTI I PAESI EUROPEI CON LA STESSA ECONOMIA PARALLELA, si ottiene il dato dalla medi di stipendio dei dipendenti. solo i questo modo molti produttori sarebbero costretti a produrre nei paesi dove c’è consumo, sarebbe escluso tutta la produzione autoctona ex. agroalimentare,
    naturalmente fare delle regole senza finestre.
    grazie e buon lavoro

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