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Opinioni e commenti
 

La beffa dell’Idi: lavoratori senza stipendio da quattro mesi, ma i soldi ci sono e restano bloccati
Pubblicato il 28-11-2012


La situazione è arrivata all’insostenibilità. È dallo scorso agosto che 1.800 lavoratori dell’Idi, l’ospedale dermatologico, polo d’eccellenza mondiale della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, non percepiscono stipendio. Oggi, dopo mesi di crisi, i sei lavoratori che dal 15 novembre scorso si sono asserragliati sul tetto della struttura inizieranno uno sciopero della fame ad oltranza. «Chiediamo, innanzitutto, l’immediato pagamento degli stipendi e l’apertura di un tavolo negoziale con il presidente ad acta per la sanità nel Lazio Enrico Bondi», ha detto Bartolo Di Gregorio, lavoratore dell’Idi, intervistato dall’Avanti!. Proprio negli scorsi giorni, Bondi non aveva preso la decisione di sbloccare i fondi, presenti nelle casse della Regione, per permettere il pagamento degli stipendi.

BERSANI CON I LAVORATORI – Proprio nella giornata di ieri, Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, si era recato in visita presso la struttura ospedaliera per incontrare i lavoratori in agitazione che, nel corso della giornata, aveva anche bloccato la via Aurelia a Roma. Con Bersani anche il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e il senatore Ignazio Marino. Bersani ha partecipato a un’assemblea dei medici e paramedici della struttura. Dei 1800 lavoratori rimasti senza stipendio da quattro mesi, 1500 sono personale medico e infermieristico, mentre i restanti 300 lavorano nell’indotto. La struttura ospedaliera romana, polo d’eccellenza nel capo dermatologico, è da tempo commissariata a seguito di un’indagine che coinvolge 7 vertici della struttura, che sarebbero accusati di associazione per delinquere, emissione di fatture false, e distrazione di fondi.

Il commissario ad acta Bondi non sblocca i fondi per pagare i vostri stipendi. Come si è innescata la vicenda che ha portato alla situazione attuale?

La questione è molto ampia e le decisioni di Bondi, che tutt’ora rimangono senza spiegazione, sono solo l’ultimo capitolo. Le vere cause stanno a monte e riguardano le indagini che coinvolgono le 7 persone indagate dalla magistratura, tra cui tre sacerdoti e quattro laici appartenenti al management della struttura Idi sanità. I capi d’accusa sono pesanti e vanno dall’associazione per delinquere alla emissione di fatture false, fino alla distrazione di fondi. A questo si sono aggiunti anche i tagli alla sanità che hanno fatto precipitare la situazione.

L’Idi non è una struttura pubblica.

No, l’Idi è una struttura privata, però, il servizio che eroghiamo è un servizio pubblico in convenzione con la regione Lazio. La struttura è stata fondata 100 anni fa dal padre Luigi Monti ed era animata da spirito di carità.

Oggi, da parte dei vertici, sembra che non esserci molto spirio di carità.

Senza dubbio quello spirito di carità si è disperso nel tempo perché la struttura è stata utilizzata a scopo di lucro.

Cosa è successo?

Si è arrivati a questo perché circolava troppo denaro. L’Idi è una miniera d’oro perché fornisce assistenza che nessuno è in grado di offrire a livello di clinica dermatologia. Per questo ci sono stati periodi di vacche grasse e qualcuno ha evidentemente sfruttato questa situazione per fini estranei allo scopo della struttura, visto che, attualmente, c’è un buco di 800 milioni di euro.

Dove sono andati a finire questi soldi?  

Non si sa dove andavano i soldi. L’inchiesta non lo ha ancora accertato. Non si sa se si tratta di dolo vero e proprio o di cattiva gestione e movimenti finanziari sbagliati che poi non son ostati coperti. Recentemente l’ente Idi sanità si era espanso acquisendo altri ospedali. Poi un anno fa aveva cambiato ragione sociale passando da onlus-ente morale a ente aziendale. Questo è avvenuto proprio in ragione del buco perché, con questa nuova configurazione, Idi sanità ha potuto accedere ad una procedura di concordato preventivo fallimentare che potrebbe permettere all’azienda di salvarsi. Si dovrebbe individuare un partner finanziario che aiuti a colmare il debito e subentri in cogestione.

Ce la faranno?

Noi non abbiamo visto atti concreti da parte della proprietà. L’ospedale sta morendo; ci sono dei settori che non producono perché abbiamo macchine di radiologia ferme perché rotte visto che non fanno più manutenzione. L’impressione, ma è solo un’impressione, e che ci sia una volontà precisa di mandare tutto al fallimento.

Perché secondo lei, qual è l’intento?

Per scopi che non sono conosciuti, ma azzardando si potrebbe pensare che l’obiettivo sia far acquistare la struttura a qualcuno in sede fallimentare e, magari, questo qualcuno potrebbe essere la stessa proprietà che si presenta sotto mentite spoglie per riappropriarsene a costo quasi zero.

Parliamo dei lavoratori. Che situazione vivete?

Non pagano gli stipendi da agosto. Siamo allo stremo delle forze. Immagini che una collega ha tentato il suicidio al San Carlo Nenci, cercando di buttarsi di sotto. Fortunatamente è stata fermata in tempo. All’Idi Monti di Creta sei ragazzi sono accampati sul tetto dal 15 novembre scorso e da oggi cominciano uno sciopero della fame ad oltranza. La nostra  prima rivendicazione è l’immediato pagamento degli stipendi e l’apertura di un tavolo di trattativa con il presidente ad acta per la sanità nel Lazio Enrico Bondi.

Ma ci sono responsabilità politiche?

Certo. C’è un rimpallo di responsabilità tra Asl e Regione che non permette di venire a capo di questa situazione. Ci sono dei soldi disponibili di cui abbiamo diritto, ma sono stati bloccati per ragioni che Bondi non spiega. Non le ha spiegate nemmeno ad Alemanno che ha detto che Bondi rifiuta il dialogo. Ci sono 7 milioni in giacenza che vengono da nostre spettanze per il servizio che eroghiamo alla Regione. Sono soldi nostri e con quelli si potrebbero pagare gli stipendi.

Bondi non dà spiegazioni, ma, secondo lei, perché non vengono usati?

Perché l’Idi, a sua volta, proprio per quel buco creato dalla dirigenza, ha dei debiti nei confronti della Regione. Quindi io credo che trattengano i 7 milioni che spettano alla struttura mandata avanti dai lavoratori per paura che la dirigenza non onori i suoi debiti, blocca i nostri stipendi per garantirsi.

Come al solito, in Italia, si scaricano i costi delle inefficienze e del malcostume sui più deboli.

Sì, come al solito, sui lavoratori.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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