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Opinioni e commenti
 

L’emozione di votare insieme a più di tre milioni di persone
Pubblicato il 26-11-2012


E’ sempre una grande emozione. Ogni volta, prendere la scheda elettorale, andare al seggio, svolgere le procedure d’identificazione e poi mettersi in cabina e votare. Prendere in mano la matita e, pur essendo certo di quale simbolo o nominativo scegliere, stare lì e controllare più e più volte per la paura quasi infantile di sbagliare. Perché in quel momento, dietro quel gesto c’è molto; ci sono magari giorni di campagna elettorale, di sacrifici, di tanto lavoro. Poi una volta votato, richiudere bene la scheda e andare verso l’urna, sentendo che si sta svolgendo una forma di rituale. E poi avere la percezione di essere più leggeri, più felici, quasi inebriati per l’aver fatto qualcosa di più del semplice “proprio dovere”, ma di aver svolto un atto grazie al quale ci si sente più fieri di se stessi.

Almeno questo è ciò che provo io ogni qualvolta mi presento a votare. E devo dire che anche ieri l’emozione è stata tanta, e ed è aumentata ancora di più quando con il passare delle ore mi rendevo conto di quante altre persone avessero svolto il mio stesso rituale, rendendo ancora più importante quel gesto di democrazia. Perché di questo si tratta: di avere la possibilità di essere artefici di una scelta, che non riguarda solo noi stessi, ma qualcosa di più ampio. Rendersi quindi conto che oltre tre milioni di persone, in una domenica di novembre hanno risposto a quella chiamata che i propri ideali e le proprie convinzioni hanno spinto dentro di loro, mi inorgoglisce, mi entusiasma, mi rende fiero della mia stessa appartenenza.

Ieri credo sia stata la dimostrazione che non sono bastati anni di difficoltà, di disaffezione e di disillusione a far prevalere lo spirito asettico del “nulla può cambiare” e del “tanto non serve a niente”, rispetto alla voglia di palesare quell’estremo, forse residuo, ma mai sopito sapore di partecipazione. E se in tanti hanno voluto dare il proprio contributo significa che questo Paese, in particolare la sua gente merita di essere considerata alla stregua di una grande democrazia, che nulla ha da invidiare a nessuno. In ogni caso, quello che domenica 25 novembre è uscito fuori dalle urne è quanto la politica abbia ancora bisogno della gente e quanto la gente stessa abbia bisogno della buona politica. Un teorema questo che sono sicuro verrà confermato anche domenica prossima in occasione del ballottaggio, che vedrà ancora tante persone andare ai seggi.

Giampiero Marrazzo

Giampiero Marrazzo

@giamarrazzo

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Commenti all'articolo
  1. Personalmente non ho provato nessuna emozione, forse perché sono (vecchio) e l’esperienza mi fa essere cauto. Credo, però, nella DEMOCRAZIA e l’etimologia mi dice una testa un voto e sono vent’anni che mi hanno tolto i miei diritti perché dovrei votare i rappresentanti in Parlamento attraverso la preferenza e i Partiti dovrebbero essere il filtro per candidare dei Cittadini Onorevoli di nome e di fatto. Queste primarie sono ancora una finzione e dobbiamo ancora lottare per ripristinare la Repubblica come era uscita dalla WWII.

  2. Caro direttore, leggo solo ora il tuo corsivo di lunedì e sono contento che tu abbia sottolineato come sia necessaria la politica, quella vera, per dare risposte alle esigenze sociali delle persone – tu dici gente e io, forse per un puntiglio da anziano (quasi) preferisco ancora parole come cittadinanza e popolo – e alle richieste, tutto sommato semplici, che tutti noi poniamo alle istituzioni.
    Ieri sera ho ascoltato i candidati alla presidenza del Consiglio dei ministri della coalizione tra il Pd, Sel e il Partito Socialista Italiano (questo lo scrivo per esteso per il piacere di pronunciare dentro di me un nome che ha fatto la storia dei diritti in Italia, prima di essere infangato e condannato a una damnatio memoriare in parte meritata, ma soprattutto strumentale a quella sorta di pensiero unico liberista che dal crollo del muro di Berlino ha dato campo libero alla finanza speculativa che assassina il lavoro, l’economia reale – compreso il mercato veramente libero – e la solidarietà). Da giornalista forse troppo anchilosato mi attendo ora dal direttore dell’Avanti! – un giovane direttore certamente non compronmesso con errori del passato – una valutazione di quanto emerso.
    La mia storia (e la mia età) mi spingono a discernere tra parole-chiave e slogans estemporanei. Forse non riesco a cogliere la presunta novità che molti vedono incarnata in Renzi. Forse non colgo l’ansia di cambiamento radicale. Ma il rottamatore in questione mi sembra non tanto diverso da alcuni populisti dei quali abbiamo fatto esperienza in questi vent’anni. Ho quanche dubbio anche sul fatto che Bersani riesca a tenere in piedi un’eventuale alleanza più larga di quella di queste primarie.
    Ma su alcune affermazioni mi sento di concordare, sia in politica interna ed europea, sia in politica globale. Dire, come fa Renzi, che servono gli Stati Uniti d’Europa, è un’ovvietà e lamentare il mancato accordo con la Svizzera per quanto riguarda l’evasione fiscale è fuorviante (di fatto si sarebbe trattato dell’ìennesimo condono). Chiedere politiche del lavoro e armonizzazioni fiscali continentali, come fa Bersani, mi sembra più un programma politico.
    Soprattutto, mi sembra che Renzi sia poco documentato in termini di geopolitica globale. Ritengo abbastanza stupido continuare a demonizzare l’avversario di turno, ora l’Iran, dopo Afghanistan e Iraq, tanto per fare gli ultimi esempi. Chiunque abbia memoria (e un minimo di cultura storica fatta su qualcosa di diverso dalle televisioni) sa che Bersani ha ragione quando ricorda che senza chiudere il conflitto israelo-palestinese non c’è speranza di pace in quell’area del mondo, e che di volta in volta si cercherà un nuovo nemico.
    Mi spiece che siano mancate domande specifiche sulla cruciale questione del sud del mondo, in particolare dell’Africa. Ma anche in questo mi sembra che tra i due candidati ci sia stata una differenziazione nelle risposte riguardo alle politiche in tema di migrazioni. Renzi ha parlato di Casini e di Fini, Bersani, tra l’altro, ha ricordato che i migranti sono migranti e che siamo noi a costringerli alla clandestinità. E ha aggiunto che forse è tempo di cominciare a vergognarsi per tutti i morti inabissati nel Mediterraneo.
    Caro direttore, mi rendo conto di essere stato un po’ lungo. Ma voglio aggiungere una richiesta: l’Avanti! si schieri e spieghi òla sua scelta. Se le mie considerazioni ti convincono, convincono un giovane come te, forse avranno modo di arrivare a più persone, a più compagni (altra bella parola – cum panisi, quelli che dividono il pane – di quelli ai quali posso parlare io.
    Ti abbraccio

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