mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

“Litochoreia. Le pietre che danzano”, il dialogo tra spirito ed essenza. A Roma la mostra di Paolo Hermanin
Pubblicato il 19-11-2012


Nel greco antico l’espressione “danza della pietra” si traduce con “Litochoreia”. E la mostra delle “pietre danzanti”, ideate e create da Paolo Hermanin, si titola appunto “Litochoreia”. Alcune di queste opere si possono ammirare all’interno dello “Studio Arti Floreali” di Roma, fino al 25 novembre. La ricerca artistica di Hermanin non solo è in continua evoluzione, ma tende a creare occasioni di “esperienza” sensoriale di cui la stessa Natura è assai generosa. Ma solo se si ha la capacità di mettersi “in ascolto”. E senz’altro Hermanin possiede quest’attitudine. Le sue sculture rappresentano un percorso nato da una suggestione avuta sulle coste della Gallura, ove il soffiare dei venti e il movimento del mare hanno scolpito le rocce granitiche, plasmando una dimensione fantastica, fatta di animali, piante e personaggi che mutano la fisica in metafisica e il consueto in paradosso. All’Avanti! Hermanin spiega il percorso che lo ha condotto a prender spunto da queste forme naturali per materializzare un paradosso, la danza delle pietre appunto.

Hermanin da dove si origina questa tendenza a ideare e creare sculture così originali e dinamiche?

L’origine fa riferimento alla passione per la natura che ho ereditato da mio padre, sin da quando ero piccolo. Poi, in età adulta, mi son ritrovato sulle scogliere di Santa Teresa di Gallura (nella Sardegna settentrionale) a osservare la natura, in particolare il vento e il mare che si modellavano in forme inusitate che puoi ritrovare giusto nelle nuvole.

La danza delle pietre. Sembra abbia voluto materializzare un paradosso. Dare voce alla forza persuasiva tra una forma in movimento ed una materia naturalmente statica.

Secondo me l’arte in generale è paradosso e  per compito ha quello di svelare dei misteri. Le pietre possono danzare: se la forma è dinamica, le pietre danzano anche quando stanno ferme. La mia vena artistica segue il paradosso della natura: non ci si deve occupare di ciò che è banale, ciò che è subito visibile. L’arte dovrebbe provocare un coinvolgimento non solo a livello mentale, ma totale.

Cosa intende?

La mente entra per la parte che le compete, ma esiste anche un’altra dimensione che è quella percettiva, ossia il sentire, ciò che appartiene al “sé” e non all’”ego”, che è una sorta di hard-disk condizionato dall’esterno. Il “sé” nasce prima di noi.

Quale materiale utilizza per realizzare le sue sculture?

Si tratta di rocce finte, ossia ceramica trattata in modo tale da sembrare un micro granito.

Qual è il filo rosso delle e nelle sue opere?

Il fil rouge è quello di svelare ciò che non è immediatamente percettibile. Accetto le incomodità di questa vita, ma ci deve essere la gratificazione in questa ricerca continua.

Silvia Sequi

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