venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Produttività un accordo con più ombre che luci
Pubblicato il 23-11-2012


L’accordo sulla crescita della produttività e della competitività firmato due giorni fa a Roma da parti datoriali e sindacati, CGIL esclusa, è un accordo che, visto dal  punto di vista dei lavoratori, non può essere certo definito una conquista, ma neanche una ritirata strategica. Vediamo perché. Partiamo da quello che è ritenuto il principale aspetto positivo per i lavoratori dipendenti: la detassazione del salario di produttività attraverso la determinazione di un’imposta del 10%, sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali. In virtù dell’intesa, sui premi di produttività assegnati ai lavoratori l’aliquota d’imposta sarà dunque più bassa, il che significa più soldi in tasca ai lavoratori.

DUE PUNTI DEBOLI – Ma già su questo punto emergono due punti deboli. Il primo è che la detassazione vale solo quando i redditi da lavoro dipendente non superino i 40 mila euro lordi annui, il che significa che i lavoratori dipendenti più qualificati o più anziani, sono di fatto esclusi dal principale beneficio dell’accordo. Il secondo punto debole è che la detassazione offerta dal Governo non è strutturale. Monti ha infatti messo sul piatto 1,6 miliardi di euro per gli accordi di produttività, che potrebbero aumentare per effetto dei lavori parlamentari fino a 2,1 miliardi di euro. Ma queste risorse sono allocate solo per il 2013 ed il 2014. Quindi non sono risorse strutturali, ma contingenti.

CONCESSIONI E SINDACATI – Per inciso, la parte datoriale dovrebbe ricevere dal Governo una decontribuzione del salario di produttività, con uno sgravio contributivo fino al limite del 5% della retribuzione contrattuale. A fronte del principale vantaggio, di cui, come abbiamo visto, beneficia solo una parte della platea dei lavoratori dipendenti e che, peraltro, non è definitivo, i sindacati firmatari hanno fatto varie concessioni. La prima è la rinuncia a legare gli aumenti salariali all’inflazione programmata. Questo vuol dire che nei prossimi anni i lavoratori perderanno progressivamente potere d’acquisto. E’ vero che l’accordo prevede che i contratti collettivi nazionali perseguano l’obiettivo di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni, ma coerentemente con gli andamenti del settore, le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale. Insomma, tanti caveat che, in prospettiva, depongono per una riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori.

CONTRATTAZIONE DI SECONDO LIVELLO – Non solo, i sindacati firmatari hanno anche deciso di indebolire ulteriormente la propria posizione, delegando alla contrattazione di secondo livello, ovvero la contrattazione aziendale, tutta una serie di componenti dell’organizzazione del lavoro, quali ad esempio gli orari di lavoro. Si dirà che a fronte di questa concessione, comunque mirata ad accrescere produttività e competitività delle imprese, è stato pattuito che una parte degli aumenti economici derivanti dai rinnovi contrattuali sarà destinata alla contrattazione di secondo livello. Ma, di fatto, a livello di singola impresa, soprattutto quando parliamo di grande impresa, la forza negoziale dei sindacati è minima.

EQUIVALENZA DELLE MANSIONI – Infine un ulteriore punto a sfavore dei sindacati e dei lavoratori contenuto nell’accordo è quello in cui il sindacato ha accettato di affidare alla contrattazione collettiva il tema della cosiddetta “equivalenza delle mansioni”, che nella precedenti versioni dell’accordo suonava come demansionamento. Le parti datoriali avevano infatti richiesto di poter flessibilmente ridurre mansioni e stipendi ai propri dipendenti, a fronte delle mutate condizioni competitive. E i sindacati hanno accettato di negoziare questo punto, rinunciando alla protezione offerta ai lavoratori dall’articolo 2103 del codice civile, in cui si afferma chiaramente che il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito.

ACCORDO ASIMMETRICO – Insomma un accordo asimmetrico nella distribuzione di costi e benefici fra gli stessi lavoratori, che inoltre scarica su tutti i lavoratori gran parte delle inefficienze e della perdita di competitività accumulate dalle imprese negli ultimi anni. Come recita in premessa lo stesso accordo firmato, sul tema della produttività incidono, oltre al lavoro, molte altre voci, sia materiali quali energia, trasporti, logistica, che immateriali, quali burocrazia, sicurezza, legalità, istruzioni, che producono costi e diseconomie. Inoltre sul tema della produttività, incide molto l’investimento nell’ammodernamento dei macchinari e in ricerca e sviluppo per l’introduzione di innovazioni di prodotto e di processo. Ecco, è ora che si cominci a puntare su questi temi, invece che scaricare il fardello sempre sui lavoratori.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Una fotografia particolarmente significativa è la premassa piu’ appropriata all’analisi lucida e incisiva dell’accordo sulla crescita concordato qualche giorno fa tra Governo e sindacati : la mano tra i capelli. Il futuro deve pesare principalmente sulle spalle dei lavoratori ? Naturalmente non è giusto che sia così. Concordo pienamente con la tesi dell’autore dell’articolo.

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