martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Quando l’inconscio assomiglia a un “drago”
Pubblicato il 13-11-2012


Cosa è un drago sotto il letto? O meglio: è possibile convivere e condividere spazi con un mostro dalle mille spire piazzato proprio lì, nella parte più intima e autentica del nostro privato? Possiamo redimerlo? Trasformarlo in un docile cagnolino che obbedisce ai nostri ordini? La leggendaria – e gradevolmente fumettistica – metafora è usata da Francois Ansermet e Pierre Magistretti (psicanalista e docente di Pedopsichiatria a Ginevra, il primo, medico e neurobiologo a Losanna, il secondo) nel loro Gli enigmi del piacere (Bollati Boringhieri, pagg. 179, euro 20), interessante testo che fa seguito al precedente A ciascuno il suo cervello, e nel quale viene espressa l’affascinante tesi secondo la quale la base organica e meccanicistica del piacere può allinearsi, sovrapporsi con quella più profonda che tende a inquadrare il tema dell’essere e della libertà fuori dai confini della macchina-animale, per così dire.

Il “drago” sarebbe insomma quell’aleatorietà del nostro agire che parte da una classica dicotomia piacere-dispiacere, ma che va via via rimescolando le carte del nostro vivere e porci nel mondo, grazie a fantasmi personali, digressioni, mascheramenti, individuazioni, dislocazioni impreviste del nostro sentire. Ma il fantasma – sottolineano – può essere “soluzione e trappola” al contempo. Appare allora nella sua ombrosità la “coazione a ripetere” o “coazione del destino” o “del medesimo” che Freud considerava una potenza più forte dello stesso “principio di piacere”, un suo al di là, non in senso trascendente ma complementare e opponente, una sorta di “dirimpettaio” che potrebbe anche spingerci verso forme autodistruttive e violente verso l’esterno, verso appagamenti perversi, se vogliamo, fatti di infelicità ricorrenti e frustrazioni gestite, o come avviene nel caso delle droghe, di paradisi artificiali e dipendenze chimiche. Quella che Lacan avrebbe più specificamente definito “jouissance”, il “godimento”, una sostanza vitale acefala e neutra, un Grande Simbolico che suscita i conflitti del dolore e della perdita, ma anche quelli della resistenza e dell’inventiva.

E’ come se i due autori ci dicessero: il corpo è solo una soglia attraverso la quale ci affidiamo-affacciamo alle esperienze, sviluppiamo degli “stati somatici” e da questi delle rappresentazioni che ci danno ordine e intelligibilità rispetto a quell’afflusso indiscriminato di stimoli che chiamiamo “eccesso pulsionale”, ovvero un fondo oscuro, un abisso, che ha il carattere della non predittività e della molteplicità invasiva e sul quale siamo costretti a costruire un recinto razionale di convinzioni, abitudini, linguaggi, memorie, forme del convivere. Ma non tutto va per il verso giusto, e quello che sembrerebbe un naturale sfogo verso la soddisfazione si scompone e ricompone in dimensioni della soggettività che sono proprie di ognuno e che possono arricchire o diluire-distruggere la nostra identità. Affermano: “La riassociazione delle tracce apre all’inatteso e alla libertà, condizioni che fanno emergere il soggetto. Il soggetto procede dalla discontinuità piuttosto che provenire da un sistema di tracce”.

Cosa si “ripete” allora? Fondamentalmente l’incertezza, il mal di vivere, il grido inespresso di un’origine macchiata. Cosa non dovrebbe ripetersi invece? Il tampone di un male per un altro male più grande, di un dispiacere che copre un’incapacità più sottile a dirimere i fenomeni (come in alcune patologie infantili e non solo), o un piacere che si estrinseca nel danno proprio e altrui. Se dunque il fisico si allaccia, si argomenta con le tracce psichiche che ognuno di noi autonomamente registra, sviluppa e riproduce secondo sequenze dalle quali dipende la singolarità, qui sta tutta la suggestione di un’opera che, attingendo da molte discipline: la clinica, la neurobiologia, la psicanalisi, l’arte, finanche la metafisica, spinge a una gioia più aperta all’autoaffermazione e alla libera determinazione, riscoprendo (ma solo alla fine del libro purtroppo) l’ampio spettro di un “inconscio larvale”, per dirla alla Lacan, che non è solo “rimozione” ma istante, disgiunzione, “errore” positivo, parole produttiva di senso. Storia.

Carmine Castoro

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