martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un fisco per il lavoro: dalla tassazione alla rendita
Pubblicato il 12-11-2012


Un interessante seminario promosso dall’Associazione Lavoro&Welfare si è tenuto a Roma sul tema del fisco e lavoro. La cassa integrazione pari a 900 milioni di Euro, in aumento del 20% rispetto al 2011; la pressione fiscale che ha raggiunto il 45% e che pesa soprattutto sul lavoro; il cuneo fiscale, ossia la  differenza tra l’onere a carico dell’impresa ed il reddito effettivo percepito dal lavoratore, al 47,6%, rappresentano la preoccupante fotografia delle distorsioni che gravano sul mondo del lavoro nostrano. Con un livello di circa il 6% superiore alla media europea, l’Italia si colloca al sesto posto in Europa per dimensione del cuneo fiscale. Includendo poi anche la parte di IRAP riferita al costo del lavoro, scaliamo ulteriormente la poco lusinghiera classifica europea, arrivando al secondo posto in Europa con un cuneo fiscale del 53%.

PARADOSSI ITALIANI – Dal punto di vista del lavoratore ciò vuol dire meno soldi in busta paga, e quindi meno consumi e meno risparmio. Una distorsione che viene da lontano e che neanche il meccanismo di detrazioni e deduzioni fiscali riesce oggi a rimediare. A partire dagli anni Ottanta, infatti, vi è stato un progressivo aumento della tassazione sul lavoro dipendente, pur in presenza di una riduzione della quota di PIL ascrivibile a questa categoria di lavoratori. Un vero e proprio paradosso, dettato anche dalla facilità con cui lo Stato può recuperare gettito dai lavoratori dipendenti: aumentare il prelievo in busta paga è ben più semplice che stanare l’evasione di professionisti e lavoratori autonomi.

LE IMPRESE SEMPRE PIU’ TARTASSATE – Ma anche dal punto di vista delle imprese, la somma di imposte ed oneri contributivi, ha ormai raggiunto un livello esorbitante. Siamo ormai al 68,4% dei profitti. Un carico fiscale elevatissimo che sottrae risorse agli investimenti e riduce la competitività delle nostre imprese rispetto alla concorrenza europea. In Germania, ad esempio, il cosiddetto total tax rate è pari al 46,7%. E’ chiaro quindi che, a parità di condizioni, un investitore estero sarà maggiormente incentivato ad investire in Germania piuttosto che in Italia. E di fatto, in termini di attrazione di investimenti esteri, in Europa solo la Grecia fa peggio di noi. Il sistema fiscale complesso e pesante che grava sul lavoro, sia dal lato del lavoratore che dal lato dell’impresa, provoca dunque notevoli effetti distorsivi, ostacolando la crescita occupazionale e dimensionale delle imprese.

DALLA TASSAZIONE DEL LAVORO ALLA RENDITA – Un sistema dunque da cambiare, spostando la tassazione dal lavoro alla rendita, come ad esempio si è iniziato a fare in Francia con la “tassa sulla fortuna”, e rilanciando la domanda interna, con il sistema del credito d’imposta per l’assunzione di giovani e di donne ma anche attraverso sgravi alle start-up. Le risorse per finanziare tali interventi potranno essere trovate nella spending review, nella lotta all’evasione fiscale e nella dismissione del patrimonio pubblico, identificando ex-ante degli obiettivi annuali di risorse da recuperare e destinare alla riduzione del carico fiscale sul lavoro.

PAROLA DI CESARE DAMIANO – In questa ottica, secondo Cesare Damiano, la legge di stabilità attualmente in discussione in Parlamento deve destinare una parte delle risorse risparmiate non riducendo le aliquote IRPEF alla diminuzione del cuneo fiscale. Ma se l’obiettivo è ottenere un effettivo aumento della retribuzione netta percepita in busta paga dai lavoratori, sarà una battaglia ardua, anche per l’opposizione del PDL. Di fatto una parte cospicua dei risparmi sono già stati erosi, oltre che per mantenere inalterate le aliquote IVA del 4% e del 10%, anche per impedire la retroattività ed eliminare tetti e franchigie delle detrazioni e deduzioni fiscali. A tale proposito c’è però da chiedersi chi si avvantaggi di deduzioni e detrazioni oltre una certa soglia. Non sarebbe dunque meglio aumentare un po’ il peso di salari e stipendi dei lavoratori e, per questa via, incentivare i consumi?

SENZA LAVORO NIENTE SVILUPPO – Se dunque da un lato si riconosce che il fisco colpisce da troppi anni prevalentemente il lavoro dipendente e che sarebbe ora utile che lo Stato restituisse a questa categoria di lavoratori una parte di quanto incassato, al momento opportuno, vuoi anche per un’ancora insufficiente rappresentanza delle istanze dei lavoratori in seno al Parlamento, è difficile promuovere politiche attive a tutela del lavoro. E fino a quando il lavoro non sarà messo in cima alle priorità, come una rappresentanza parlamentare socialista farebbe, sarà difficile rilanciare lo sviluppo dell’Italia. Se non si è capaci di creare lavoro, non si è infatti capaci di creare sviluppo.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. La verità è che se il centrodestra ha sempre protetto i grandi privilegi, la sinistra è diventata nel tempo la protettrice dei piccoli privilegi. Il tabu’ del posto di lavoro fisso,il tabu’ della difesa dello status quo sempre e comunque, ha avuto la conseguenza di ignorare milioni di non garantiti,di precari.
    “Vae victis”? O la sinistra sarà capace di superare i limiti degli ultimi anni che ne hanno fatto un alleato della destra nella difesa dei privilegiati ?

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