sabato, 23 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

“Una pietra sul passato”, un viaggio-racconto per narrare la storia di un angolo perduto d’Italia
Pubblicato il 30-11-2012


È un racconto, un viaggio. Da Erodoto e Ibn Battuta in poi, il viaggio è il racconto, linfa vitale che nutre la narrazione. Il libro di Carlo Ruggiero e del fotografo Matteo Di Giovanni, “Una pietra sul passato”, è questo, viaggio e racconto. Un libro che ti porta per mano nel percorrere le strade di un paesino, il piccolo borgo di Coreno Ausonio, perso nella provincia di Frosinone, al confine tra Lazio e Campania. Un paese ruvido, fatto dalle sue pietre antiche come amano descriverle gli autori del libro, Carlo Ruggiero e Matteo Di Giovanni, intervistati dall’Avanti!. Un borgo che conserva delle cave di pietra che Ruggiero e Di Giovanni hanno attraversato passeggiando per quelle strade impregnate di passato. Gli autori hanno seguito quattro itinerari che ci parlano di una storia lunga sessant’anni, specchio della realtà e del mutamento culturale, morfologico, antropologico e sociale dell’Italia che incontra e si scontra con la modernità e con il mito della ricchezza. Caratteristica di Coreno Ausonio sono le cave di pietra, che delineano il paesaggio e ne modellano l’identità: la prima di quelle cave fu il frutto del lavoro, nel dopoguerra, di uno scalpellino abruzzese. Da allora, una dopo l’altra quelle cave si trasformarono in una sorta di icona che testimonia il passaggio del progresso attraverso le strade pietrose di Coreno Ausonio.

Come è nata l’idea di questo racconto?

Carlo Ruggiero: Io sono nato e cresciuto a Frosinone e da anni vivo a Roma. Coreno, però, ce l’ho nel sangue. Perché è il paese della mia famiglia, il posto delle vacanze, il paesaggio della mia infanzia, delle estati, dei giorni di festa. Quegli enormi squarci bianchi che mozzavano le colline lì intorno mi incuriosivano già da allora. Così come le facce ruvide e le mani callose di quella gente, il via vai dei grossi camion lungo le strade strette, che ci costringevano a spezzettare le partite a pallone. E poi c’erano quelle pietre. Erano ovunque, a migliaia, gigantesche e bianche come il latte. Coreno, in realtà, per me allora aveva i contorni di un villaggio da far west. Con il saloon, il barbiere e le strade polverose. Un pezzo di vecchia America trapiantato nel Basso Lazio. Quel quadretto cinematografico, di tanto in tanto, era però incrinato da alcuni strani modi di fare, da certe consuetudini antiche che stonavano con tutto il resto. Erano cerimoniali antichi, quelli, riti indecifrabili per un ragazzino. L’ho scoperto solo con il tempo che si trattava di reperti di un mondo oramai scomparso, di quella società contadina che aveva dominato su quelle terre per millenni, sempre uguale a se stessa. Ma che era stata immolata nel nome del marmo. Un mondo spazzato via nel giro di pochi decenni dal mito della crescita, da quel sogno di ricchezza immediata che ha sconvolto una volta per tutte la fisionomia del paese e dei suoi abitanti.

Matteo Di Giovanni: Coreno per me è essenzialmente legato a due cose: una vacanza improbabile e un progetto culminato nella mia prima pubblicazione insieme a un grande amico. Qualche anno fa non avrei mai detto che il legame tra me e questo piccolo paese sarebbe diventato così stretto. Era il 2003 e noi, studenti/lavoratori a Roma, decidemmo che, soldi o non soldi, una vacanza ci serviva e dovevamo farcela. Insomma, dopotutto la meritavamo. Carlo mi aveva parlato a lungo di Coreno e dei suoi abitanti, in parte della sua storia. E la cosa m’incuriosì. Passai in paese una decina di giorni, di cui ho un ricordo magnifico. Ebbi la fortuna di incontrare tante persone che poi sarebbero diventate amici. Nel corso degli anni sono tornato tante volte, sempre e comunque con Carlo, che nel corso del tempo mi ha introdotto sempre di più all’interno delle dinamiche di Coreno. Mi ha aiutato a capirne il ritmo, a interpretarne i movimenti e mi ha guidato alla scoperta della saggezza di cui alcuni abitanti sono intrisi. Quell’antica saggezza contadina che, nascosta sotto una coltre bianca di polvere di marmo, ancora resiste.

Il borgo, un simbolo dell’Italia dei campanili che, oggi, sembra essere entrata in crisi nell’impatto con la globalizzazione dei mercati perdendo il suo ruolo culturale. Cosa ci raccontano i borghi dell’Italia di oggi e quale contributo possono ancora dare?

Carlo Ruggiero: Il contributo potrebbe essere grande, perché il problema dello sviluppo di queste realtà è, appunto, in primo luogo culturale. Non è lo sviluppo in sé a creare problemi, ma è la crescita senza regole a determinate molto spesso i disastri che abbiamo sotto gli occhi. Affinché le piccole realtà produttive tornino ad essere centrali nel nostro paese, credo che l’obiettivo debba essere quello di gettare le basi per uno sviluppo sostenibile. Non solo dal punto di vista ecologico, che resta comunque fondamentale, ma anche e soprattutto da un punto di vista culturale. Bisognerebbe saper formare una cultura di impresa che determini le scelte e le convinzioni dei piccoli imprenditori. Quando manca la consapevolezza di quello che si sta facendo, quando manca la cultura, quando mancano le regole e le scelte sono miopi, determinate esclusivamente dalla ricerca forsennata della ricchezza fine a se stessa, dall’epica dei soldi facili, i risultati sono questi. La crisi economica che stiamo vivendo, in fondo, è frutto di un approccio non molto diverso da quello descritto nel libro. Ci sono centinaia di storie come quella di Coreno in ogni angolo d’Italia, e ognuna è frutto della stessa mancanza di prospettiva.

Matteo Di Giovanni: Quando si parla di borghi penso sempre a quelli della mia infanzia, dove mia madre da piccolo mi portava a fare gite e scampagnate. L’Abruzzo ne è pieno e nella mia famiglia c’è sempre stata questa cultura della scoperta e allo stesso tempo della preservazione di questi luoghi antichi, capaci di dare emozioni inaudite. Penso a questi borghi abruzzesi e a come sono cambiati in questi ultimi anni. Sono in “fase di ristrutturazione” adesso, sono stati investiti da questa ondata di riscoperta dei luoghi e sapori antichi partita dalla Toscana e dall’Emilia, per poi arrivare a Umbria e Lazio. Non a caso, la mancanza di cultura e di coscienza verso uno sviluppo sostenibile ha portato alla cessione, alla vendita di questi luoghi a persone competenti, in grado di risollevarli con criterio e spirito imprenditoriale. Non a caso Santo Stefano di Sessanio, da tempo considerato uno dei borghi medievali più belli d’Italia, è finita in mano ad un imprenditore danese, che l’ha “rimessa a nuovo” preservando però l’antico stile del paese. Adesso è nato un turismo intorno a questi luoghi, cosa impensabile fino a qualche tempo fa. Questo è un racconto esemplare secondo me, perché mette alla luce proprio la mancanza di cultura in Italia e il bisogno di affidarsi a chi è invece in grado di dare nuova vita a questi luoghi. Il fatto che questa persona venga dalla Danimarca, da questo Nord Europa ordinato e pulito mette a nudo le nostre lacune e la nostra tendenza a rimandare e delegare ad altri cose che potremmo fare, ma non facciamo. E poi critichiamo.

Un racconto “in cammino” con un piglio sociologico. Chi sono gli autori e quale la loro sensibilità culturale?

Carlo Ruggiero: Io non sono certo un sociologo, non ho questa ambizione. Sono soltanto un giornalista e un documentarista. Ed è proprio dal punto di vista del giornalista che con Matteo abbiamo deciso di realizzare un libro che avesse dei paletti ben delimitati, senza rischiare di perderci. “Una pietra sul passato” si inserisce perfettamente in un genere letterario ben definito, quello del reportage narrativo. Un libro scritto come se fosse una finta guida turistica, in cui ogni luogo racconta una storia, e tutte queste storie messe insieme raccontano la Storia (con la S maiuscola) di una comunità che ha vissuto un periodo molto particolare della sua vita, un’accelerazione improvvisa dopo millenni di fissità. Poi la spinta si è fermata, lasciando questo borgo in una strana sospensione. Noi abbiamo cercato di raccontare questo momento preciso, perché crediamo che sia un istante esemplare. Riteniamo che si tratti di una piccola storia, che racconti però una situazione che riguarda un’area geografica più ampia, quella del Mezzogiorno d’Italia e forse l’intero Paese. A Coreno, oggi, i segni di quella corsa forsennata, durata solo una manciata di decenni, ancora rimangono ben visibili, nel paesaggio e nella testa della gente. Eppure tutto sembra essere tornato di nuovo immobile, immutabile, per sempre. Le foto di Matteo, credo, in questo senso hanno colpito perfettamente nel segno.

Matteo Di Giovanni: “Essere in cammino” è fondamentale per un giornalista, per uno che vuole raccontare una storia. E di una storia si tratta. Noi siamo partiti volutamente dal particolare, Coreno, per raccontare delle dinamiche più ampie, più universali mi verrebbe da dire. È quello che fa Carlo in modo esemplare, scomponendo in tante piccole storie una storia più ampia, che a sua volta rimanda a storie ancora più grandi, a dinamiche presenti in tutto il nostro Centro-Sud e che rischiano di demolire il nostro Paese. La corsa forsennata, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, non porta da nessuna parte.

Le pietre che resistono e che testimoniano la distruzione di un paesaggio visivo, storico e culturale. Cosa resta scritto in quelle pietre?

Carlo Ruggiero: Su quelle pietre resta scritta la storia di questa comunità, nel bene e nel male. Restano i segni di una grande sbornia industriale ormai quasi passata del tutto, ma anche le tracce antiche di un mondo contadino ch nonostante tutto non è ancora morto e sepolto. Perché quel mondo, quella cultura, non è stata mai sostituita da un’altra cultura. La cultura d’impresa, a queste latitudini, non ha mai visto la luce per davvero. La cultura contadina che ha dominato su queste terre per millenni, invece, è rimasta nascosta nelle crepe della storia e ha superato la buriana. Ogni tanto viene fuori di nuovo. Perché è fatta di grande sofferenza e di enormi sacrifici, ma anche di propensione al lavoro, di capacità di stringere i denti e andare avanti, e dell’attitudine a costruire il futuro con le proprie mani. Tutte cose che oggi potrebbero tornare più che mai utili.

Matteo Di Giovanni: Quello che abbiamo cercato di fare è molto semplice: registrare, imprimere, scrivere su carta una storia, che altrimenti avrebbe rischiato di scomparire, come tante altre storie legate ai borghi e alle piccole comunità. Fotograficamente per me è stato un lavoro fondamentale. “Fotografare quelle pietre” e comporre una storia visivamente accattivante è stato un viaggio, che mi ha aiutato a comprendere delle cose che in passato mi erano oscure. Camminare in quei luoghi, alla scoperta di particolari che potessero raccontare tutto quello che ha investito questo piccolo paese, mi ha dato la possibilità di comprendere proprio la relazione che c’era, che c’è e che ci sarà tra i corenesi e le pietre, che sono ovunque. In quelle pietre resterà scritta per sempre la storia di questa comunità.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

More Posts

Follow Me:
DiggStumbleUpon

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento