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Opinioni e commenti
 

Usa: dati occupazione spingono Obama, ma Israele è con il “falco” Romney
Pubblicato il 03-11-2012


Per il presidente Obama è davvero una buona notizia, ottima. Sarebbero, infatti, 171,000 i nuovi posti di lavoro creati negli Stai Uniti nel solo mese di ottobre secondo quanto ha rivelato un report rilasciato nella giornata di ieri. La notizia rappresenta dunque un colpo per l’impianto propagandistico di Romney che aveva puntato proprio sulla disoccupazione per affondare i suoi colpi contro Obama. Ma, nonostante questi dati, nel paese con, forse, i maggiori legami verso gli Usa, primo ricettore di aiuti militari, i cuori non sono con Barak. Non è certo un mistero. Se a votare per le elezioni presidenziali Usa fossero, infatti, gli ebrei israeliani, è molto probabile che l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, vincerebbe di gran lunga su Barack Obama nella corsa alla White House. A indicarlo sono, all’unisono, tutti i sondaggi di queste ultime settimane, ultimo tra i quali quello del 30 ottobre di Radio Gerusalemme, che assegna a Barack Obama il 29 per cento dei consensi contro il 45 per cento per Mitt Romney. A metà di ottobre la ricerca demoscopica “Peace Index”, condotta dall’Israel Democracy Institute e dall’Università di Tel Aviv dava al candidato repubblicano uno stacco ancora maggiore: il 57,2 per cento delle preferenze contro il 21,5 per cento all’attuale presidente democratico. La domanda chiave alla quale il campione era chiamato a rispondere era stata chiara: “in base agli interessi israeliani, chi sarebbe il candidato da preferire per la vittoria?”.

GLI INTERESSI ISRAELIANI – Quello degli “interessi israeliani” è infatti un po’ il leitmotiv che ha contraddistinto, in queste ultime settimane, le analisi politiche che si sono rincorse sulla stampa israeliana in merito alle presidenziali americane. Già nello scorso luglio, quando ci si stava avvicinando al picco del contrasto Israele-Usa su un possibile attacco in solitaria dello stato ebraico alle strutture nucleari iraniane, un altro sondaggio dello stesso istituto ha certificato che il 40% degli israeliani “sente” da parte dello sfidante repubblicano maggiore vicinanza alla difesa degli interessi nazionali di Israele rispetto ad Obama, scelto dal 19 per cento. La parte più liberal degli analisti israeliani, invece, si affanna nel tentativo di smontare questa rappresentazione: proprio oggi, e non è la prima volta, un articolo di un fondo sulla edizione inglese di Haaretz definisce Obama «un buon presidente» per Israele. Ma, a fronte di questa valutazione, alla rielezione di Obama si è opposto uno dei più autorevoli rappresentanti del Sionismo religioso in Israele, il rabbino Eliezer Melamed che si è apertamente schierato a favore di Romney ed ha invitato gli americani a votare di conseguenza. Il tema è sempre lo stesso: la difesa degli interessi di Israele e l’atteggiamento del presidente democratico verso le “Primavere arabe”. In Israele è tanto lo scetticismo e prudenza rispetto all’esito finale di quelle che vengono definite le “rivoluzioni arabe”.

LA “CREMLINO CONNECTION” DEL FIGLIO DI ROMNEY – Il padre critica il Cremlino, ma il figlio va in Russia a caccia di finanziatori russi: Matt Romney, il secondogenito del candidato repubblicano alla Casa Bianca Mitt, è volato questa settimana a Mosca in cerca di oligarchi pronti a investire nella sua società immobiliare Excel Trust. A pochi giorni dal voto che potrebbe portare suo padre alla Casa Bianca, il viaggio del giovane Romney ha riportato i riflettori sul complesso rapporto tra affari e politica nel clan del candidato repubblicano. Suo figlio fa affari in Russia mentre il padre attacca il rivale Barack Obama accusandolo di essere «troppo morbido» con Mosca, definito «il nemico geopolitico numero uno» degli Usa, e promettendo agli elettori che «mostrerà più spina dorsale» col presidente Vladimir Putin se martedì verrà eletto “Commander in Chief”.

IL MESSAGGIO A PUTIN – Di tutt’altro tenore, secondo quanto appreso dal New York Times, il messaggio fatto arrivare a Putin tramite il figlio Matt: a dispetto della retorica elettorale, l’ex governatore del Massachusetts vuole mantenere buoni rapporti col Cremlino. Excel possiede shopping center dalla California alla Pennsylvania: Matt e il presidente della società, Gary Sabin, sono alla ricerca di investitori in Russia come in Europa: gente ansiosa di piazzare euro e rubli in società che garantiscano solidi ritorni in momenti di crisi economica. «Ci sono molte opportunità: persone che cercano dove mettere il loro denaro», ha detto Sabin al New York Times tornando a rilanciare, come aveva fatto ieri Romney padre, le critiche all’instabilità finanziaria del Vecchio Continente.

L’EUROPA CON OBAMA – Ma il fatto è che agli europei una presidenza Romney non andrebbe proprio giù: mentre in Italia, secondo un sondaggio commissionato dal Robert F.Kennedy Center for Justice and Human Right di Firenze, il 70 per cento dei cittadini si schiererebbe per il presidente democratico se avesse diritto al voto, in altri sette paesi del Nord Europa (Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia) sono addirittura 90 su cento i cittadini che, potessero farlo, si esprimerebbero per la riconferma del capo della Casa Bianca. Un vero e proprio plebiscito. Gli europei ovviamente non votano e «non c’è dubbio che a molti americani importa poco cosa si pensa oltreoceano», ha commentato Joe Twyman, direttore politico di YouGov, la rispettata agenzia britannica che ha condotto il rilevamento. Twyman ha aggiunto che «la storia ci insegna che quando un presidente americano è impopolare in Europa, ciò si riflette sull’immagine che gli europei hanno degli Stati Uniti».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. sono convinta che all’europa sarebbe più vicino un presidente democratico come Obama,uomo che non vuole avvilire gli altri paesi come il tracotante concorrente. abbiamo già visto che Obama fa una politica sociale a proteioni delle classi deboli e non è un sanguinario in politica estera.spero in una sua rielezione a tutto tondo.

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