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Opinioni e commenti
 

Ancora violenza in Egitto. Bobo Craxi (Psi), «Comunità internazionale vigili per evitare degenerazioni»
Pubblicato il 06-12-2012


Non si fermano gli scontri in Egitto. Nelle strade del Cairo, in piazza Tahrir, simbolo della “Saura” (la rivoluzione, ndr), intorno al palazzo presidenziale, la violenza dilaga arrivando fino ala cittadina di Ismailia dove è stata data alle fiamme una sede del movimento dei Fratelli Musulmani. A confrontarsi sono gli oppositori e i sostenitori del presidente Morsi. L’opposizione denuncia quello che ritiene essere un vero e proprio colpo di stato bianco. Negli scorsi giorni, con l’approvazione di un decreto presidenziale, Mohammed Morsi aveva aumentato, temporaneamente, i propri poteri in modo pressoché illimitato, rendendoli addirittura superiori a quelli precedentemente esercitati da Mubarak. Una situazione difficile dunque per l’Egitto ad un anno e mezzo dalla Primavera di piazza Tahrir che come ha detto all’Avanti! Bobo Craxi, responsabile esteri del Psi, «è necessario arginare attraverso una pressione della Comunità internazionale che eviti il divampare di scontri sociali a limite della guerra civile».

IL BILANCIO  –  Sarebbero tra i 5 e i 7 i morti accertati dall’inizio delle proteste che vedono protagonisti anche i membri dei Fratelli Musulmani che appoggiano il presidente. Le due fazioni si confrontano a colpi di bastone, lanci di pietre e bottiglie molotov con l’esercito che cerca di arginare i disordini e che ha, nel frattempo, schierato carri armati e mezzi blindati a difesa del palazzo presidenziale. I dati diffusi dal ministero della Sanità parlano, fino ad ora, di 446 feriti. Il primo ministro Hisham Qandil ha lanciato, nella serata di ieri,  un appello alla calma per poter «dare una chance agli sforzi ora in corso per iniziare un dialogo per la riconciliazione nazionale».

TURBOLENZA POLITICA – Sul piano politico, intanto, si registrano le dimissioni del presidente della televisione egiziana, Essam el Amir,  che ha dichiarato di non poter portare avanti il suo incarico per dissidenze rispetto alla maniera in cui si «gestisce il Paese». Mohamed El Baradei, dopo le accuse di istigare alla sovversione, ha condannato la violenza individuando nel presidente Morsi la causa dei disordini. Per l’ex direttore dell’Aiea (l’Agenzia per l’energia atomica delle Nazioni Unite), figura molto riconosciuta all’estero ma con poco seguito popolare in Egitto, la conditio sine qua non per riavviare il dialogo è il ritiro del decreto. L’esercito ha rivolto un appello ai manifestanti affinché pongano fine agli scontri e, il comandante della Guardia Repubblicana ha voluto rimarcare che il posizionamento di mezzi blindati non vuole essere un mezzo di repressione, ma solo di sicurezza. Morsi ha fatto sapere, tramite il suo portavoce, che la presidenza riconosce e rispetta il diritto a manifestare pacificamente sottolineando di aver impartito direttive alle forze di sicurezza di agire con moderazione. Da parte dei Fratelli musulmani arriva un appello all’unità del popolo egiziano: «Le nostre divisioni servono solo ai nemici della nazione».

REFERENDUM A RISCHIO – Le violenze fanno scendere anche un’ombra sinistra sul voto previsto per il prossimo 15 dicembre. Nonostante le dimissioni rassegate da 17 consiglieri del presidente Mohamed Morsi, resta confermato il referendum sulla nuova Costituzione adottata nei giorni scorsi dall’Assemblea del popolo egiziano. Il Testo prevede anche l’introduzione di alcuni aspetti della “Sharia”, la legge islamica, come fonte legislativa. Ma l’opposizione ha minacciato di boicottare l’appuntamento.

Craxi, l’opposizione accusa Morsi di essere un dittatore. Qual è la sua valutazione politica?

È chiaro che sul terreno, sul piano sociale e politico, anche le elezioni presidenziali tenutesi dopo la caduta di Mubarak che hanno sancito la vittoria di Morsi non hanno assorbito le profonde divisioni che vivono all’interno non solo dell’Egitto ma, in generale, dei paesi che hanno conosciuto le primavere arabe.  È dunque evidente che il decreto presidenziale appaia agli occhi dell’opposizione interna come un tentativo di schiacciare definitivamente e di delineare un percorso politico simile a quello dal quale l’Egitto era uscito meno di due anni fa, ovvero di un presidenzialismo ai confini con l’autoritarismo puro.

Ritiene davvero possibile una deriva autoritaria da parte di Morsi?

C’è da dire che la Comunità internazionale ha considerato che l’elemento transitorio di questa disposizione del presidente egiziano è qualcosa da prendersi estremamente sul serio. Se Morsi non dovesse rispettare questo impegno e tentasse un colpo di mano formalizzando definitivamente una acquisizione di poteri illimitata, verrebbe immediatamente meno l’appoggio non solo interno ma soprattutto esterno. Non dobbiamo dimenticare che l’Egitto è, dopo Israele, uno dei primi ricettori di aiuti militari  e non solo da parte degli Usa. Non è cosa da poco, se venisse meno questo supporto crollerebbe l’impalcatura statuale e questo Morsi lo sa bene. Diversa è la percezione che la gente può avere: è chiaro che l’opposizione e il popolo non si fidano, anche parchè c’è l’aggravante dell’elemento confessionale che si vorrebbe introdurre nella Costituzione. 

È anche vero che il presidente egiziano si è attribuito poteri straordinari solo transitori e giustificati dall’eccezionalità della difficile fase di transizione. Come si esce da quest’empasse?

Sul piano formale, Morsi avoca a se alcuni poteri per ragioni giustificate dalla difficoltà di transizione che, oltretutto non godono della concessione di una delega in bianco vista la temporaneità. Certo, le situazioni sono fluide e, si veda l’esempio della Tunisia, è difficile prevedere l’evoluzione di certe dinamiche. Proprio in Tunisia, infatti, siamo al confine di una tensione sociale che può esplodere in forme drammatiche che ci fa riflettere sulle ragioni di un nuovo scoppio di una rivoluzione sociale determinata dal ritardo con cui il Costituente sta lavorando. Una riflessione che implica prendere in considerazione il costo economico della transizione da sistemi dittatoriali a sistemi democratici. Sicuramente, soprattutto in paesi deboli, il saldo è alto.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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