domenica, 18 novembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Economie emergenti: la Turchia, lo scenario di un paese con un tasso di crescita secondo solo alla Cina
Pubblicato il 24-12-2012


Se Mustafa Kemal Ataturk potesse vedere la Turchia di oggi, forse, penserebbe che il grande sogno di rendere la Repubblica turca una potenza all’altezza dei Paesi occidentali sia diventato realtà. Un tasso di crescita secondo solo alla Cina, un’economia promettente, una invidiabile posizione geopolitica. L’Avanti! ne ha parlato con Giovanni Aliverti, profondo conoscitore delle dinamiche politico-economico della Turchia dove ha risieduto per due anni. Aliverti descrive quella che si potrebbe definire «una nuova stagione» per la nazione turca, che ha visto l’affermarsi di una supremazia non solo economica, ma anche politico-culturale incarnata in un modello divenuto vero e proprio faro di riferimento per tutta l’area mediorientale che stupisce per la sua capacità di fondere tradizione e modernità: «Mentre il mondo Occidentale, e l’Europa, schiacciati dalla crisi e dalle politiche di austerità s’interroga circa i propri valori e circa il proprio modello di sviluppo, la Turchia guidata dal partito AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) del presidente Recep Tayyip Erdogan sembra aver trovato una formula in grado di coniugare le politiche liberiste inaugurate dal governo con l’humus culturale della repubblica Kermalista e della tradizione ottomana e islamica». Una sorta di frattura ricucita, esempio di successo unico nel suo genere, un fermento che ha restituito alla Turchia quell’armonia che, dalla fondazione della Repubblica fino alla salita al potere nel 2002 dell’AKP, era stata spesso precaria o schiacciata sotto il peso della dicotomia laicità-tradizione.

Spiega Aliverti: «Gli stessi militari, un tempo garanti del secolarismo e che, in più di un’occasione, hanno fatto irruzione sulla scena politica con degli atti di forza che avevano il fine di riallineare la Repubblica sui binari dei dettami dell’ideologia kemalista, sembrano oggi essere stati ricondotti a più miti consigli dal presidente Erdogan, che è stato capace di realizzare ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile, ovvero un forte avvicinamento  tra i due più importanti poteri del Paese. Una formula di successo che si sposa con la posizione strategica di cerniera tra Occidente e Oriente, che fa della Turchia una sorta di snodo su cui si giocano gli equilibri geopolitici dell’intera Regione, che va dai Dardanelli fino, idealmente, al Marocco e che si estende anche fino alle viscere dell’altopiano iranico, espandendo la sua influenza sulle regioni dell’Asia centrale». Un Paese con un’età media giovanissima, un ottimo tasso di scolarizzazione e una classe dirigente formata da un sistema educativo, e universitario in particolare, fortemente all’avanguardia. Fattori che si saldano dando vita ad una locomotrice in grado di trainare il Paese, grazie anche ad una buona rete di infrastrutture e alla capacità di attrarre investimenti esteri.

Il “miracolo” turco, tuttavia, si trova anche ad affrontare sfide potenzialmente pericolose. Prima tra tutte, come ricorda Aliverti, la bilancia dei pagamenti. «Una vera propria spada di Damocle per l’economia turca che, secondo i dati pubblicati dalla Banca centrale, nel mese di marzo del 2011, ha registrato un passivo record di 9,8 miliardi di dollari, il più alto dal 1984, con un incremento del 120,5 per cento rispetto a quello di due anni prima. I turchi spendono per importare molto di più di quello che ricevono dall’esportazione. E sono soprattutto le importazioni dall’Europa a pesare sulla bilancia di Ankara. In un paese dove il reddito cresce così rapidamente», Aliverti fa notare «che sempre più gente, ogni anno, aumenta i propri consumi in quantità e qualità aumentando le importazioni e questa dinamica mette sotto pressione la bilancia dei pagamenti, perché, nonostante la buona capacità industriale, la Turchia importa ancora tanti, troppi prodotti dall’Europa. Il rischio è che se dovesse registrarsi una diminuzione drastica degli investimenti esteri, le banche locali non siano in grado di ri-finanziarsi. Sul fronte delle esportazioni, inoltre, i contraccolpi per le ricadute negative delle rivolte arabe, che hanno paralizzato, ad esempio, il lavoro delle imprese turche di costruzioni che operano in quelle aree, ma anche le tensioni in Siria hanno, di fatto, abbassato i ricavi del settore estero dell’economica turca che, nel 2011 erano scesi del 52 per cento, toccando i soli 100 milioni di dollari proprio a causa della crisi del settore delle costruzioni impegnato soprattutto in Libia».  Ed è proprio sul fronte delle relazioni internazionali che si palesa l’altro punto debole dell’edificio statale turco. La stessa politica di appeacement attuata da Erdogan verso i paesi vicini, infatti, un vero e proprio successo, rischia di naufragare a causa dell’instabilità che esplode nella regione. Come ricorda Aliverti, infatti, «è difficile andare d’accordo con tutti i vicini se questi litigano tra loro». A questi elementi di fragilità si somma il mai risolto problema kurdo ed il conseguente scontro militare con il PKK dove risultano fondamentali la collaborazione statunitense ed anche il supporto tecnologico israeliano», (attualmente le forze armate turche utilizzano droni senza pilota di produzione israeliana, ndr).

Riuscirà la Turchia a sostenere in futuro gli ottimi risultati ottenuti finora? Difficile a dirsi oggi, anche considerando i dubbi che molti cominciano a nutrire sulla qualità della democrazia turca e sulla sua evoluzione. Infatti il potere esecutivo si è rafforzato negli ultimi anni con metodi che hanno lasciato poco spazio al dialogo. Il contrasto con i militari, apparentemente risolto, è stato durissimo con l’arresto di circa 50 fra Ammiragli e Generali (in aggiunta ad un numero enorme di ufficiali) mentre l’ ultima riforma costituzionale (attuata nel 2010) a detta di molti ha consentito un aumento dell’ ingerenza della politica sul potere giudiziario.  Il tutto condito con l’ arresto di circa 60 giornalisti che attualmente restano in prigione con accuse che spesso suscitano perplessità. Negli ultimi anni, mentre l’ esecutivo raccoglieva i dividendi degli straordinari risultati economici raggiunti; tutti i poteri che a vario titolo gli erano in alternativa (militari, giudici, stampa) sono stati ad uno ad uno ridimensionati. Inoltre la tutela dei lavoratori è all’ atto pratico, lontana dagli standard occidentali e poco o nulla si è fatto su questo fronte .

Conclude Aliverti: «Nella Turchia di Erdogan il paese si è arricchito, ma la dialettica democratica si è di fatto impoverita rendendo quindi il sistema socialmente meno solido. Questo è il problema di sostenibilità che il paese deve risolvere per affrontare con successo le sfide economiche che lo attendono. Sicuramente la Turchia sembra aprire la strada su un cammino difficile, ma è presto per dire se, tra qualche anno, si parlerà di un successo enorme o di una promessa non mantenuta. Quello che è certo è che l’ esito di questa evoluzione ci riguarderà con conseguenze importanti anche per il nostro paese».

Cristina Calzecchi Onesti

Roberto Capocelli

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento