venerdì, 27 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Fiscal compact: agli Stati il rigore, all’Europa lo sviluppo
Pubblicato il 20-12-2012


La crisi economica ha evidenziato molti aspetti negativi sulla tenuta delle istituzioni europee e degli Stati sovrani,  ma ha anche avuto almeno due conseguenze positive. La prima è l’accresciuta capacità di reazione dell’Unione Europea che, con il passare dei mesi, ha sempre più condiviso le azioni per fronteggiare gli eventi. Il coordinamento tra Stati, protagonista nelle fasi iniziali della crisi, si è progressivamente trasformato in un’azione unitaria. Questo anche grazie alle numerose riunioni fra i Capi di Stato e di Governo europei, ben otto nel 2012.

NESSUN PAESE PUO’ SUPERARE LA CRISI DA SOLO – La seconda conseguenza positiva della crisi è stata l’acquisizione di una maggiore consapevolezza riguardo l’interconnessione tra le scelte economiche e le politiche dei vari Paesi europei. Nessun Paese può da solo superare la crisi, in quanto la contrazione della domanda in Paesi popolosi come Regno Unito, Spagna e Italia, inevitabilmente si ripercuote anche su quei Paesi che stanno meglio, come la Germania. Anche a causa dell’accelerazione impressa dagli spietati mercati finanziari, i leaders europei hanno dunque compreso che il contagio può essere molto rapido e che solo insieme si può trovare una soluzione alla crisi.

PERCHE’ IL FISCALCOMPACT E’ RISPOSTA EFFICACE ALLA CRISI – In tal senso il fiscal compact, cioè il patto che garantisce la disciplina nei bilanci pubblici di tutti i Paesi dell’Unione Europea, con esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, ha costituito una risposta innovativa, eterodossa ed efficace alla crisi. Innovativa ed eterodossa perché mira a bloccare la crescita del debito pubblico, in Italia lievitato ineluttabilmente da decenni per finanziare le spese correnti. Il patto, recepito nella nostra Costituzione, da un lato ha ridato credibilità al nostro Paese verso l’esterno e dall’altro ha mitigato il rischio di un conflitto intergenerazionale. Ma il fiscal compact è stato anche una risposta efficace alla crisi, perché ha consentito di portare alla ribalta una serie di norme che di fatto già erano state emanate dall’Europa tramite regolamenti, ma che, proprio per questa ragione, erano state trascurate dai media e poco percepite dall’opinione pubblica. Aver riportato gli stessi principi in un trattato intergovernativo, da un lato ha esaltato la visibilità dei vincoli di bilancio ivi contenuti, raffreddando i mercati, e dall’altro ha corroborato i rapporti fra gli Stati europei, contribuendo al varo del meccanismo europeo di stabilità, avvenuto lo scorso giugno, e, recentemente, dell’unione bancaria.

GLI SVANTAGGI DELL’APPLICAZIONE RIGIDA DEL PAREGGIO DI BILANCIO –  Nonostante i menzionati aspetti positivi del fiscal compact, l’applicazione del pareggio di bilancio in una ottica rigida rischia però di aggravare la crisi. Innanzitutto occorre tenere presente che la strada intrapresa dall’Europa continentale diverge da quella anglosassone e statunitense, dove le politiche economiche monetarie espansive puntano a ridurre il debito, rilanciare la crescita e contrastare la disoccupazione, pagando lo scotto di una maggiore inflazione. Una tale diversità di ricette economiche tra grandi e ancora influenti aree del globo, inevitabilmente porterà ad un diverso risultato e posizionamento globale negli anni a venire. Ma il fiscal compact applicato in modo rigido rischia di aggravare la crisi perché in un contesto di crisi della domanda, la riduzione dell’offerta non può essere letta come sostituzione di offerta efficiente ad offerta inefficiente. Si rischia quindi di avvitarsi in un circolo vizioso in cui la mancata crescita del prodotto interno lordo ci allontana sempre più dall’obiettivo di  riduzione del debito.

NON CONFONDIAMO IL DEBITO ‘BUONO’ DA QUELLO ‘CATTIVO’ – Va poi sottolineato che il problema non è il debito in sé. Ma quella parte di debito, cosiddetto cattivo, con cui si sono finanziate le spese, o più spesso gli sprechi, correnti. Occorre dunque scindere il debito buono, utilizzato per finanziare gli investimenti, da quello cattivo. Purtroppo l’Italia negli ultimi anni non ha brillato per capacità di impiego delle proprie risorse, al contrario della Germania, che ha saputo sfruttare molto bene il dividendo europeo per innovare il proprio tessuto industriale e integrare la ex Germania Est. Fermi restando gli impegni presi verso i nostri partners europei e recepiti nella Costituzione, occorre dunque ora costruire intorno al fiscal compact quello che non c’è. Ovvero una maggiore attenzione alla crescita. La politica di crescita, però, ormai non possono più farla gli Stati, soprattutto se sono nelle condizioni dell’Italia, o peggio. Ma può e deve farla l’Europa, che non ha debito e che potrebbe finanziarsi sui mercati finanziari tramite gli eurobonds. Quanto raccolto potrebbe poi essere destinato a specifiche politiche di crescita, ad esempio sostenendo gli investimenti in ricerca e sviluppo, l’ammodernamento del tessuto produttivo, la trasformazione strutturale dell’economia. Un bilancio europeo, con un ministro del Tesoro europeo ed un controllo del Parlamento europeo potrebbe andare in questa direzione. Agli Stati il rigore, all’Europa la crescita, dunque. Peccato che nessun Paese europeo abbia ancora intrapreso una seria iniziativa in tal senso, ad esempio sostenendo la road map verso una genuina Unione presentata recentemente da Barroso. Forse toccherà ancora a noi italiani, dopo le prossime elezioni politiche, prendere l’iniziativa e mostrarci capaci di essere in Europa, per l’Italia e per l’Europa.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Piu’ politica, ,piu’ Europa, piu’ crescita. Mi chiedo perchè la road map di Barroso è stata lasciata cadere.Non c’entra nulla l’interesse dei grandi poteri finanziari a tenere divisi i Paesi per coltivare meglio i propri interessi ?

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