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Opinioni e commenti
 

Il ritorno dell'”assoluto” contro il fascismo delle merci e della tv
Pubblicato il 06-12-2012


Contro l’immane sciocchezzaio dei media e dei poteri improntati a sogno, falsità e mediocrità; contro i linguaggi chiusi e prefabbricati dal dominio delle caste; contro i totalitarismi striscianti che abdicano alla vera libertà dell’individuo, e a favore di una ripresa delle basi puramente speculative della filosofia e della ricerca di un “assoluto” (“pura energheia, pura attività “formante””) si dedica Rocco Ronchi, filosofo e docente universitario a L’Aquila e Milano, nel suo Come fare. Per una resistenza filosofica (Feltrinelli, pagg. 190, euro 20). Un assoluto, dunque, che Ronchi identifica, in una raccolta di saggi di straordinaria densità e levigatezza, nel pre-ontologico, nel “mostruoso” della coscienza sartriana, in quello che Lacan chiamerà l’”inconscio larvale”, ovvero il dischiudersi dell’essere nella sua vastità e indeterminatezza, la morfogenesi, l’infinita, antepredicativa ramificazione e incessante rigenerazione delle cose, dei fatti, degli insiemi.

Professor Ronchi, lei fonda la sua trattazione su una “rupture” che ritiene imprescindibile: il non essere sottomessi più a nessun principio assoluto e non credere più in una coappartenenza originaria fra Io e Mondo. È  da qui che dobbiamo ripartire e perché?

“Non è l’assoluto che si deve dismettere. Tutt’altro. Credo infatti che se la filosofia non si propone come scienza dell’assoluto, venga meno a se stessa e lasci il campo libero per ogni forma di relativismo e, in ultima analisi, di sofistica. La filosofia ha bisogno dell’assoluto come un vivente ha bisogno dell’aria. La questione è piuttosto la natura di questo assoluto. L’assoluto è tale solo se è sciolto, se as-solto dalla relazione. La modernità, almeno a partire dalla rivoluzione copernicana di Kant, lo ha invece vincolato al soggetto e in un ultima analisi all’uomo. L’esistenza umana, nella sua radicale finitezza (“essere-per-la-morte”, diceva Heidegger), è diventato così l’orizzonte ultimo e insuperabile dell’esperienza. Perfino dio, se vuole apparire ai moderni, deve farsi finito, deve imparare a morire… Pensare un assoluto incommensurabile all’uomo è invece il compito di una filosofia veramente speculativa. Seguendo questa strada essa potrà di nuovo incrociare la scienza, che si è costituita come scienza proprio sganciando la natura da ogni antropomorfismo e da ogni finalismo “umano troppo umano”.

Occhieggia qua e là nel suo testo una sorta di manifesto politico che in alcuni punti lei definisce “rifondazione di un materialismo radicale e non riconciliato”. Cosa intende?

L’azione politica, soprattutto quando vuole operare una trasformazione radicale dell’assetto sociale, ha bisogno del materialismo. Non a caso, la liquidazione del materialismo nella cultura italiana e non solo ha avuto il senso della liquidazione tout-court di ogni prospettiva di cambiamento. Ma il materialismo di cui abbiamo bisogno non può essere un materialismo “storico”. Deve essere un materialismo “assoluto”. Io amo citare, a questo proposito, autori apparentemente ben poco “materialisti” come Bergson, Gentile, Whitehead o Deleuze.

Una “comunità tragica “, per citarla, è una soluzione al vuoto spettrale e corrotto dei meccanismi istituzionali oggi? Come si può arrivare a questa dimensione etica così profonda e cosmica?

Un tempo pensavo che fosse la finitezza vissuta fino in fondo, bevuta, per così dire, fino alla feccia, che potesse permettere questa comunità di uomini liberi e uguali. Così la pensava Georges Bataille negli anni ’30, sotto la minaccia del fascismo, e così, ad esempio, la pensano ancora oggi, sotto la minaccia del neoliberismo, Jean-Luc Nancy e tanti pensatori radicali. Oggi non la vedo più così. Penso, anzi, che la scommessa sia un’altra. Bisogna abbandonare il culto della finitezza per approdare ad un nuovo infinito. Per dare alla Terra una speranza di salvezza bisogna riattivare quanto c’è di non umano nell’uomo, quanto in lui comunica con la natura vivente, con l’assoluto del Reale. Le nostre responsabilità non riguardano ormai più solo il nostro prossimo, ma si estendono ben oltre. Coinvolgono la natura nella sua interezza.

Nel suo libro fa attente e bellissime analisi sulla “plastificazione” del linguaggio sempre più modulare e non intersoggettivo, e sull’uso estremo del corpo a fini di performance. Quanta responsabilità attribuisce alla violenza dei media – tv innanzitutto – e al processo di fiction globale che avvolge ogni nostro pensiero?

Karl Kraus diceva che l’origine di ogni violenza è la distruzione del linguaggio. Aveva ragione al cento per cento. Il linguaggio è infatti l’aria che respiriamo in quanto esseri “culturali”. Il mondo lo riceviamo dalla parola dell’Altro e come parola lo doniamo alle generazioni future. Se lo deturpiamo sfiguriamo noi stessi. Negli ultimi quarant’anni sui media è stata combattuta una vera e propria guerra mondiale la cui posta in gioco è stata la parola. Attraverso una ristrutturazione “modulare” del linguaggio, attraverso la sua banalizzazione, i media hanno infatti cercato di affondare la stessa capacità di fare esperienza dell’uomo. Al tempo stesso hanno spianato la strada alla concretissima violenza delle guerre “asimmetriche” e alla legittimazione delle pratiche di esclusione di consistenti quote della popolazione. Mi sentirei di dire che si è trattato quasi di un’operazione pianificata.

Da un punto di vista estetico fonda le sue critiche più acute su uno scardinamento della follia del nazi-fascismo. Per “fabbricare un nuovo uomo” bisogna non dimenticare l’abisso dei totalitarismi?

Il fascismo, soprattutto nella sua originaria versione italiana, è, lo devo ammettere, quasi una mia ossessione. Diffido, infatti, dei generici discorsi sul “totalitarismo”. In una battuta, direi che il fascismo è stato un esperimento di cui non conosciamo ancora l’esito, anche se sul piano storico parrebbe sconfitto. Mi chiedo se il tipo d’uomo che il fascismo voleva produrre non sia ancora oggi, con altri mezzi naturalmente,  certamente più sofisticati, in via di gestazione. “Resistenza” resta per me una parola d’ordine.

Carmine Castoro

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Commenti all'articolo
  1. Condivido!
    La filosofia o è pensiero dell’Assoluto (ancor meglio, all’Assoluto, nell’Assoluto), oppure non è filosofia. Potrà magari essere ‘filosofia’ del linguaggio, della scienza, della storia, ecc., ma non sarà propriamente filosofia. Questa, allora, potrà farci recuperare quello sguardo sull’Essere che dai pensatori pre-socratici arriva a quello di un Bergson o di un Whitehead, ma, come mi piace ricordare, era anche quello del nostro Giordano Bruno che, con eroico furore, parlava dell’ “instituto santo della natura”. Ripensare ed agire nella materia-vitale in cui ci è dato di esistere, con lo sguardo rivolto all’incommensurabilità dell’ Assoluto, renderà possibile recuperare un linguaggio e praticare una scienza che saranno in grado di rapportarsi in modo più armonioso alla realtà. Leggerò e mediterò con grande interesse e piacere questo libro di Rocco Ronchi.
    Alfio Fantinel

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