mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Intervista esclusiva dell’Avanti! Al Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz
Pubblicato il 28-12-2012


Nell’idea dei Padri fondatori, l’Europa nacque come luogo di cooperazione. Un’entità in grado di rafforzare gli Stati del Vecchio Continente, a cui conferire uno spessore politico fondato su un modello di civiltà vasto, capace di accogliere, integrare e garantire la pace. Una risposta di democrazia alla tragedia della Seconda Guerra mondiale e alle incombenti minacce lanciate dalla Guerra Fredda. A distanza di settant’anni, quell’idea di Europa sembra sempre più riflettere necessità economiche generate dalla moltiplicazione dei bisogni, figlie di un sistema capitalistico liberista esasperato. Una deriva che poco ha a che vedere con l’idea fondante di progresso su cui si basava il progetto in cui milioni di persone hanno creduto e continuano a credere. L’immagine di piazza Syntagma è vista da molti come il monito di una promessa non mantenuta, di un seme che non germoglia. Di fronte all’incapacità del soggetto Europa di rispondere alla crisi economica mondiale attraverso un modello politico e sociale diverso, cresce “l’euroscetticismo” cavalcato da movimenti populisti e xenofobi che fanno leva sul malcontento e generati, secondo gli analisti più autorevoli, dalla mancata realizzazione dell’edificio politico comune o, piuttosto, alla perdita di senso delle sue radici fondanti. L’introduzione della moneta unica ha evidenziato le difficoltà di una Banca Centrale priva di poteri simili alla Federal Reserve statunitense, espressione di un’entità prima politica che economica. Di fronte all’introduzione dell’Euro sembra essere mancata una politica comune di controlli, di tassazione, di politiche attive economiche, industriali e di sostegno ai giovani. Manca un progetto unitario di welfare e di regole condivise del mercato del lavoro, che portino a pensare che l’Europa non sia solo un’entità meramente valutaria e mercantile. L’attuale combinazione di strette misure di controllo monetario lascia aperto l’interrogativo su cosa rappresenti oggi l’Europa, soprattutto in quei Paesi che subiscono l’azione dei mercati.

Ma, anche gli stati più forti devono fare i conti con l’offensiva da parte di una finanza meramente speculativa. La domanda è se accettando una devolution di poteri e di una parte delle sovranità dei singoli stati membri, da subordinare a una disciplina comune, si può sperare di moderare gli eccessi dell’attuale sistema e fronteggiare comunemente la crisi scaturita dal cosiddetto “credit crunch”, il calo significativo dell’offerta di credito al termine di un prolungato periodo espansivo e in grado di accentuare la fase recessiva. La crisi dell’Euro segnala una più generale crisi del modello Occidentale, apparentemente poco pronto a cogliere le opportunità della globalizzazione, crisi alla quale l’Europa è chiamata a dare risposte.  I partiti d’ispirazione socialista e riformista non hanno dubbi sulla bontà del progetto Europa, pur se con nuovi profili e un diverso posizionamento dell’Italia. Avanti! ha provato a indagare su questo nuovo identikit intervistando il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz.

L’idea di Europa, come è stata immaginata dai suoi padri, si basava soprattutto sulla creazione di un’entità eminentemente politica. Abbiamo assistito, invece, alla nascita di un soggetto realizzato, soprattutto, sul piano dei rapporti mercantili, a cominciare dalle prime sperimentazioni come la Ceca, il Mec, etc. Le sfide lanciate dalla speculazione finanziaria sull’Euro mostrano tutta la debolezza di un progetto europeo incompiuto. A chi si può imputare la responsabilità di questa deriva?

Non sono d’accordo con l’analisi secondo la quale l’Unione europea, partita da grandi ideali, si è ridotta a un puro spazio economico, basato su relazioni commerciali. In questi 60 anni abbiamo costruito ben più che un mercato: abbiamo garantito pace, stabilità, e livelli di prosperità mai conosciuti prima a milioni di cittadini. Abbiamo permesso a popoli che, fino a pochi anni fa vivevano nell’oppressione e nella dittatura, di accedere alla democrazia, la libertà, la giustizia. Il nostro modello sociale, che tutto il mondo ci invidia, ha mostrato che è possibile combinare libertà e protezione sociale, concorrenza e diritti. Siamo il continente con le norme sociali e ambientali più rigorose al mondo. L’Euro è parte integrante di questo progetto, di questa visione. E’ chiaro però, che la mancanza di un governo comune della nostra moneta, è stato uno dei grandi errori del passato, che la crisi ha messo drammaticamente in evidenza.

Anni fa ero un sostenitore convinto degli Stati Uniti d’Europa. Poi, con gli anni e l’esperienza al Parlamento europeo, ho capito che il nostro continente è troppo diversificato, troppo ricco e troppo plurale, per poter sperare di essere, un giorno, un solo popolo con la stessa lingua, la stessa identità, lo stesso senso di appartenenza. Sono, invece, un sostenitore sempre più convinto della necessità di un’Europa politica. Un’Europa federale è l’unica risposta alle sfide del 21esimo secolo. Purtroppo negli ultimi anni gli egoismi nazionali hanno messo gli interessi particolari e di breve termine davanti a quelli comuni. Il Consiglio europeo assomiglia a un Congresso di Vienna dei nostri giorni, in cui il più forte ha ragione sul più debole. Questa non è l’Europa di Spinelli, l’Europa del “metodo comunitario”, l’Europa della solidarietà, che, non dimentichiamo, è la ragion d’essere dell’Europa. Per cui, dobbiamo continuare a batterci per i valori fondanti della nostra Europa e per farne una comunità politica coesa e autorevole, in grado di affermare il proprio modello sociale nel mondo.

Si parla sempre più spesso di supremazia del capitale e della finanza. Una realtà che sembra nascere dall’impronta delle politiche liberiste degli ultimi trent’anni che hanno cercato di fare piazza pulita dell’idea stessa di welfare. La ricchezza sembra si stia trasferendo dal lavoro alle rendite. Cosa sta accadendo e quali sono le responsabilità di quello che avrebbe dovuto essere un soggetto politico forte come l’Europa?

L’Europa rimane il più ricco continente del mondo anche se la ricchezza non è distribuita in maniera equa. Anche nel mio paese, la Germania, le risorse private continuano a crescere ma il 50 per cento della ricchezza si trova nelle mani del 10% della popolazione. D’altra parte, il 50% di popolazione più in basso della piramide, possiede solo l’1% della ricchezza. E’ chiaro che questa situazione è il risultato della visione neoliberale che vede le persone come rivali, o come costi, e il mercato come in grado di auto-regolarsi. La crisi ha mostrato le falle del sistema, e alla fine i costi del mercato senza regole sono stati scaricati sui contribuenti. Non c’è niente di peggio di un capitalismo che non prende rischi: è un capitalismo assolutamente corrotto. In questa situazione l’Europa ha responsabilità enormi, certamente. Il modello neo-liberale ha guidato le scelte o le non scelte di molti governi. Una volta Angela Merkel ha parlato di “democrazia adeguata ai mercati”. Io credo nell’esatto opposto: voglio che siamo i mercati ad adeguarsi alla democrazia! Purtroppo ancora oggi, al Consiglio, le proposte sui bonus dei banchieri, quelle sui paradisi fiscali, quelle per limitare l’high frequency trading, sono bloccate da alcuni governi, che non credono alla regolamentazione dei mercati finanziari. In questo quadro, è chiaro il nostro compito, come progressisti e come europei: dobbiamo cambiare di direzione, rimettere la politica e le persone al centro, per un’Europa in cui sia la solidarietà e non il profitto il principio guida delle nostre decisioni.

Le forze socialiste continuano a ripetere che è necessario riaffermare il primato della persona e dei suoi bisogni. Quale tipo di modello politico ed economico potrebbe garantire all’Europa questo spostamento di asse e, soprattutto, attraverso quali azioni concrete e quali risorse è possibile realizzarlo?

Nel breve termine, l’urgenza è rompere la spirale fra debiti pubblici e tassi d’interesse in alcuni paesi dell’Eurozona, Italia compresa. I paesi del Sud dell’Europa pagano interessi astronomici al prezzo di sacrifici per i giovani, i pensionati, per tutti coloro che hanno bisogno dei servizi pubblici. E’ necessario un meccanismo che permetta una certa qual forma di mutualizzazione del debito, per combattere la speculazione sull’euro. Io sono a favore degli Eurobond ma, siccome ci sono troppe resistenze, si possono trovare anche altre soluzioni, per esempio un fondo di redenzione del debito, o la licenza bancaria per il Meccanismo europeo di Stabilità. Nel medio termine bisogna migliorare la qualità delle entrate: la cooperazione rafforzata di 11 paesi UE sulla tassa sulle transazioni finanziarie, è finalmente un passo nella buona direzione, anche se il Parlamento avrebbe preferito una vera e propria legge europea. Dobbiamo insieme combattere l’evasione fiscale via accordi internazionali con i paesi terzi a livello UE, non dei singoli paesi. Queste misure sono necessarie per liberare risorse per gli investimenti e quindi la crescita e l’occupazione. Poi c’è il capitolo della regolamentazione dei mercati finanziari – il Parlamento ha proposto di limitare i bonus dei banchieri al massimo al livello del loro stipendio; di ridurre il trading ad alta frequenza; limitare la speculazione sulle materie prime; eliminare le dark pools; regolare i private equity; spuntare le armi dei paradisi fiscali: tutte queste sono leggi già sul tavolo, ma bloccate al Consiglio dei Ministri. Infine: il Parlamento aveva proposto di inserire un pilastro sociale nelle riflessioni sul futuro dell’Europa. Purtroppo, anche questa proposta è stata per ora scartata dai governi. Ma continueremo a batterci perché i governi dell’Europa si sentano responsabili di un nuovo, indispensabile “contratto sociale” con i cittadini europei.

L’introduzione dell’Euro sembra aver favorito alcuni paesi, migliorandone la capacità di esportare prodotti, penalizzandone altri, stretti nella morsa dei parametri di Maastricht. È vero secondo lei e perché?

Il problema è che abbiamo una moneta unica, una Banca centrale, il mercato unico… e 17 governi. La mancanza di un governo dell’Euro è alla radice dei problemi di questi anni, e dell’esposizione dei debiti pubblici di alcuni paesi europei così come della speculazione finanziaria: l’euro non è una moneta debole, continua ad essere forte rispetto al dollaro e sui mercati, è la governance della moneta che è debole. Non è possibile che un paese paghi il 6-7% di interesse sul suo debito, mentre un altro, per esempio la Germania, si finanzi quasi a tasso zero, e anzi guadagni prestando soldi agli altri. Ma questi sono guadagni di corto termine: noi dobbiamo fare capire ai nostri cittadini, tedeschi, lussemburghesi o italiani, che l’unica alternativa a lungo termine, non è tornare al marco, alla lira o al franco lussemburghese. Io non credo che convenga a nessuno, in primis alla Germania.

I Fondi strutturali europei, a partire dal 2000, hanno messo a disposizione una somma equivalente a circa un terzo del bilancio della UE. Sono stati investiti nei campi giusti? 

I fondi strutturali sono fondamentali, soprattutto in un’epoca di austerità, dove molti governi hanno tagliato prima di tutto sugli investimenti. I fondi strutturali sono fondi destinati alla crescita e la creazione di posti di lavoro, con un effetto moltiplicatore che ha funzionato in molti paesi: basta pensare alla Polonia di oggi. Per diversi paesi, restano l’unica risorsa destinata agli investimenti. Per questo il Parlamento europeo difende una politica di coesione all’altezza degli obiettivi che l’UE si pone.

Nei decenni scorsi l’Europa, gli Usa e quello che, in generale si definisce “l’Occidente” sono stati attori predominanti sullo scenario geopolitico, economico e strategico mondiale. Una posizione di privilegio frutto, tra le altre cose, delle condizioni economiche conquistate, anche, grazie allo sfruttamento di risorse di zone povere del pianeta. Oggi questo equilibrio appare diverso e destinato ad una sempre maggiore trasformazione a vantaggio delle economie emergenti che entrano come concorrenti sullo scacchiere globale. Secondo lei, è possibile conciliare un approccio nuovo verso le politiche sociali e i diritti, caratteristico del pensiero progressista, con le logiche imposte dal “Nuovo disordine mondiale”?

Mantenendo e difendendo il nostro modello sociale. Siamo l’economia più forte del pianeta, un mercato di 500 milioni di consumatori. Se fossimo uniti politicamente, la nostra voce conterebbe molto di più anche nelle relazioni commerciali. Faccio un esempio: pochi giorni fa il Parlamento ha dato il suo via libera a un accordo di libero scambio con la Colombia e il Perù. Questi Paesi hanno problemi importanti con i diritti umani, per esempio la protezione dei sindacalisti in Colombia o delle minoranze etniche in Perù. Abbiamo negoziato e ottenuto, nell’accordo di libero scambio, una road map vincolante che impegni i due paesi a passi in avanti sugli standard in materia di diritti dei lavoratori, protezione dell’ambiente e diritti umani. Questa è, a mio avviso, la strada da percorrere: combinare alleanze regionali, apertura di nuovi mercati per la creazione di lavoro e crescita in Europa e difesa del nostro modello sociale.

Il dibattito sulla rappresentatività delle istituzioni europee è molto acceso perché sembra esserci una progressiva perdita di democrazia. Delle tre istituzioni dell’Ue, Parlamento, Commissione, Consiglio è quest’ultimo, espressione dei governi, ad avere l’ultima parola. Il Parlamento, invece, eletto a suffragio universale con sistema proporzionale, di poteri ne ha ben pochi. L’eventuale elezione diretta del Presidente della Commissione potrebbe essere la via giusta per ridare ai cittadini un vero potere decisionale? O si dovrebbero percorrere anche altre strade?

Non è vero che il Parlamento ha pochi poteri. Siamo co-legislatori insieme al Consiglio di tutte le leggi europee. Abbiamo l’ultima parola sul bilancio. Controlliamo l’operato della Commissione europea e delle altre istituzioni. Serve il nostro consenso per dare il via a i trattati internazionali firmati a nome dell’UE…. Il problema è che facciamo tantissime cose ma non sono percepite dai cittadini, il ruolo della nostra istituzione passa in secondo piano anche perché i media, che rimangono interamente nazionali, ritraggono l’Europa dal prisma nazionale, a discapito delle istituzioni comunitarie.

L’elezione del Presidente della Commissione con le elezioni europee 2014 contribuirà certamente a cambiare questa percezione, perché i partiti nazionali faranno campagna per un candidato che probabilmente non sarà del loro paese: il PD potrebbe fare campagna per un polacco, il PDL per un francese, e così via. Questo incoraggerà i partiti a forgiare programmi alternativi tra loro e con una dimensione europea. In ogni caso, nella storia, i parlamenti – o altre assemblee che rappresentano direttamente dei cittadini – si sono sempre battuti per avere più peso e più voce: nulla è stato mai stato concesso o regalato dagli esecutivi. Anche il Parlamento europeo, e questo è l’obiettivo principale del mio mandato, continua a battersi per essere più visibile, più udibile e più incisivo.

Roberto Capocelli

Cristina Calzecchi Onesti

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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