lunedì, 23 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Ipermondo, dieci chiavi per capire il presente
Pubblicato il 27-12-2012


Se nella sua accezione, classicamente fenomenologica, “mondo” era il fascio di relazioni e condizioni che l’uomo viveva come esperienza tra gli artifici da lui inventati e i simili di cui condivideva debolezze e con cui costruiva valori, che cos’è l’”ipermondo”? Cosa aggiunge o sottrae, forse per sempre, il suffisso “iper” a questa base antropologicamente primaria su cui sono state combattute guerre, immaginate nuove visioni del futuro, disegnate strategie linguistiche, intessute emozioni collettive e lotte per l’emancipazione di tutti rispetto ai dogmi del potere? Sicuramente l’Ipermondo è una dimensione ancora sulfurea, virtuale e carnale al tempo stesso, che include le fascinazioni del pubblicitario, le modulazioni silenziose del televisivo, le interfacce globali dell’informatica, le seduzioni di un mercato lasciato a briglia sciolta, le illusioni di una libertà disancorata dal sentimento tragico della vita che ci ha accompagnato per secoli, fino all’altro ieri della Storia. Vanni Codeluppi, sociologo dei consumi, docente prestigioso presso l’università di Modena e Reggio, grande studioso di questo viluppo di oggetti e soggetti, se così possiamo definire il dramma del postmoderno, ci accompagna col suo libro Ipermondo – Dieci chiavi per capire il presente (Laterza, pagg. 158, euro 16) in un viaggio affascinante, a tratti inquietante, perché non prevede ancora stazioni di arrivo. Con uno stile mai lussureggiante, ma asciutto, divulgativo e incisivo, scartavetra le nostre coscienze, aprendo in modo soft baccelli di filosoficità, valvole di criticità, ferite sgocciolanti che non sanno di morte ma di rinascita del pensiero all’interno di quelle comode coperture concettuali con cui la santificazione incrociata della fiction, della finanza e della tecnologia sta seppellendo la nostra nuda ma potente umanità.

Professore, partirei da questo concetto di “incomprensibilità del reale” con cui si apre il libro stesso. Sembriamo dilaniati tra gioie apparenti e profonde frustrazioni: è questa la nostra condanna? Una schizofrenia dell’anima e del sistema?

“Questo è ciò a cui ci condanna il biocapitalismo, cioè l’ultima tappa di un lungo processo evolutivo che ha riguardato la storia delle società occidentali e che si caratterizza per il crescente intreccio del sistema economico con le vite degli esseri umani. In precedenza, il capitalismo faceva principalmente ricorso alle funzioni di trasformazione delle materie prime svolte dai macchinari e dai corpi dei lavoratori. Il biocapitalismo invece produce del valore economico estraendolo, oltre che dal corpo operante come strumento materiale di lavoro, anche dal corpo inteso nella sua globalità. Dunque, grazie soprattutto alle possibilità rese disponibili da Internet e dalle nuove tecnologie di comunicazione, agisce su tutte le componenti biologiche e sulle dimensioni mentali, relazionali e affettive degli individui”.

Come si è arrivati a questa cultura dell’indistinto che serpeggia nelle analisi del libro, ovvero l’assenza di differenza tra pubblico e privato, reale e artificiale, informazione e comunicazione, cultura e spettacolo? A quale “nemico” infetto dobbiamo questo virus, se così possiamo dire?

“La responsabilità è di quel modello aperto e relativistico che è proprio della cultura postmoderna. Una cultura che ha avuto negli ultimi decenni un’elevata diffusione soprattutto perché ha saputo operare come un’ideologia in grado di legittimare e supportare efficacemente sul piano culturale l’impetuoso sviluppo che parallelamente è stato fatto registrare dal pensiero neoliberista. Se il secondo ha agito infatti negli ambiti dell’economia e della politica, imponendo l’idea che lo Stato dev’essere smantellato a favore del mercato, il postmoderno ha svolto lo stesso ruolo all’interno dello spazio culturale. Il neoliberismo e il postmoderno hanno in comune la promessa di rendere più libero l’individuo, mentre in realtà riducono progressivamente il potere di cui quest’ultimo disponeva in precedenza. Se tutto diventa relativo, se tutte le posizioni possono avere un valore, come sostengono i fautori del postmoderno, alla fine nulla ha più valore. Mentre il potere continua a rimanere ben saldo e anzi ad accrescersi nelle mani di chi l’ha sempre detenuto”.

Come ne usciamo? Rivalutando cosa? Riappropriandoci di cosa? E’ una questione di scelte etiche rivedibili o di “estetiche” che si sono impadronite di noi?

“Il Biocapitalismo ha bisogno di nutrirsi della vita degli esseri umani, ma tende nello stesso tempo anche a soffocare tale vita. Dunque, mangia paradossalmente se stesso. Ci si può chiedere dunque se ciò potrà diventare in futuro per il capitalismo una contraddizione difficile da gestire e dunque potenzialmente problematica. La mia opinione è che questi fenomeni sono talmente radicati nei processi di sviluppo economico e sociale attivi da qualche anno che la crisi economica attualmente in corso potrà soltanto rallentare la loro corsa, che poi riprenderà con forza. A meno che naturalmente non subentri un altro limite, ovvero quello ecologico. Cioè la carenza di materie prime, di risorse materiali da trasformare in valore economico”.

Se tariamo tutto sull’individuo, come può questo, oggi, nel gorgo tutto postmoderno delle macchine, delle reti e del televisivo, trovare un personale baricentro che riavvolga affetti e storie, personali e collettive?

“Gli individui oggi sono sicuramente più liberi perché non hanno più quei vincoli e quelle regole da rispettare che caratterizzavano le società tradizionali. Ma, nel contempo, la loro vita è sempre più occupata da impegni ai quali non sono in grado di sfuggire. Sono soprattutto obbligati a “lavorare” per costruire e mantenere aggiornate nel tempo le loro identità personali. Pensiamo soltanto all’enorme quantità di tempo che devono dedicare alla cura delle relazioni sociali attraverso i social network e, in generale, Internet e gli strumenti tecnologici di comunicazione. Rincorrono continuamente l’evoluzione della cultura sociale e soprattutto della comunicazione, senza riuscire a raggiungere un proprio baricentro”.

Una parte molto interessante del libro è quella finale dove sul banco degli imputati c’è il corpo, nelle sue derive “packaging” e di “trasparenza totale”: è sul corpo che si gioca la sfida più delicata del terzo millennio?

“Effettivamente il corpo umano è diventato un potente strumento di comunicazione di cui le persone oggi non possono fare a meno, perché consente di trasmettere la propria identità agli altri con notevole efficacia. È inevitabile dunque che gli individui sentano di poter liberamente manipolare il loro corpo per raggiungere quegli obiettivi sociali che si sono dati. Si impone così quello che ho denominato il “corpo flusso”, vale a dire un corpo che si trova in uno stato di variazione permanente, non ha confini, né identità fisse e tenta di essere sempre più indipendente da quelle leggi che caratterizzavano in passato la biologia”.

Quanto il regno del Sogno installato da certa tv, dai marchi pubblicitari, dalla “vetrinizzazione” globale è responsabile dello sfascio morale e culturale in cui viviamo? O dobbiamo abituarci ad una neo-naturalizzazione della dimensione virtuale della vita, senza più linee di fuga che un tempo si definivano “umane”?

“Nelle società maggiormente avanzate, si sta producendo una nuova forma di cultura nella quale realtà e immaginazione tendono progressivamente a confondersi. Cioè si sviluppa una particolare realtà di secondo livello che viene creata dai media e che non sostituisce il mondo dell’esperienza concretamente vissuta, ma opera insieme ad esso. La cultura infatti ha profondamente modificato negli ultimi anni la sua natura e non può più essere considerata un semplice insieme di forme espressive, norme e valori. È invece un vero mondo, il mondo concreto e fisicamente sperimentabile del consumo, della moda, dei media e dell’industria culturale. Un mondo sempre più globale e dominato dal capitale delle multinazionali, ma anche in grado di funzionare secondo la logica della Rete e dello spettacolo mediatico. Un mondo inoltre che è riuscito a conquistare una posizione centrale nell’immaginario collettivo e individuale e che è pertanto in grado di trasformare radicalmente la vita quotidiana delle persone”.

Carmine Castoro

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