sabato, 22 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Israele/Palestina. La retorica della coesistenza di Ilan Pappé
Pubblicato il 14-12-2012


Non è certo di dominio pubblico che, fra le più recenti leggi, Israele abbia deciso di imporre il rispetto dello “stato ebraico” a tutti i suoi abitanti, anche di origine palestinese. Che, inoltre, con grande facilità, le ONG che difendono i diritti di questi ultimi siano tacciate di essere “di sinistra” o “filoterroristiche”, o dichiaratamente “fuorilegge” per impedire qualsiasi appoggio esterno, logistico e alimentare (il massacro dei nove attivisti della Freedom Flotilla nel maggio 2010 è ancora lì a dimostrarlo con il sangue di chi portava aiuti e solidarietà). E che, infine, un’altra specifica e chirurgica disposizione interna vieti anche solo le commemorazioni della Nakba, la pulizia etnica messa in atto dalle forze militari e paramilitari israeliane in centinaia di villaggi nel 1948-’49: qualsiasi evento, qualsiasi raduno della memoria sarebbe passibile di durissime multe. Non solo. Continua ad agire indisturbata la Israel Land Authority, la principale agenzia di Stato finalizzata all’allocazione di terre secondo principi discriminatori che non tralasciano pratiche lesive della dignità e dei diritti dei palestinesi che ne sono in molti casi i legittimi proprietari.

“I palestinesi della Galilea e di al-Naqab (il Negev) continuano a subire espropri e confische di terre, demolizioni di case, e sono esposti a nuove serie di leggi razziste che cancellano i loro più essenziali e basilari diritti. I palestinesi della Cisgiordania continuano a essere umiliati quotidianamente ai check-point, arrestati senza processo, privati delle loro terre a favore dei settlers e della Israel Land Authority. Inoltre, continuano a non poter raggiungere i propri villaggi e città a causa del sistema di apartheid fatto di muri e barriere che circondano le loro case. Coloro che tentano di superare questo sistema pagano con la vita, oppure vengono arrestati. La gente di Gaza è ancora sottoposta a una combinazione barbarica di assedio, bombardamenti e incursioni nella più grande prigione a cielo aperto della terra”.

La narrazione sofferta, il paesaggio di paura e morte, il grido d’allarme non arrivano da leghe filo-arabe o da organizzazioni para-comuniste, ma da Ilan Pappé nel suo Israele/Palestina. La retorica della coesistenza (Nottetempo, pagg. 36, euro 3), opera piccola ma densa che le recentissime cronache di guerra e gli “allargamenti” dell’Onu impongono di leggere. Si tratta dell’audace saggio di un grande studioso della governance ebraica, docente ad Haifa e poi a Exeter nel Regno Unito, uno dei rappresentanti di quella “Nuova storiografia israeliana” che da tempo segue la rotta eretica della dimostrazione di come il popolo palestinese non sia stato espulso dai suoi territori per le conseguenze di una guerra, ma per la feroce violenza, le epurazioni, le cooptazioni messe in atto unidirezionalmente dal popolo ebraico ben prima della costituzione dello Stato di Israele nel 1948.

Dunque, da un preciso disegno occupazionista e concentrazionario che ha portato a effetti devastanti e a una sorta di segregazione a cielo aperto, appunto, di un intera etnìa, delle sue abitazioni, delle sue famiglie, delle sue fonti di lavoro. Pappé smaschera i contorni di una vera e propria “industria” del processo di pace, ovvero quel finto dialogo fra i contendenti di una lunghissima e terribile guerra, supportato e finanziato dagli establishment del mondo occidentale, e in particolar modo da Unione europea e Stati Uniti. La fine del conflitto – dice Pappè – la si vorrebbe orientare verso la coagulazione di due paesi pienamente sovrani che, deponendo armi e vendette, si occuperebbero senza più steccati della sorte dei rifugiati e del futuro di una città come Gerusalemnne. Ma il vero epicentro della questione è in una “decolonizzazione” convinta e definitiva che dovrebbe riportare gli spazi geopolitici della Palestina allo status quo ante, con adeguate forme di risarcimento, e a un vero “meccanismo di riconciliazione” che si può inaugurare solo se si identificano bene, sostiene Pappé, la vittima e il carnefice.

Solo così si può abbattere una volta per tutte quella mistificatoria “ortodossia della pace” fondata su tre “paradossi” che si perpetuano nel tempo. Ovvero, la “complessità” che si attribuisce al conflitto come se nessuno ne potesse mai venire teoricamente a capo, mentre è solo una storia di vessazioni e bieco latifondismo; la consapevolezza da parte degli stessi cittadini israeliani che si tratti di uno scheletro nell’armadio, di un retaggio del passato, di un problema che vive i suoi ultimi bagliori; e l’ultimo, il più tentacolare nelle coscienze, basato sul fatto che, ogni volta che si rivolgono accuse forti al popolo ebraico, viene agitato lo spettro dell’antisemitismo e scatta subito una sorta di fossato intorno a chi ha alzato la voce o inchiodato alle proprie responsabilità politiche e ideologiche i capi di un popolo che ha subìto l’Olocausto. Ma il Sionismo è cosa ben diversa dall’antisemitismo – riflette Pappé – e il fatto che, negli ultimi anni, ai movimenti internazionali di liberazione si siano collegati molti tedeschi dimostra che nessuno è più disposto all’indulgenza verso Israele, anche se ha fatto da grembo al genocidio.

Carmine Castoro

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