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Italiano sequestrato in Siria: arriva la richiesta di riscatto
Pubblicato il 18-12-2012


E’ svanito nel nulla, forse nelle mani di gruppi di banditi. Si chiama Mario Belluomo il tecnico italiano sequestrato in Siria, nella zona costiera di Tartus, non lontano dal confine con la Turchia.  L’uomo, originario di Catania, lavorava in un’acciaieria di Latakia come ingegnere specializzato in elettrotecnica e risiedeva in un hotel proprio nella cittadina di Tartous. Momenti di apprensione per la famiglia che è in contatto costante con l’Unità di crisi della Farnesina che segue da vicino il caso e che ha fatto sapere che Belluomo è stato rapito insieme a due colleghi russi. E proprio dal ministero degli Esteri russo arriva la notizia che sarebbe stato chiesto un riscatto per la liberazione dei tre. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’inchiesta sul sequestro dell’ingegnere.

IL RISCATTO – Si chiamano V.V.Gorelov e Abdessattar Hassoun, quest’ultimo anche di seconda cittadinanza siriana, i due russi sequestrati insieme all’ingegnere italiano Mario Belluomo. Secondo fonti del Cremlino, ci sarebbe una richiesta di riscatto come condizione per la liberazione per i tre che, ufficialmente, sarebbero degli ingegneri dipendenti dell’industria siderurgica di Hmisho.

IL FRATELLO, MENO SE NE PARLA E MEGLIO E’ RISPETTATE LA PRIVACY – «Mio fratello è stato sequestrato in Siria nei giorni scorsi. Lo sapevamo da giorni del rapimento, anche perché non avevamo avuto contatti con mio fratello, che si faceva sentire spesso. Speravamo che la notizia non trapelasse. Meno se ne parla meglio è per la soluzione della vicenda». E’ quanto ha dichiarato uno dei cinque fratelli dell’ingegnere rapito che ha specificato che la famiglia chiede che si rispetti la «privacy» perché  l’anziana madre dell’uomo «non sa ancora nulla» e i familiari stanno «evitando di farle guardare telegiornali o leggere quotidiani». «Sarebbe terribile se si presentassero cronisti a casa nostra, potrebbe stare male», ha spiegato preoccupato il fratello di Bellomo che ha aggiunto che la famiglia «Insieme ai responsabili dell’Unità di Crisi della Farnesina» volevano che «non trapelasse la notizia per evitare di farla diventare un caso internazionale».

MISTERO SULL’AZIENDA DOVE LAVORAVA BELLUOMO – Belluomo era partito da San Gregorio, in Sicilia, lo scorso giugno per prendere servizio, secondo quanto riferito da fonti del suo paese, presso l’azienda siriana Hmisho. Ma, un responsabile della stessa Hmisho, che non ha rivelato le sue generalità, ha negato di avere notizie sul tecnico italiano specificando che «da cinque anni la nostra azienda non si avvale di consulenti stranieri, né italiani né di altra nazionalità».

TERZI, INCOLUMITA’ PRIORITA’ ASSOLUTA – Il ministro degli esteri Giulio Terzi sta seguendo personalmente, attraverso l’Unità di Crisi, il caso del tecnico italiano rapito in Siria. «In tutti questi casi l’incolumità del connazionale è la nostra priorità assoluta ed è indispensabile tenere il massimo riserbo: stiamo lavorando con il massimo impegno», sottolinea il ministro. Appena appresa la notizia l’Unità di Crisi della Farnesina ha effettuato gli opportuni approfondimenti ed attivato tutti i canali per i necessari interventi a favore del cittadino italiano. Ed ha immediatamente informato – si precisa – della situazione i familiari dell’interessato, con i quali resta in stretto contatto.

27 ITALIANI LIBERATI NELL’ULTIMO ANNO – «Anche in questo caso, in accordo con tutte le strutture dello Stato coinvolte, stiamo lavorando con il massimo impegno e con la stessa dedizione con cui le nostre Ambasciate e Consolati quotidianamente prestano assistenza ai connazionali in difficoltà, anche in regioni e situazioni a rischio», precisa il capo della diplomazia italiana secondo quanto si apprende dalla Farnesina. «Dal novembre 2011 l’azione del Governo, di tutte le sue strutture ed in particolare dell’Unità di Crisi della Farnesina ha condotto alla liberazione di 27 cittadini italiani rapiti all’estero: ricordo – prosegue il ministro – che due di questi furono rapiti proprio in Siria e lo scorso 29 luglio sono rientrati in Italia, grazie all’intenso lavoro e alla stretta collaborazione di tutti gli organi dello Stato». Non va poi dimenticato – prosegue – «che vi è ancora un nostro connazionale in mano ai rapitori, Giovanni Lo Porto, rapito in Pakistan il 19 gennaio 2012, per la cui liberazione non si attenua in nessun modo l’impegno delle autorità e dei massimi livelli istituzionali. A lui e al connazionale in Siria va in queste ore il mio pensiero».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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