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Opinioni e commenti
 

“NEET” generation, gioventù sprecata o risorse da utilizzare? Lo spiega l’esperto di “Italia Lavoro”
Pubblicato il 25-12-2012


“Mammoni”, “bamboccioni”, “fannuloni”, se non addirittura “choosy”, cioè “schizzinosi”. Così alcune tra le più alte cariche dello Stato italiano hanno definito i giovani, quelli che fino a tarda età non riescono a rendersi economicamente indipendenti dai propri genitori. Incapacità o impossibilità? Tutte le analisi del mercato del lavoro e dell’attuale assetto sociale vanno decisamente in direzione della seconda. Di contro, la parola “giovani” è stata la più abusata dai politici, soprattutto durante le campagne elettorali, e a guardare gli investimenti economici degli ultimi 20 anni, una parola dalle scarse, anzi scarsissime chance.

Una delle conseguenze più allarmanti di questa stagnazione giovanile, è la nascita di una “Neet” – not in education, employment or training -“generation”: giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non trovano un’occupazione, nè precaria, che non tentano più di cercarla e non partecipano a nessun processo, né di formazione, né di inclusione sociale. Il fenomeno è stato studiato già da una quindicina d’anni in ambito europeo e oggi è ben presente nelle analisi di “Italia Lavoro”, l’agenzia tecnica del ministero del Lavoro. «Sono giovani che sembrerebbero dire darwinisticamente: se il mercato del lavoro non mi vuole, io lo rifiuto» spiega, intervistato dall’Avanti! Maurizio Sorcioni, sociologo, docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma e responsabile Area Ricerche e Studi di “Italia Lavoro”.

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In Europa i “neet” sono circa 7 milioni e mezzo, con un’oscillazione che va dal 5% dei Paesi Bassi al 20% circa dell’Italia, Bulgaria, Spagna e Irlanda. In termini assoluti in Italia sono circa 2.110.208, secondo il censimento di Italia Lavoro, di cui 1.380.000 completamente inattivi, circa il 65% del totale dei “neet”. Con la crisi il fenomeno è diventato più visibile: attualmente un giovane su tre riesce a entrare nel mercato del lavoro solo attraverso rapporti parenterali/amicali, e soltanto il 5% del totale di chi ricerca si rivolge ai centri per l’impiego, nati dalla riforma del vecchio collocamento. Secondo il rapporto annuale 2012 dell’Istat, la percentuale di “Neet” in Italia è superiore alla media europea del 15,3%. I livelli più alti si raggiungono nel Mezzogiorno (31,9%), un valore quasi doppio rispetto a quello del centro-nord. Le Regioni Campania e Sicilia sono quelle con le quote più elevate, superiori al 35%, seguite da Calabria e Puglia, con valori rispetti del 31,8% e del 29,2%. Per la Banca d’Italia la quota dei giovani che non studia e non lavora raggiunge addirittura il 23% ed è in crescita anche nel nord e nel centro del Paese. Infine, se il fenomeno riguarda principalmente le donne e i soggetti con un tasso medio di scolarizzazione molto basso (media inferiore), uno su cinque è persino già laureato.
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Professore, come nasce lo studio dei “Neet”?

Tra gli indicatori sociali attraverso i quali si studia il tasso d’inclusione nei processi produttivi, quello relativo alla quota dei “neet”, stimata dalla Commissione europea attraverso una metodologia particolarmente sofisticata, è tra i più interessanti. Mentre i disoccupati si studiano su una base molto ristretta, risultante dalla somma degli occupati più la quota di quelli che cercano lavoro, per lo studio dei “neet” l’universo di riferimento è molto più ampio e racchiude anche i giovani in età scolare e universitaria. L’area abbraccia i quattro processi strutturali di gestione della condizione generazionale: il lavoro, l’educazione, la scuola e la formazione professionale. Il livello d’istruzione della maggior parte dei “neet” è molto basso e si tratta in larga misura di donne, in genere in casa, soprattutto nel Mezzogiorno, con famiglia e figli.

Condivide i giudizi del mondo politico sui “neet”?

I primi segnali dell’esistenza di una “neet generation” si sono evidenziati sin dal 1986 e gli istituti di ricerca più autorevoli li avevano già colti. Purtroppo, però, la ricerca non è stata mai utilizzata come strumento di governance dei processi sociali. Le aziende dovrebbero alimentarsi delle culture giovanili: se si pensa ai grandi successi negli ultimi 15 anni, ad esempio Google, Facebook, Yahoo, si comprende come le grandi innovazioni vengano quasi sempre introdotte dalle culture giovanili, e quanto le nostre imprese sembrano averlo dimenticato e, quindi, fatichino a generare processi d’innovazione.

Quali le conseguenze?

Questo allontanamento dal mondo del lavoro conduce a un progressivo rifiuto della cultura del lavoro. Le domande che si pongono i giovani sono: se lavorare è un incubo, perché lo devo fare? Perché non posso adattarmi? Perché non posso sviluppare una caratteristica tipica dell’antropologia umana, quella dell’adattamento? L’ambiente rifiuta il lavoro? Allora io rifiuto il lavoro.

Questo cosa può ingenerare?

“Adattarsi” significa tutto ciò che riguarda il non partecipare ai processi di qualificazione delle risorse umane, dal lavoro, allo studio, alla formazione. Anche se non abbiamo una stima precisa per aree geografiche sappiamo che una concentrazione industriale di giovani “neet” si trova proprio nei quartieri più popolari e, in un certo senso disagiati, come lo Zen di Palermo o Scampia di Napoli, ma anche a Catania, Reggio Calabria, Roma, una parte di Bologna, Firenze.

In che misura il problema è legato alle nostre politiche del lavoro?

Se le politiche attive sono concepite per garantire la conservazione del sistema e non sono, quindi, orientate al risultato, il processo di attivazione non funziona. Così proprio questa categoria viene di fatto esclusa dai processi. Se un milione di loro non partecipa alle attività di formazione la colpa è dei sistemi che non hanno la capacità di mediare tra le loro esigenze e i fabbisogni, orientandoli verso il mercato del lavoro. Nella legge 92 del 2012 esiste una delega al Governo per il riordino di queste politiche, per renderlo più efficiente e in grado di intercettare le esigenze dei giovani e delle imprese. Di questa riforma del mercato del lavoro, però, si sa ancora ben poco.

Quali miglioramenti si potrebbero attuare allora?

Per prima cosa la partecipazione ad attività di orientamento e di formazione breve. Al disoccupato vengono proposti moduli formativi, che gli consentano di acquisire delle competenze da spendere nel mercato del lavoro. Infine il soggetto viene accompagnato nella ricerca di lavoro attraverso i servizi di intermediazione. Questo modello funziona in Germania, Olanda e Danimarca, tranne che in Italia, perché il processo è molto sfilacciato e dequalificato.

Se non si interviene, quali possono essere le ricadute sul sistema Paese?

Innanzitutto la perdita di competitività. Già è bassa, ma rischia addirittura di paralizzarsi. Il sistema non valorizza nemmeno quell’universo di giovani con scolarità elevata e che ha competenze avanzate. Più di vent’anni di sottovalutazione del problema ha obbligato la componente giovanile a pagare il prezzo più alto della crisi, perché non ha una sufficiente copertura previdenziale. È quella più esposta alle variazioni del mercato del lavoro, perché svolge i lavori più frammentari e perché non ha sufficienti strumenti per garantirsi i processi di transizione, come ad esempio la mancanza di formazione professionale o l’assenza di strumenti di collegamento tra università e imprese. Un Paese di circa 60 milioni di abitanti non può essere sostenuto da 22 milioni persone che lavorano. È come se fosse una piramide rovesciata, dove il grosso della società poggia su una quota minima di lavoratori. Bisogna allargare questa base, cioè la quota di chi lavora.

Perché i “neet” sono bassamente scolarizzati quando l’obbligo scolastico e formativo arriva, rispettivamente, ai 16 e ai 18 anni?

Di fatto puoi non andare a scuola, manca un’anagrafe nazionale degli studenti, non si sa nulla di loro. Le Regioni dovevano costituire le anagrafi e non lo hanno fatto. Pensiamo a Scampia o a Bari vecchia, il tasso di abbandono scolastico è elevatissimo e i “neet” sono in crescita.

Si può dire che quella dei “neet” è una condizione psicologica?

È difficile stabilire se queste persone sono depresse: la condizione cambia a seconda del contesto e, forse, il fenomeno è più culturale. Un dato è certo: questo atteggiamento deriva da una storia che dimostra che i giovani sono ai margini del mercato del lavoro.

Mancanza di ambizione, di senso di progettualità?

Ciò che sappiamo è che non partecipano, sono esclusi, e non solo per autoesclusione. Una parte, domani, diventerà emarginato.

Quali le soluzioni e gli interventi più urgenti?

In primo luogo bisogna riformare profondamente i servizi per il lavoro, i Centri per l’Impiego. Va data loro una dimensione di natura nazionale. In tutti i Paesi europei ci sono stati investimenti ingenti in questo settore: in Germania, per esempio, hanno aumentato il numero degli operatori, riducendo il numero dei disoccupati. Occorre riuscire a qualificare meglio la formazione professionale, dando risorse pubbliche solo a chi raggiunge dei risultati effettivi. Bisognerebbe garantire un risultato del 70% almeno, eliminando dal campo tutte quelle pseudo agenzie formative che non raggiungono questo obiettivo.

In quali direzioni dovrebbe maggiormente andare la formazione?

Data la vocazione artigianale del nostro sistema produttivo è necessario valorizzare i mestieri. I 30 mestieri più tradizionali sviluppano 1 milione di contratti all’anno e in graduatoria ci sono: il cuoco, il muratore, il carpentiere, il saldatore, il pasticciere, il fornaio, il saldatore tradizionale, l’idraulico e il vivaista. L’Italia è il Paese che della trasformazione delle materie prime ha fatto il proprio pilastro di crescita. Non abbiamo materie prime, ma da mille anni trasformiamo quelle che arrivano da fuori. Dovremmo sfruttare di più questa propensione.

Quale ruolo gioco l’apprendistato in questo ambito?

Strategico. Questo strumento è il più antico e importante che abbiamo per la transizione dei giovani verso il mercato del lavoro. Si tratta di uno strumento che nasce nel ’55, ma che da noi è stato usato prevalentemente per abbattere i costi del lavoro. Oggi invece deve mettere insieme la formazione e il lavoro e deve prevedere tre livelli: il primo è quello che riguarda l’apprendistato durante l’obbligo formativo (dai 16 ai 18 anni). Il secondo riguarda l’apprendistato professionalizzante, quello che al termine degli studi ti forma ad un mestiere. Infine, quello di terzo livello è dedicato ai laureati e a coloro che hanno fatto un master o un dottorato di ricerca.

Ma ci sono le risorse, non c’è un problema di copertura finanziaria?

No, ci sono i fondi sociali europei per la formazione. È la terza azione che si potrebbe mettere in campo, oltre alla qualificazione della formazione fortemente orientata ai mestieri di tradizione e alla ricoperta dell’apprendistato, un uso “civile” dei fondi dell’Unione Europea. L’uso che l’Italia fa dei fondi strutturali è ridicolo. Una migliore prassi dovrebbe riconoscere a un apprendista di I livello un diploma di terza media superiore, all’apprendista di II livello una qualifica e a quello di III livello un master pagato dall’azienda.

Negli anni passati le politiche attive giovanili del lavoro si sono concentrate esclusivamente sull’autoimpiego. È ancora così?

Un giovane non può avvicinarsi al mondo imprenditoriale senza alcuna base: il meccanismo virtuoso dovrebbe passare proprio dall’apprendistato all’auto-impiego. Se vuoi fare, ad esempio, il panettiere, prima fai l’apprendistato in un panificio e impari a fare il pane. E magari in un secondo momento decidi di aprire un panificio tutto tuo.

Quali sono le facoltà universitarie che hanno maggiore ricaduta sul mondo occupazionale?

Su tutto il territorio nazionale sono: ingegneria, economia, statistica, scienze (cioè fisica, chimica, matematica). In alcuni contesti produttivi, se la laurea in lettere è buona può tornare utile nel caso di gestione delle risorse umane nelle seguenti regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Piemonte. In queste aree la domanda di laureati è più consistente.

Il sistema scolastico ha una sua responsabilità sui “neet”?

Il nostro sistema scolastico è allo stremo. La didattica non c’è quasi più, perché comporta degli investimenti. Da noi il 70% degli studenti che fa la secondaria, prende ripetizioni.

In Europa dove si concentrano i “neet”?

In Spagna, Italia, Grecia e Portogallo, ma stanno crescendo anche in Germania.

Quali gli Stati più virtuosi?

Sicuramente la Germania, ma loro sono anche ottanta milioni di abitanti. Il fatto sostanziale, però, è che in altri Paesi sono state prese contromisure, da noi no.

Ai giovani si chiede un cambio di mentalità, più orientato alla flessibilità, ma il nostro mercato del lavoro è adeguatamente strutturato?

La flessibilità è un portato dell’economia e non è detto che la precarietà professionale produca quella sociale. A condizione che accanto alla flessibilità esista la flex-security, quel modello che garantisce una maggiore elasticità del mercato del lavoro ma, di contro una maggiore sicurezza sociale attraverso un buon mix tra politiche attive e passive, quale il sostegno al reddito. Le prime creano possibilità, le seconde mitigano le situazioni di non lavoro. Entrambe le politiche vanno agganciate, questo è il modello ideale che funziona in altri Stati. Dal 2005 la Commissione europea ci ripete che siamo fragili su questo tema, quello della flex-security. Per vent’anni non si è fatto nulla e questi sono i risultati. Una buona ricetta dovrebbe prevedere il ridimensionamento dell’esclusività delle Regioni che devono costringere lo Stato, e viceversa, perché ciascuno faccia ciò che è previsto dalla Costituzione, come accade in Paesi che obbligano Stato e Regioni a lavorare insieme attraverso agenzie federali o nazionali come in Germania o in Francia.

Cristina Calzecchi Onesti
Silvia Sequi

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