sabato, 16 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Lo splatter-show della tv, parola di Mariano Sabatini
Pubblicato il 17-01-2013


E'la tv bellezza-SabatiniCi sono veramente tutti. I bassi istinti dell’Isola dei Famosi, la pseudocronaca purulenta di finta partecipazione e scandalismo a buon mercato della D’Urso ogni sacrosanto pomeriggio su Canale 5, la Celentanite acuta di certi guru-show sempre più di cartapesta, Benigni che salvò il Festival di Sanremo, i “format al sangue” che pullulano nei palinsesti a ogni piè sospinto, la telefonata all’Infedele del Cavaliere dove apostrofò duramente Lerner degnamente ricambiato, la comicità “dodecafona” di Checco Zalone, il perfido candore della De Filippi fra tronisti del suburbio e vecchietti rintronati, lo scempio che fu di Nuti in una diretta da clinica empietà. E, per avvicinarci a tempi più recenti, le ire del Codacons, il teletribuno Grillo, il telegenico ex premier Monti, Saviano in odore di canzonetta all’italiana, i siparietti con dentiera di un Costanzo trapassato eppur onnipresente. E’ la tv, bellezza! (Lupetti, pagg. 260, euro 16) del critico Mariano Sabatini, giornalista, opinionista, autore di quella cara vecchia televisione rispoliana rimasta indiscussa e indimenticata, è una sarabanda del peggio del piccolo schermo negli ultimi due anni, con qualche verdurina di estetica beltà qua e là, come a dire: possiamo aspirare a un Regno delle immagini che non sia solo pornografia e dissoluzione dell’umano, se solo rinascessero gli autori, la creatività, l’etica dei discorsi pubblici. Un diario di bordo, una memoria storica da tenere ben presente, questo libro, che ha il gradevolissimo merito di unire disincanto e brillantezza a una riflessione di retrogusto che è amara, spinosa, audace. Per chi ne sa raccogliere il saggio monito, fra i sorrisi mai disimpegnati che la raffinata scrittura di Sabatini sortisce in chi legge.

Sabatini, la critica televisiva più avvertita degli ultimi anni, di cui ritengo lei faccia parte, si è molto spostata verso discorsi etici ed epistemologici legati alla televisione. Ovvero, quali valori trasmette e che livello di utilità o di perniciosità presentano le logiche di percezione del reale che ci trasmette. Ritiene che siano queste le frontiere su cui fare ricerca e giornalismo “attivo” in questo campo?

“Ruolo del giornalista – e fare critica televisiva è un risvolto del giornalismo di commento – è denunciare quello che non va, mettere un dito nell’occhio ai prepotenti, supponenti e ignoranti, disturbare con intelligenza i manovratori… Non riesco ad immaginare territori e finalità in cui si possa essere più attivamente alla ricerca di così. In questo senso, chi scrive di televisione in chiave critica in traslucido riesce a trattare anche la politica, la cultura, il sociale, gli spettacoli. Importante è ricordarsi che il filtro deformante è quello del piccolo schermo, che reinterpreta la realtà a suo modo. Per cui, ogni volta, il critico televisivo dovrà fornire elementi di decrittazione utili, senza dare ad intendere che ciò di cui scrive è davvero accaduto. È stato rappresentato e incorniciato in uno spazio che viene convenzionalmente misurato in pollici”.

Nell’introduzione del libro cita un testo del ‘91 di Sandro Viola che si accanisce sarcasticamente, e non poco, sulla tenacia, lo spirito di sopportazione e quasi la mania suicida del critico televisivo che ingurgita immondizia catodica nel tentativo disperato di trovare spunti morali e sociologici. Da cosa deriva secondo lei il fatto che la televisione continua a essere considerata in un regime di perenne “extraterritorialità”, intoccabile, ingiudicabile?

“Non mi pare intoccabile; Viola in quel vecchio pezzo metteva alla berlina il lavoro dei critici tv e la stessa tv. Gli rispose con la consueta ironia il grande Beniamino Placido, il migliore di tutti i critici televisivi, coltissimo, un letterato prestato alla causa. Scrivere di tv è un lavoro equiparabile a quello di chi scrive di letteratura, cinema, teatro o politica. Nessuno avrà da obiettare se dico che fare critica sull’Isola dei famosi o sul Grande fratello è come farla su un libro di Federico Moccia o  Fabio Volo. Non invidio nulla ai colleghi che scrivono di cinepanettoni o inseguono le bravate di Straquadanio, Santanché, La Russa. Esiste la cattiva tv, come la pessima editoria, l’inutile cinema, la politica spettacolo…”.

La tv non è  nemmeno più uno strumento di potere come si scriveva negli anni ‘70 e ‘80? Insomma, un incantesimo da cui non risvegliarsi mai?

“Non mi sembra, a giudicare dai bivacchi in atto di Silvio Berlusconi. Se un volpone come quello, da giorni e fino all’esaurimento nostro e della campagna elettorale, rimane attaccato alle poltroncine di tutti i talk show, un motivo ci sarà. Se non porta voti, la presenza televisiva sposta di prepotenza l’attenzione dei media e in tal senso, come si dice, detta l’agenda del dibattito”.

Le pagine più belle e intelligenti del libro sono quelle in cui si sofferma sulla miscellanea, sulla sovrapposizione di cose vere e false, intime e spettacolarizzate, godibili e ripugnanti, che vediamo in televisione a ogni ora del giorno, senza soluzione di continuità e senza categorie e paletti che ci aiutino a capire. E’ questo il cancro dell’immagine oggi?

“Tutto il libro è incentrato su questo e in teoria il compito del critico è proprio quello di contribuire, alla lunga, ad affinare il gusto dei telespettatori. Ognuno guardi ciò che vuole, altrettanto liberamente accordiamoci uno spazio di severa riflessione, senza sconti né ossessioni curative”.

La domanda nasce spontanea: da quale televisione o personaggio televisivo dobbiamo oggi rigorosamente tenere lontani i nostri neuroni e gli spicchi residuali della nostra anima?

“Ad ogni ora del giorno e della notte, con l’affollamento di canali a disposizione, ciascuno può usare quel magico strumento che è il telecomando per costruirsi la propria tv, possibilmente lontani dall’uso che la tv fa dei bambini e dalla morbosità della cronaca nera”.

Quali sistemi di resistenza, autodifesa, odio o formule alternative possiamo adottare per impedire allo tsunami dello sciocchezzaio televisivo globale di invadere ed irretire le nostre menti?

“Distinguere il televisore dalla televisione che, grazie a internet, oggi possono viaggiare anche separati. Banale e rivoluzionario può essere il gesto di spegnere il televisore o cambiare canale quando qualcosa insulta la nostra dignità, non accenderlo se guardando i tamburini dei vari palinsesti non troviamo niente che ci attragga davvero. Dopo sessant’anni di produzione televisiva il pubblico è abbastanza adulto da poter fare delle scelte in questo senso. Se non le fa è corresponsabile dello scempio che lamenta”.

Cita spesso nel libro Rispoli con cui hai lavorato e Montanelli. Cosa resta oggi in tv della loro lezione di stile, aderenza ai fatti, sobrietà educativa e deontologica?

Si tratta di due personaggi  diversissimi, che pure ebbero modo di apprezzarsi. Montanelli decise di dare a Rispoli il premio “Cesare Marchi” per la divulgazione della lingua italiana. Pensi che tempi, quando Rispoli riusciva, pur tra mille dubbi e difficoltà, ad intrattenere nei pomeriggi di Raiuno o di Tmc con una gara su etimologie, definizioni, scrittura di temi in bell’italiano. Montanelli è stato il monarca di un giornalismo coraggioso, in grado di cambiare idea senza perdere in dignità o autorevolezza. Rispoli, che fortunatamente è ancora dei nostri anche se questa tv lo ha del tutto dimenticato, è rimasto nel cuore dei telespettatori per la civiltà che ha contraddistinto i suoi programmi. Da “Parola mia” a “Tappeto volante”, passando per “La grande corsa”, “Pranzo in tv”, “La più bella sei tu” e tanti altri titoli. Ha dato alla tv più di quanto abbia avuto e, pur denunciando la mia non serenità in merito, dico che non meritava l’oblio a cui certi dirigenti e autori incolti lo hanno condannato”.

Chi ha vinto e perché secondo lei nello scontro Santoro-Berlusconi?

“È già un fallimento che se ne parli in termini di match. I giornalisti dovrebbero sempre essere contro, contro la disonestà, le malversazioni, la confusione, i giochi sporchi… i politici dovrebbero limitarsi a rispondere alle domande, senza accordi preventivi. Al di là degli ascolti esorbitanti, ritengo che la squadra di Santoro abbia calibrato male la scaletta e le domande. Hanno voluto recuperare tutte le occasioni di incontro mancate con Berlusconi. Di lui si sanno vita, pensieri, parole, astuzie ed omissioni. Quello che non si sa è cosa intenda fare in caso di rielezione, quale coniglio tirerà fuori dalla bandana che non abbia avuto a disposizione durante i suoi governi passati. In tal senso, hanno tutti sprecato il tempo a disposizione. Lo show ha prevalso sulla politica, come purtroppo accade da vent’anni in qua”.

Carmine Castoro

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