martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Roma, soccorsi a rischio per ambulanze ferme a causa della mancanza di barelle
Pubblicato il 09-01-2013


Per ora le ambulanze ferme, per mancanza di barelle, sono 23. Il direttore di Ares 118, l’azienda regionale emergenza sanitaria, Livio de Angelis lancia l’allarme attraverso un comunicato in cui chiede l’intervento dei responsabili di ogni pronto soccorso della Capitale e delle Istituzioni. «Alcuni mezzi sono fermi già da martedì sera: dopo aver trasportato i pazienti non sono riusciti a tornare in strada perché il personale dei Pronto soccorso ha trattenuto le barelle» si legge nella nota. A essere garantito è solo il servizio per interventi urgentissimi.

LA LETTERA DEL DIRIGENTE ARES – Il dirigente di Ares ha lanciato l’allarme chiedendo ai responsabili di ogni pronto soccorso della Capitale «la liberazione delle ambulanze in quanto il servizio è fortemente limitato». Una copia della lettera è stata poi indirizzata al sindaco, al prefetto, al questore di Roma e alla Regione, affinché intervengano.

I SINDACATI PROTESTANO – «Non è un problema di carenza di posti letto nei reparti, ma di una cattiva organizzazione nei pronto soccorso romani e nei Dea di secondo livello (il Dipartimento d’emergenza e accettazione) degli ospedali» ha reso noto Gianni Nigro di Fp (la Funzione pubblica) Cgil Roma e Lazio. «Le ambulanze sono ferme perché non vengono liberate le barelle. Servirebbero solo più letti di breve osservazione – facili da istituire perché non gravano sul numero dei posti letto previsti per legge – ha continuato il coordinatore, dove i pazienti possano essere assistiti con dignità, senza occupare le barelle».

FEDERCONSUMATORI, I TAGLI METTONO A RISCHIO SALUTE CITTADINI – Secondo la Federconsumatori la situazione di emergenza del blocco delle ambulanze è la conseguenza della manovra di revisione della spesa pubblica, voluta dal governo dimissionario. L’associazione dei consumatori ritiene che «la situazione creatasi nella Capitale dimostra che i fondi destinati al Servizio Sanitario Nazionale non possono essere ridotti senza provocare conseguenze gravissime sulle prestazioni».

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