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Opinioni e commenti
 

Ustica, la Cassazione: «Fu un missile». Dopo più di trent’anni la verità
Pubblicato il 30-01-2013


Ustica-missile-Marrazzo

Erano le 20 e 59 minuti del 27 giugno del 1980 quando il volo IH870, partito da Bologna e diretto a Palermo, scomparve dai tracciati radar del centro di controllo aereo di Roma. Sono passati più di trent’anni da allora e, finalmente, i parenti delle 81 vittime hanno una verità. Dopo anni di depistaggi e di processi senza fine si è messo un punto su almeno un aspetto della tragedia. Ad abbattere il Dc-9 I-Tigi Itavia, fu un missile. Non una bomba come, in molti, in troppi, avrebbero voluto far credere per nascondere una verità scomoda su quella notte. È una sentenza che «finalmente fa luce su un episodio terribile della storia del nostro paese, consegnandoci una verità processuale, storica e tecnica definitiva, una vittoria», ha detto all’Avanti! l’avvocato Daniele Osnato, legale dei familiari delle vittime della strage di Ustica.

LA CASSAZIONE, FU UN MISSILE. APERTA LA STRADA PER IL RISARCIMENTO – Con la sentenza, dunque, la Cassazione definisce «abbondantemente e congruamente motivata» la teoria che l’abbattimento del Dc9 fu causato da un missile, verosimilmente lanciato da un aereo militare. Uno scenario che, tra le altre cose, apre la strada al risarcimento per i familiari delle vittime della strage. Infatti, la sentenza 1871, depositata dalla Terza sezione civile della Suprema Corte, ha anche respinto i ricorsi con i quali il ministero della Difesa e quello dei Trasporti chiedevano la messa in discussione del diritto al risarcimento dei familiari.

Avvocato Osnato, una sentenza storica quella della Cassazione sul caso Ustica. Un mattone verso la verità.

La cosa straordinaria di questa sentenza è che rappresenta la prima, definitiva volta che viene affermato in sede giudiziaria, in campo civile e penale, che ad abbattere il DC9 sui cieli di Ustica, la notte del 27 giugno del 1980, fu un missile. Quindi è una sentenza che rende giustizia a tutto lo sforzo processuale sostenuto dagli avvocati, dai giudici, dai giornalisti, dai periti e, soprattutto dai familiari delle vittime. È stato uno sforzo durato più di trent’anni.

Come si è arrivati alla sentenza di oggi?

È stato un lavoro lungo, per molti doloroso. Come avvocato non smetterò mai di ringraziare il lavoro fatto da molti che ha contribuito ad arrivare fino ad oggi. I periti del Politecnico di Torino che hanno sostenuto strenuamente con le loro perizie che non potesse trattarsi di altro se non di un missile. Poi il lavoro giornalistico d’inchiesta: il contributo dato da Giampiero Marrazzo che, con la sua inchiesta “Sopra e Sotto il Tavolo”, dette l’impulso indispensabile affinché si riaprisse il caso. Fu infatti l’intervista esclusiva a Francesco Cossiga, nella quale il Presidente affermò testualmente che si trattò «di un aereo francese che lanciò un missile contro il DC9», che ci permise di riaprire il procedimento sulla base di nuovi elementi. Fu grazie a quell’inchiesta che potei convocare Cossiga a cui fu mostrata la registrazione del video e lui confermò quanto aveva detto nell’intervista: «Confermo tutto», disse Cossiga, «questo è quanto mi riferì l’ammiraglio Fulvio Martini, allora direttore del Sismi».

La sentenza di oggi può essere un esempio di come il giornalismo d’inchiesta sia una parte organica e indispensabile per una democrazia. Qualcun altro, invece, fu protagonista di depistaggi e si prodigò affinché quella verità non venisse mai alla luce.

Se non avessimo avuto quell’inchiesta io, da avvocato, non avrei potuto convocare il Presidente Cossiga sotto giuramento durante il processo civile del giudice Protopisani, dunque senza dubbio si tratta di un esempio di come il giornalismo vero contribuisca al processo democratico. Poi c’è stato il coraggio di magistrati come, appunto la Protopisani, il giudice Priore a cui si sono sommati alcuni avvocati “folli” come me. Oggi, dopo 32 anni, abbiamo accertato una parte della verità e lo possiamo sostenere forti di una sentenza inappellabile contro chi, in tutto questo tempo, ha cercato di nascondere quella stessa verità. Durante questo lungo processo, in mille occasioni, abbiamo presentato perizie tecniche che affermavano quanto oggi viene sancito definitivamente. Le perizie contrarie, invece, avevano tutte una natura “politica”. Ci sono persone che dopo aver depositato perizie ai limiti della fantascienza, puntualmente stralciate dai magistrati, hanno fatto delle brillanti, improvvise e inaspettate carriere politiche. E ci sono politici come l’ex ministro Giovanardi che hanno avversato la teoria del missile minacciando denunce e querele agli stessi avvocati.

Ora possiamo affermare con certezza che si trattò di un missile. Restano altri passi da fare però. Ad esempio dare una nazionalità, capire quale bandiera fosse impressa su quel missile. Come si intende procedere?  

Dopo questa sentenza, credo si debba andare avanti sulla strada del Parlamento europeo che, attraverso la Commissione petizioni, aveva già dimostrato interesse nel prendere in mano questo caso. Se prima qualcuno poteva avanzare un dubbio sulla necessità di istituire una commissione di indagine a livello europeo, ora credo che nessuno potrà più nascondersi sotto un dito.

Chi dovrà pagare per aver depistato l’accertamento della verità su quella notte?

Il ministero dei Trasporti e quello della Difesa, se verrà accertata la loro responsabilità, dovranno rispondere di fronte ai parenti delle vittime e al Paese. Anche in questo caso il percorso è stato difficile e continua ad esserlo. In questi 32 anni i familiari delle vittime hanno dovuto pagare non solo in termini psicologici e morali, ma anche anticipando i soldi per le spese processuali civili, per le perizie e per tenere aperta la questione processuale e non lasciare che morisse sepolta sotto un mare di menzogne. Lo Stato non ha mai aiutato, ha nascosto le prove, ha occultato la verità depistando le indagini. Per questo, ora che si apre una possibilità di risarcimento, non dovranno essere i cittadini a pagare con le loro tasche, a pagare per responsabilità di chi avrebbe dovuto servire il Paese e, invece, l’ha tradito. Sarà compito della Corte dei Conti costringere, in caso di verdetto, i responsabili, quegli 87 imputati che dovranno rispondere ormai solo civilmente perché i reati penali son finiti in prescrizione. È gente che, in questi anni ha potuto comprare ville, elicotteri e che hanno pensioni da sogno. Io spero che paghino e che lo Stato gli tolga tutto.

La sentenza di oggi lascia ben sperare anche per le altre stragi cha hanno accompagnato gli anni bui della strategia della tensione, da Piazza Fontana alle stragi di mafia dei ’90?

Sicuramente quella di oggi rappresenta un grimaldello per tutte le altre sentenze che riguardano le stragi degli anni ’80. Come è possibile che non si riesca ancora a raggiungere una verità processuale su quegli anni? Secondo me si deve ripartire, azzerare le varie posizioni. È un passo necessario perché bisogna capire che negli anni 80 c’era uno Stato e, parallelamente, un non-Stato che era più terrorista dei terroristi. Un apparato fatto di uomini delle Istituzioni che depistava e vendeva il segreto di Stato, lo svendeva per ottenere considerazione sia sul piano politico che militare. Svendeva la vita delle vittime delle stragi, la vita dei cittadini italiani. A distanza di 30 anni bisognerebbe avere il coraggio di azzerare tutto e scoperchiare i Segreti di Stato. Negli anni passati, dopo la legge che declassificava questi atti, chiesi al direttore del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza di poter visionare i documenti relativi alle stragi che il governo Prodi aveva detto non poter essere sottoposti alla disciplina del segreto di Stato. Mi fu risposto dal direttore che, dopo una consultazione con il presidente del consiglio Berlusconi, era suo dovere comunicarmi che agli atti dei Servizi non c’è un solo pezzo di carta in merito.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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