venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Analizzare la fine di questa campagna elettorale
Pubblicato il 24-02-2013


Monti-Bersani-Grillo-BerlusconiFinisce una delle peggiori campagne elettorali della storia repubblicana. Innanzitutto per la fuga dalla responsabilità delle forze politiche maggiori: col leader del partito di maggioranza relativa che si impegna a rimborsare cash l’importo di una tassa che senza il suo voto determinante non sarebbe mai stata imposta; con il leader dello schieramento alternativo che si candida soltanto a dirigere il traffico delle future (e inevitabili) alleanze; col premier “tecnico” che diventa goffamente “politico”, birrette e cagnolini inclusi; perfino col candidato della scuola di Chicago che si fa beccare senza laurea da un professore di Chicago, e con la punta di lancia del partito dei giudici che non è capace neanche di sfruttare gli assist che gli vengono generosamente offerti dai suoi colleghi ancora in servizio.


Questi, invece, finiscono sui piedi sbagliati: quelli che partono da Siena sui piedi di Verdini, quelli che partono da Milano in una mischia in cui nessuno sa più dov’è la porta avversaria: col rischio, magari, dell’autogol. I fischi di Sanremo a Crozza, del resto, la dicono lunga sull’effetto boomerang della mostrificazione dell’avversario. Ed il fumus persecutionis, che nelle aule parlamentari non viene più preso in considerazione, presso l’elettorato ha ancora corso legale (anche perchè le tricoteuses ormai sono stanche). Il guaio è che con la persecuzione giudiziaria a farla franca sono ancora una volta le responsabilità politiche. A suo tempo lo aveva già detto Emanuele Macaluso a proposito del processo Andreotti. Ma nel caso della Lombardia è ancora più evidente.

Riassumiamo: Formigoni che tre anni fa imbottisce il listino di igieniste dentali e laureati in Albania; Formigoni che copre fin che può il crac del San Raffaele; Formigoni costretto alle dimissioni nonostante la maggioranza bulgara di cui dispone; Formigoni che designa Albertini come proprio successore; Formigoni che molla Albertini in cambio di un seggio al Senato; Albertini che accetta a sua volta un seggio al Senato (ma da Monti) in cambio di una candidatura di disturbo alla Regione;  Maroni che fino al 2011 considera normale che il tesoriere del suo partito sia contemporaneamente sottosegretario di Calderoli e addirittura vicepresidente di Fincantieri; La Russa che con i suoi Fratelli d’Italia sostiene il progetto secessionista di Maroni; Maroni che si allea con Berlusconi, ma candida Tremonti a palazzo Chigi; Tremonti che nomina Orsi a Finmeccanica all’insaputa di Maroni (ed ovviamente di Scaiola).

C’è quanto basta per mandarli tutti a casa hic et nunc, senza aspettare che qualcuno prima o poi vada in galera. O meglio, ci sarebbe, se la politica facesse il suo mestiere: se per esempio i “civici” di Monti non avessero scoperto la disciplina di partito (!) e lasciassero al suo destino la candidatura di Albertini al Pirellone; e se a sua volta il Pd la smettesse di evocare l’Ohio per ottenere il premio di maggioranza al Senato e si concentrasse sull’obiettivo più importante, che è quello di eleggere Ambrosoli e soprattutto di non eleggere Maroni per evitare la leghizzazione coatta del Nord. Da questo punto di vista è davvero un peccato che il Pd non sia nato nel 1921. Togliatti sapeva scegliere il “fronte principale”: tanto che quando Pajetta gli comunicò di avere occupato la prefettura di Milano gli chiese “E adesso che te ne fai?”. E magari ci fosse ancora qualche vecchio bolscevico che chiedesse a Bersani che se ne farà della maggioranza al Senato se Lombardia, Piemonte e Veneto tratterranno il 75% degli introiti fiscali.

Poi c’è stato il tormentone del confronto televisivo, che non si è saputo se dovesse essere a due, a tre, a sei. Alla fine è stato a zero.  Tempo fa Raitre ha riesumato le brevi interviste con cui Moro, Togliatti e Nenni commentavano le loro prime Tribune politiche. Il più soddisfatto era Moro, che vedeva la possibilità di raggiungere un numero maggiore di elettori (e di infischiarsene, secondo Gianni Baget Bozzo, delle resistenze presenti nella Dc e nel mondo cattolico rispetto alla “apertura a sinistra”). Nenni, invece, era il meno soddisfatto, perché la televisione non consentiva di vedere in faccia gli interlocutori, come invece accade nei comizi. Apparentemente Beppe Grillo ha preso esempio da lui. Ma ha fatto anche tesoro della sua esperienza di uomo di spettacolo, che gli consente di valutare con la dovuta severità la saturazione da talk show e l’insostenibile leggerezza della politica da intrattenimento. Ed ha sfruttato fino in fondo, anche, l’effetto di straniamento che produce la decontestualizzazione della sua figura pubblica, altrimenti ovvia nel contesto televisivo (così come sfrutta le opportunità di manipolazione che offre il web, decomposizione molecolare della partecipazione democratica).

Probabilmente aveva torto il vecchio Nenni, che del resto nel 1948 aveva riconosciuto che le piazze piene non garantiscono che le urne non restino vuote. Probabilmente la piazza mediatica (specialmente se frequentata da giornalisti come il mitico Romolo Mangione, che regolarmente faceva imbestialire Togliatti) ha sostituito per sempre la piazza fisica. E può darsi perfino che le urne di Grillo restino a loro volta vuote, nonostante le piazze piene. Ma se è così non si capisce perché né Monti, né Bersani, né Berlusconi non sfidino Grillo ad un confronto televisivo, invece di rincorrersi, con lo stesso zelo con cui Bertoldo cercava l’albero a cui impiccarsi, per confrontarsi fra loro tre.

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