mercoledì, 20 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Imam rapito: 10 anni per l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari
Pubblicato il 12-02-2013


Pollari-arrestatoDieci anni per Niccolò Pollari l’ex direttore dei servizi di informazione militari, il Sismi. Questa la condanna emessa dalla IV sezione della Corte d’appello del tribunale di Milano in relazione al sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, ad opera di un commando della Cia con la collaborazione di agenti italiani. Il sequestro avvenne nell’ambito della politica, decisa dall’amministrazione americana, delle “extraordinary renditions”: cittadini sospettati di appartenere al network di Al Qaeda venivano prelevati illegalmente e trasportati in paesi alleati, soprattutto in Nord Africa e Medioriente, per essere sottoposti a tortura. Nove anni anche per Marco Mancini, ex numero due del servizio segreto, e sei gli agenti Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregori. Il risarcimento stabilito ammonta a un milione per l’ex imam e 500mila euro per la moglie. Il resto del risarcimento sarà stabilito con una causa civile.
POLLARI SI PARAGONA A TORTORA – Il generale Pollari ha commentato la sentenza paragonandosi a Enzo Tortora: «sono sconcertato, si tratta di una condanna contro una persona che tutti in Italia sanno essere innocente», e ha aggiunto, «non voglio fare paragoni, ma ricordo che anche Tortora fu condannato a dieci anni». Poi, il generale, quasi per esorcizzare la condanna, ripete varie volte la parola innocente: «Come si faccia con serenità a condannare un innocente, che tutti sanno essere tale, è pazzesco. Che razza di esercizio è condannare un innocente? Io non solo sono estraneo a queste cose ma le ho impedite. Quindi non solo sono innocente, ma sono di più e il segreto di Stato prova la mia innocenza, non la mia colpevolezza».

E LE RESPONSABILITA’ DEL GOVERNO? – Certo è difficile pensare che il direttore del Servizio segreto, che risponde alla Presidenza del Consiglio, abbia agito al di fuori di disposizioni governative per iniziativa propria. Infatti, Pollari alludere: «lo stesso governo ha messo per iscritto che queste attività sono istituzionali e quindi sono lecite. Infine, un’ultima notazione. La cosa che davvero mi sconcerta molto è che in questo processo, segreto di Stato a parte, non sono mai stato messo in condizione di difendermi: non mi è stato consentito neanche di sentire un testimone. Perché? E’ una domanda alla quale non so rispondere e che dovreste fare ad altri». Anche il difensore di Pollari, l’avvocato Nicola Madia ha detto che il suo assistito è stato condannato «nonostante il segreto di Stato apposto da tre diversi governi», segreto che gli ha anche impedito di difendersi nel merito. Versione opposta quella fornita, invece, dal legale di Marco Mancini, l’avvocato Luigi Panella che ha affermato, contraddicendo la tesi di Pollari, che, nel corso del processo, «sono stati utilizzati atti coperti da segreto». I difensori hanno, naturalmente, annunciato il ricorso in Cassazione.

SI ATTENDE PRONUNCIAMENTO DELLA CONSULTA SUL SEGRETO – La sentenza dei giudici di Milano arriva mentre si aspetta la decisione della Consulta in merito al conflitto di attribuzione sollevato nei giorni scorsi dal Governo sul tema del segreto di Stato. I cinque imputati sono stati interdetti in forma perpetua dai pubblici uffici e condannati al pagamento delle spese processuali in tutti i gradi di giudizio.

L’IMAM, «UN GRANDE SOLLIEVO» – «Un grande sollievo», accompagnato dalla speranza di ricevere «un indennizzo per la sofferenza subita». Così l’ex imam di Milano, Hasan Mustafa Ismail, noto come “Abu Omar”, commenta la sentenza pronuciata oggi dalla corte d’Appello di Milano. «Sono felice per questa sentenza, che mi solleva molto dalla sofferenza che ho subito», afferma Abu Omar, ricordando che «ci sono molte altre persone nella mia situazione. Il verdetto – aggiunge – dimostra che nessuno può sfuggire alla legge, a prescindere dal ruolo che ricopre». L’ex imam di Milano, che attualmente vive nella sua città natale, Alessandria d’Egitto, ha chiesto al governo italiano «non fare ricorso in appello contro la sentenza sull’indennizzo».

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