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Opinioni e commenti
 

In Europa sempre più disoccupazione. Che la politica rigorista non sia la strada giusta?
Pubblicato il 05-02-2013


Disoccupazione-Europa-giovaniEurostat ha recentemente pubblicato le statistiche sulla disoccupazione nell’area euro: a fine 2012 i disoccupati in Europa erano quasi diciannove milioni, con la perdita di un ulteriore milione e ottocentomila posti di lavoro nel corso dell’ultimo anno. Il tasso di disoccupazione si è così attestato all’11,7%, in aumento rispetto al 10,7% del dicembre 2011.

EUROPA VARIEGATASe si guarda ai dati relativi ai diversi Stati membri, si osservano situazioni agli antipodi. Il Paese più virtuoso è l’Austria, dove risulta disoccupato appena il 4,3% della popolazione attiva, seguita dalla Germania con il 5,3% e dall’Olanda che si attesta al terzo posto con un lusinghiero 5,8%. Come era lecito attendersi il livello della disoccupazione è invece cresciuto moltissimo in Grecia e Spagna, dove ormai oltre un quarto della forza lavoro risulta disoccupata. L’Italia, con un tasso di disoccupazione dell’11,2%, è sostanzialmente nella media europea.

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE ANCORA IN AUMENTO – Ciò che più dispiace è che, a fine 2012, nell’area euro risultavano disoccupati ben tre milioni e seicentomila giovani under 25. Anche questo dato è peggiorato rispetto al 2011 e la disoccupazione giovanile nell’area euro ha quindi raggiunto il ragguardevole tasso del 24%, con picchi del 58% in Grecia e del 56% in Spagna. In questi due Paesi, dunque, un giovane su due che cerchi lavoro è, al momento, costretto a restare a casa o ad emigrare.

IN USA E GIAPPONE SITUAZIONI DIVERSE – Se però compariamo la situazione europea con quanto accade altrove, notiamo come le politiche rigoriste invalse in Europa stiano producendo effetti nefasti sul fronte occupazionale. Prendiamo il caso degli Stati Uniti e del Giappone: in questi due importanti Paesi il tasso di disoccupazione a novembre 2012 era rispettivamente pari al 7,8% ed al 4,1%. Concentriamoci sugli Stati Uniti. Qui, nel 2000, il tasso di disoccupazione era intorno al 4%, considerevolmente più basso di quello dell’Unione Europea, dove all’epoca risultavano disoccupati circa 20 milioni di cittadini, poco sotto la soglia del 9% della forza lavoro. Ebbene, il tasso di disoccupazione statunitense è rimasto stabilmente più basso di quello europeo fino agli inizi del 2008, quando la crisi economica ha fatto sentire i suoi effetti in seguito al fallimento di alcuni grandi operatori finanziari statunitensi. A metà 2009, il livello di disoccupazione negli Stati Uniti ha raggiunto lo stesso livello dell’Unione Europea e, a fine 2009, lo ha addirittura superato. Nel corso del 2010 e del 2011 la crisi ha poi contagiato anche il vecchio continente, propagandosi tramite i debiti sovrani.

RICETTE ECONOMICHE DA RIPENSARE? – Mentre i leader europei si mostravano prima incapaci di leggere e poi di reagire tempestivamente e collettivamente alla crisi, la Federal Reserve ha iniettato massicce dosi di liquidità nel sistema finanziario. Certo, l’azione della Banca Centrale statunitense, ha avuto come effetto quello di svalutare il dollaro rispetto all’Euro, ma, intanto, le esportazioni statunitensi sono diventate più competitive ed il livello di disoccupazione è rientrato su livelli molto più bassi. In Giappone, poi, negli ultimi 10 anni il tasso di disoccupazione è rimasto stabilmente più moderato rispetto a quello europeo e, nonostante ciò, la Banca Centrale giapponese non si è fatta scrupolo di mantenere su livelli estremamente contenuti il costo del denaro. Qualcuno dirà che potrebbe trattarsi di un azzardo. Ovvero gli Stati Uniti ed il Giappone possono rischiare di trovarsi nel lungo termine con una valuta più debole. Il che potrebbe, nel caso degli Stati Uniti, suscitare le reazioni della Cina, che detiene una buona parte dei titoli di Stato emessi dagli USA, o portare ad una perdita di competitività del sistema produttivo, dovuto ad un costo più elevato delle importazioni. Tuttavia, va detto che la Cina per prima non ha adeguatamente rivalutato la propria moneta nel corso degli ultimi anni, per spingere al massimo il pedale delle esportazioni. E che gli Stati Uniti, per ridurre lo svantaggio competitivo che sarebbe potuto loro derivare dall’acquisto di petrolio a prezzi più elevati, hanno ricominciato ad estrarre idrocarburi dal sottosuolo americano.

POLITICHE ECONOMICHE MENO RIGORISTE – Tutto questo per dire che, rispetto all’Unione Europea, altre aree del mondo non solo hanno saputo meglio equilibrare le politiche economiche rigoriste di stampo monetaristico con politiche economiche, sociali ed energetiche diverse, in grado di assicurare nel lungo termine una migliore coesione e pace sociale, nel contempo realizzando la difesa dei propri interessi. Ma, pur di preservare i propri apparati produttivi, non hanno esitato a fare scommesse di lungo termine sulle modalità di sviluppo proprie e di altri Paesi. Ciò che inevitabilmente porterà ad una divergenza sempre maggiore tra le grandi aree economiche del globo con la possibilità, che non si può escludere, di nuove guerre valutarie. Non sappiamo quale di queste strade alla fine si rivelerà vincente, anche perché potrebbero entrare in gioco altri fattori non strettamente economici. Un aspetto della questione è però chiaro: nessuno di questi Stati è stato completamente disposto a sacrificare l’occupazione sull’altare della moneta.

Alfonso Siano

 

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