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Opinioni e commenti
 

L’addio del Papa, Pacifici: «Ha sempre rispettato l’identità ebraica e le sue tradizioni»
Pubblicato il 13-02-2013


Benedetto XVI-Moschea BluTra quindici giorni, a partire dalle ore 20, Benedetto XVI lascerà il Pontificato e consegnerà il destino della Chiesa cristiana nelle mani del Conclave, che si celebrerà nel mese di marzo per eleggere il suo successore. Le reazioni dopo aver appreso l’inattesa e sorprendente notizia sono state tempestive e numerose. E le dimissioni del Papa, eletto il 19 aprile del 2005 con un Pontificio di 7 anni e 10 mesi, continuano a far parlare. Oltre al suo approfondito lavoro di teologo, Benedetto XVI ha svolto un’intensa attività come vicario di Cristo e compiuto viaggi apostolici in tutto il mondo. Nel maggio del 2006, il Papa dimissionario si recò in Polonia, terra del suo predecessore Giovanni Paolo II e, nel pomeriggio del 28 maggio, visitò il campo di concentramento di Auschwitz, passando a piedi, da solo, sotto l’inquietante scritta “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”). Benedetto XVI è stato dunque il secondo Papa, dopo il viaggio nel 1979 di Giovanni Paolo II, a ricordare le vittime dei campi di concentramento. Sul delicato rapporto tra Cristianesimo ed Ebraismo Avanti! ha parlato con Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma che ricorda quanto Benedetto XVI, nonostante il breve periodo di Pontificato, abbia compiuto gesti «orientati a relazioni ottimali tra le due grandi religioni monoteiste».

Presidente Pacifici, tra i viaggi apostolici di Benedetto XVI vi è quello in Polonia, in particolare la storica visita al campo di concentramento di Auschwitz. È stato il secondo Papa, dopo Giovanni Paolo II, a ricordare le vittime dei campi di concentramento.

Il Pontificato del Papa tedesco ha assunto un ruolo significativo per la storia che ha rappresentato la Germania, artefice dell’atroce sterminio. L’idea che da un Papa tedesco arrivassero segnali così netti ed inequivocabili dà il senso di tenere ferma la memoria, di non offuscarla. Il suo Pontificato è stato di nemmeno otto anni, un periodo breve rispetto ai suoi predecessori che hanno avuto tempi più ampi. In questi anni Benedetto XVI ha realizzato alcune iniziative che hanno segnato una volontà decisa.

Il Papa dimissionario ha spesso sottolineato le radici ebraiche del Cristianesimo. Si può dunque affermare che Benedetto XVI ha contribuito a rinsaldare le relazioni tra la Chiesa e l’Ebraismo?

Certamente, ma non solo fra loro. Anche tra Chiesa e Stato d’Israele, e questo rappresenta un aspetto molto importante. È il ruolo su cui lui ha lavorato nel segno del rispetto dell’identità ebraica e delle tradizioni, senza voler presentare la propria verità.

I media israeliani hanno riservato ampio risalto all’annuncio delle dimissioni del Papa.

Sì, è una persona con la quale vorremo continuare i rapporti di stima e amicizia. E di affetto, aggiungerei.

Anche Benedetto XVI visitò la sinagoga di Roma. L’ultima volta risale al 1986, quando Papa Giovanni Paolo incontrò la comunità ebraica.

Benedetto XVI è stato accolto nella sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010. A questa visita sono succedute quelle nelle sinagoghe di Berlino e New York. Il Pontefice è stato anche in Israele e ha compiuto gesti non solo simbolici, ma che hanno tracciato un percorso definito e articolato. Non fu una scelta facile quella.

Perché?

In occasione di quella visita, c’è stata l’intenzione di fare un gesto che da una parte desse il senso di continuità con il suo predecessore Giovanni Paolo II – per non rendere quel gesto unico e irripetibile – e al contempo il desiderio di fare qualcosa di nuovo. Quella storica visita avvenne il 17 gennaio, la giornata che il mondo cristiano dedica al dialogo con il mondo ebraico. Benedetto XVI non arrivò direttamente nella sinagoga, ma fece due azioni significative: la prima è stata quella di scendere a Largo 16 ottobre 1943, piazzale dedicato alla retata degli ebrei, episodio sul quale la Chiesa aveva sorvolato. Dal Papa dell’epoca, Pio XII ci furono infatti solo poche righe scritte che raccontavano quel triste episodio. La scelta del Papa di scendere proprio in quel punto ha voluto marcare il segno di un profondo omaggio ai deportati. Ma il Papa non si limitò a questo gesto: decise anche di fare una passeggiata fino alla lapide dedicata a Stefano Gaj Tachè, il bimbo di due anni che morì durante l’attentato alla sinagoga avvenuto il 9 ottobre 1982. Benedetto XVI fece poi il suo ingresso nella sinagoga, accolto dalla comunità ebraica. Sono stati due momenti significativi, portatori di un messaggio comune e unitario alla società civile e all’opinione pubblica per superare gli antichi attriti.

Cosa vi attendete dal futuro Pontefice?

Credo sia prematuro pronunciarsi in questa fase. C’è solo spazio per il rispetto nei confronti della decisione di Benedetto XVI.

Silvia Sequi

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