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Napolitano lancia allarme carceri. Il garante: «La classe politica è rimasta inerme»
Pubblicato il 07-02-2013


Carceri-sovraffollamento

«Il prestigio e l’onore dell’Italia» dipendono anche dalla situazione penitenziaria del Paese. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano durante la visita al carcere di San Vittore, esprimendo delusione per i tanti appelli rimasti lettera  morta in merito al disastroso stato in cui versano le carceri italiane. Napolitano ha ricordato come sia compito del suo successore e del prossimo Parlamento quello di adempiere «all’impegno inderogabile» di rendere i penitenziari coerenti con l’articolo 27 della Costituzione. E’ in gioco «una delle condizioni essenziali dello Stato di diritto», ha ricordato Napolitano. Dichiarazioni a cui fanno eco le parole di Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio che, intervistato dall’Avanti!, ha affermato: «Le carceri sono lo specchio del volto di una nazione, del suo grado di civiltà. Siamo stati richiamati già troppe volte dalle istituzioni europee».

L’AMNISTIA, NAPOLITANO «AVREI FIRMATO 10 VOLTE» – Finito l’incontro con detenuti e agenti della polizia penitenziaria, Napolitano ha trovato, all’uscita del carcere, una quindicina di manifestanti Radicali che urlavano “amnistia, amnistia, giustizia”. Un richiamo al quale il Presidente non ha saputo resistere. «Se veramente mi fosse toccato mettere una firma su un provvedimento di amnistia l’avrei fatto non una ma dieci volte» ha replicato Napolitano in un colloquio fuori programma con i manifestanti, ribadendo, tuttavia, che nell’attuale Parlamento non c’è stato il consenso sufficiente per arrivare a questa soluzione.

IORIO (PSI), SOCIALISTI DA SEMPRE IN PRIMA LINEA PER I DIRITTI DEI CARCERATI – «L’emergenza carceri in questo Paese va avanti ormai da troppi anni. I socialisti – ha dichiarato Luigi Iorio, responsabile Legalità, carceri e diritti civili del Psi – sono stati sempre in prima linea nel difendere i diritti dei detenuti e, oggi, guardiamo con favore all’intervento del presidente Napolitano che spinge affinché si metta fine a quest’ingiustizia sociale intollerabile, un insulto alla vita civile del Paese. Voltaire, del resto, affermava che il grado di civiltà di un Paese si misura proprio sullo stato delle sua carceri. La classe politica italiana è rimasta inerme di fronte alle continue condanne giunte dall’Europa che hanno messo in evidenza come il nostro Paese sia, insieme alla Turchia, all’ultimo posto rispetto all’irragionevole durata di processi e penultimo, dopo la Serbia, per il tasso di sovraffollamento».

Garante Marroni da San Vittore il presidente Napolitano è intervenuto sulla questione carceri definendola disastrosa.

Non è il primo intervento del presidente della Repubblica Napolitano in merito all’insostenibile e vergognosa situazione in cui versano le carceri italiane. Proprio Napolitano, infatti, si espresse in modo molto serio e severo nei confronti del Parlamento, accusandolo di non fare tutto il necessario per modificare questo stato di cose. Ricordo, nel corso di un incontro con il leader radicale Marco Pannella, un intervento in cui il Presidente della Repubblica, che ha una sensibilità molto forte rispetto al tema carceri, definì la condizione penitenziaria italiana come “inammissibile”. Del resto le carceri sono lo specchio del volto di una nazione, del suo grado di civiltà. Siamo stati richiamati già troppe volte dalle istituzioni europee che, addirittura, recentemente ci hanno dato tempo un anno per adeguarci.

Lei ha spesso parlato, anche sulle pagine dell’Avanti!, di un’origine che ha natura decisamente normativa per l’emergenza carceri in Italia. E sul fronte dell’edilizia?

Non credo che l’edilizia giochi un ruolo fondamentale. Certo, se un carcere è fatiscente e deve essere chiuso e sostituito con carcere moderno, senza dubbio è importante che si faccia. È indubbio che sia meglio disporre di penitenziari che consentano di espletare la pena in un modo più umano e che realtà come Regina Coeli siano ammodernate. Ma non è così facendo che si risolve il problema strutturale che, lo ripeto, ha una radice di tipo normativo: la questione va risolta a livello di legislazione che deve aprirsi all’erogazione di pene alternative e abbandonare una visione incentrata sul concetto di castigo. Inoltre è fondamentale snellire i tempi della legge. Non è possibile avere processi che vanno avanti anche per 10 anni.

Non a caso, in riferimento ad una possibile amnistia, Napolitano si è detto d’accordo, ma ha specificato che non ne vede le condizioni politiche.

Partiamo dall’idea che, perché un’amnistia sia approvata, ci vuole una maggioranza dei 2/3 del Parlamento. Una maggioranza che non si riesce a mettere in piedi perché le forze politiche che potrebbero concorrere hanno a più riprese detto che non voteranno mai un provvedimento di questo tipo.

Si soffia sulla paura e sullo spauracchio della sicurezza?

Intanto perché ci sono forze politiche che, culturalmente, si sono formate e puntano al concetto di pena come punizione. Lo fanno, appunto, perché rispondono un po’ alla loro cultura e un po’ all’idea che l’opinione pubblica voglia questo tipo misure. Una parte più ragionevole, invece, si rende conto che un provvedimento di amnistia rappresenterebbe solo un pannicello caldo che, come è stato per l’indulto, svuoterebbe solo nell’immediato le carceri. Facciamo un esempio: se domani passasse un’amnistia il numero di detenuti si dimezzerebbe, ma, non essendo cambiato il quadro normativo, dopo poco si riprodurrebbe il sistema identico a se stesso, soprattutto visto che anche i tribunali di sorveglianza hanno abbandonato il loro compito.

Secondo lei, il fatto che il Parlamento sia così restio ad affrontare il tema può dipendere dalla nutrita rappresentanza di avvocati tra le fila degli onorevoli?

Secondo me, piuttosto perché ci sono troppi magistrati: c’è la piccola borghesia conservatrice e spaventata. Poi gli opportunisti che cavalcano il malcontento. In ogni caso la proposta dell’amnistia in questo momento è fuori luogo, perché nessuno fa un’amnistia a fine legislatura esponendosi alle ire popolari sotto le elezioni. Le amnistie, di solito, si fanno ad inizio legislatura.

Roberto Capocelli

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Roberto Capocelli

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