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Opinioni e commenti
 

TUNISIA NEL CAOS, CRAXI (PSI): «I TUNISINI NON SONO DISPOSTI AD ACCETTARE UN’INVOLUZIONE»
Pubblicato il 08-02-2013


Primavera araba

C’è rabbia nelle le strade di Tunisi dopo l’uccisione del leader dell’opposizione Chokri Belaid. I sindacati tunisini dei lavoratori hanno indetto uno sciopero generale contro il governo guidato dal partito islamico “Ennahda” che ha respinto la proposta del primo ministro, Hamdi Jebali, di sciogliere il governo per formare un esecutivo di tecnici dopo che le opposizioni avevano deciso di abbandonare l’Assemblea. Intanto le manifestazioni si intensificano in tutto il Paese e, a Tunisi, si sono registrati scontri con la polizia soprattutto di fronte all’edificio del ministero dell’Interno e nella zona della ambasciate. Circolano voci, non ancora confermate, che parlano di un ragazzo morto a causa dei disordini. «I tunisini non sono disposti ad accettare un’involuzione da un sistema autoritario e laico ad un sistema autoritario e fondamentalista» ha detto Bobo Craxi, responsabile esteri del Psi, intervistato dall’Avanti!.  

SPACCATURA NEL PARTITO DI GOVERNO – Nel Partito Ennahda ci sono molte persone che credono che la Tunisia abbia bisogno di un governo politico in questa fase. Continueremo le consultazioni con gli altri partiti per formare un governo di coalizione, ha detto il vicepresidente di Ennahda, accusando il primo ministro di non «aver chiesto l’opinione del partito» prima di prendere la decisione di formare un governo tecnico. Un segnale di quanto sia diviso al suo interno il partito di governo. L’ultimo sciopero generale che ha coinvolto la Tunisia risale al 1978. In quell’occasione il Paese rimase letteralmente paralizzato. Ennhada si era accaparrata il 42% dei seggi in parlamento alle elezioni dell’ottobre 2011, formando un governo di coalizione con due partiti laici. In questi mesi il governo è finito al centro di numerose accuse per non aver saputo mettere un freno alla crisi economica che continua a strangolare la Tunisia. L’opposizione ha, inoltre, accusato il governo a più riprese di non fare nulla per arginare la sempre crescente azione dei fondamentalisti islamici nel Paese nordafricano che hanno preso di mira mausolei e mostre d’arte.

Craxi cosa sta accadendo in Tunisia dopo l’omicidio di Chokri Belaid?

Innanzitutto quanto sta accadendo mette in luce una evidenza che molto spesso si tace: le rivoluzioni arabe non hanno fatto vincere nettamente le forze democratiche. Questo è accaduto perchè le dittature che guidavano quei paesi erano sì responsabili di schiacciare l’opposizione liberale e democratica, ma anche, e forse soprattutto, la minoranza islamista e fondamentalista radicale che, oggi, sembra voler prendere il sopravvento.

Rispetto a questo scenario, quali sono le specificità della Tunisia?

La situazione specifica della Tunisia vede un partito al governo, Ennhada, che è moderato nei vertici ma, di fatto, è un partito che, approfittando del vuoto politico post-rivoluzionario, ha fatto confluire al suo interno anche forze massimaliste. Al suo interno ci sono anime in alcuni casi addirittura inconciliabili, alcune delle quali, le più estreme, attuano un strategia di lenta conquista dei gangli vitali del Paese.

Una strategia vincente?

Non credo riusciranno nel loro intento perché non c’è la disponibilità del popolo: i tunisini non sono disposti ad accettare un’involuzione da un sistema autoritario e laico ad un sistema autoritario e fondamentalista.

Quale ruolo può giocare l’esercito?

Abbiamo, da un lato la polizia, che per sua natura è fedele al governo per ragioni istituzionali e non solo. L’esercito, invece, a differenza di quello egiziano non è stato protagonista di una guerra, dunque non ha un’influenza così pesante e un’ingerenza sulla vita politica del Paese. Esercita una funzione di ordine ed è l’estrema ratio nel caso in cui la situazione dovesse sfuggire dalle mani e il Paese precipitare nel caos politico. Ma, fino ad ora, sembra che la maggioranza delle forze politiche vogliano evitare il peggio.

Quali sono gli elementi che giocano un ruolo chiave nella situazione tunisina?

Credo che siamo in presenza di 2 fattori principali che determinano il caso tunisino: il primo, senza ombra di dubbio, è la disastrosa situazione in cui versa l’economia a distanza di due anni dalla rivoluzione. Le condizioni sono peggiorate, il Paese è sull’orlo del precipizio e questo è un dato incontrovertibile. Questa realtà ha creato molte frustrazioni perché sono state tradite le aspettative della rivoluzione che, ricordiamolo, rivendicava soprattutto migliori condizioni di vita. Il secondo fattore riguarda il rinnovato impulso dei gruppi fondamentalisti islamici che, sulla scia di quanto succede in Egitto, Libia e Mali, hanno incrementato la loro pressione perché sperano si produca una sorta di islamizzazione del Nord Africa. Una deriva che, i fanatici, aspettavano già subito dopo la rivoluzione e che non è avvenuta perché il fronte laico ha retto. I salafiti sono stati protagonisti di numerose azioni violente, hanno dato fuoco a santuari e sette dei protagonisti dell’occupazione della raffineria in Algeria erano tunisini. Purtroppo c’è anche da dire che il ministero degli Interni ha usato spesso il guanto di velluto verso chi faceva il gioco degli estremisti.

Come mai Ennahda, che pure aveva vinto le elezioni, oggi si spacca sulla proposta del governo tecnico?

Perché è successo qualcosa negli ultimi mesi, ovvero che quelle potenze occidentali che avevano sostenuto i settori moderati di quel movimento hanno dato chiari segnali di cambio di linea strategica, perché si sono resi conto che l’anima moderata del partito non reggeva l’urto dei settori più radicali che vorrebbero imporre la Shahria. Per questo ora il partito va verso una scissione che produrrà un’area moderata aperta al dialogo e una parte che intraprenderà un’altra strada.

Il fenomeno islamista è una realtà nuova per la Tunisia, o esisteva già?

Esisteva fin dai tempi di Bourguiba. Gli stessi dirigenti di Ennahda erano incarcerati per reati connessi al terrorismo: alcuni di loro avevano posizioni diverse, ma molti propugnavano una dottrina radicale rivoluzionaria e fanatica. Il punto è che prima erano, comunque, una sparuta minoranza perché non avevano appoggio popolare. Poi, come è avvenuto in altri paesi, son arrivati dei finanziamenti stranieri e la forza di quelle fazioni è cresciuta, penetrando in alcuni settori della società.

Dopo l’omicidio di Chokri l’opposizione sembra tornare ad unirsi.

Negli ultimi tre mesi è accaduto esattamente che il fronte progressisti nell’area del sindacato e della sinistra si è unito al fronte moderato liberale e anche ad alcuni settori appartenevano ai due partiti del vecchio regime, entrambi d’ispirazione progressista, quasi socialistoidi, certamente  nazionalisti. Queste forze si sono unite nello spirito laico, ma soprattutto in quello nazionalista per salvaguardare le conquiste ottenute dopo l’indipendenza.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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