sabato, 22 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

L’allarme di Libera: in Veneto le restrizioni di accesso al credito e la crisi aprono il varco alla mafia
Pubblicato il 05-03-2013


Libera-mafia-crisi

I segnali di allarme non mancano. Il nordest è terra di conquista per le organizzazioni criminali che sfruttano la crisi del sistema produttivo veneto, fino a pochi anni fa traino dell’economia italiana, per colonizzare il tessuto economico e sociale della regione. A finire nel macino delle mafie alla conquista del nord sono gli imprenditori in crisi, le famiglie, il tessuto sociale e il senso civico. «Le recenti inchieste della Dda di Venezia hanno dimostrato che anche nel Veneto sono presenti dei veri e propri meccanismi di omertà, sintomo di una penetrazione mafiosa già avvenuta e radicata», afferma all’Avanti! Franco De Vincentis, referente dell’associazione Libera contro le mafie di Treviso.

LA MAFIA PRENDE IL POSTO DELLE BANCHE – Sì, perché in una società caratterizzata da una forte inclinazione imprenditoriale, dove il valore del lavoro è centrale, l’impossibilità di poter mandare avanti un’impresa può trasformarsi in una trappola mortale che spinge al suicidio, ci si trova ad affrontare restrizioni del credito, debiti, dipendenti e tasse da pagare. Del resto, lo scorso anno, Giuseppe Pisanu, allora presidente della Commissione parlamentare antimafia, aveva affermato che, nel Veneto, la criminalità stava occupando pericolosamente i vuoti determinati dalla sempre più ridotta erogazione del credito da parte del sistema bancario: «Per gli imprenditori in crisi di liquidità, chiunque porti soldi è ben accetto, anche il camorrista o l’affiliato alla ‘ndrangheta, che diventa l’ultima speranza prima del suicidio».

De Vincentis, l’associazione Libera, da tempo, si occupa della situazione degli imprenditori veneti. Che pensa dell’ultimo caso di suicidio che ha visto coinvolto un imprenditore del trevigiano?

Non conosco nel dettaglio il caso, dunque credo che si debbano aspettare le indagini per cercare di stabilire cosa sia successo e quali siano le motivazioni del gesto. Ciò non toglie che si possa fare un’analisi generale sulla situazione che vivono gli imprenditori nella regione: ciò che emerge evidente sono le difficoltà correlate all’accesso al credito. Molto semplicemente le banche non danno più possibilità di accesso: anche i fidi sono stati praticamente eliminati e i consorzi di garanzia collettiva, i confidi, ricevono finanziamenti con il contagocce.

Così si apre quel varco nel quale si infila la criminalità che ha bisogno di riciclare capitali.

Il meccanismo è proprio questo. L’accesso al credito, in questo scenario, viene sempre più erogato da finanziarie private che, in più di un’occasione, si è scoperto essere collegate alla criminalità organizzata, come nel caso della “Aspide” di Padova finita al centro dell’operazione “Serpe” della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia. Nell’ambito delle indagini emerse un quadro impressionante che descrive nel dettaglio la penetrazione del clan dei Casalesi che usava il Veneto come snodo centrale per elargire denaro a usura il cui “rimborso” avveniva sotto minaccia della violenza.

Fino a che punto è penetrata la criminalità organizzata nel territorio del nordest?

Se si considera che l’inchiesta che ho menzionato ha messo in luce rete estesa di questo tipo di attività e che sono stati solo in due a denunciare, nessuno di loro veneto, ci rendiamo contro di trovarci di fronte ad un radicato meccanismo di omertà nell’area del nordest, segnale di una penetrazione piuttosto capillare sul territorio. Sono proprio quelle dinamiche di omertà che, in molti casi, portano gli imprenditori a togliersi la vita per non cadere nelle grinfie del sistema criminale. Il caso “Aspide” ci ha fatto capire come questa finanziaria, agendo attraverso la violenza, abbia creato meccanismi sociali di omertà di fronte ai quali, anche le istituzioni, che fino ad un certo punto credevano che il fenomeno non potesse penetrare nel nord-est, hanno dovuto aprire gli occhi. Spero non sia troppo tardi per combatterlo.

Come reagisce la società, sono stati creati dei meccanismi di risposta?

C’è il patto territoriale che abbiamo messo in piedi nella provincia di Treviso coinvolgendo le associazioni di categoria, la società civile e i sindacati. Ma, a volte, la risposta è debole, come nel caso dello sportello giustizia nel nord est che non ha avuto un gran seguito: non so dire se perché non c’è consapevolezza del rischio oppure perché c’è già un radicamento profondo che genera paura.

Quanto la crisi favorisce la criminalità che ha a disposizione ingenti liquidità derivante dalle attività illegali?

Molto. Purtroppo c’è da dire che, per molti imprenditori, pecunia non olet: se subentrano delle difficoltà e si ha bisogno di soldi, o si ha una statura morale inattaccabile, oppure è facile cadere soprattutto se le pressioni sono tante e l’accesso al credito azzerato.

Che risposta hanno avuto le associazioni antiusura?

In alcuni casi buono, ma dobbiamo considerare che l’associazione antiusura interviene solo nel momento in cui si denuncia l’usuraio, cioè quando già è nel giogo. Non ha funzione preventiva. A livello di prevenzione l’unica cosa che sembra funzionare bene è l’iniziativa della Regione Veneto che ha avviato un sportello di consulenza antisuicidi con una linea verde: mi hanno detto che ha ricevuto molte chiamate di imprenditori al limite.

Non si ha il coraggio di denunciare dunque, ma ci sono misure di protezione adeguate?

La protezione manca. Sia dal punto di vista sociale visto che non c’è una rete sociale in grado di garantire aiuto all’imprenditore in difficoltà. Dal punto di vista degli schemi di protezione per chi denuncia, i magistrati non possono assicurare a tutti una protezione: valutano di volta in volta e poi si decide. C’è ancora poca consapevolezza di quanto accade e questo crea l’humus ideale per la strategia dei Casalesi e della ‘ndrangheta che è quella di non farsi notare per non creare allarme sociale. Ma all’origine c’è il fatto che mancano gli anticorpi per sostenere un’imprenditoria troppo parcellizzata e legata alle singole iniziative e che, dunque, non fa rete perché ognuno pensa al suo piccolo orticello. Alla fine però ci si ritrova soli e il gesto disperato diventa una soluzione.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

More Posts

Follow Me:
DiggStumbleUpon

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento