lunedì, 10 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Maroni pensa ad un “ritorno alle origini” e apre al centrosinistra
Pubblicato il 30-03-2013


Maroni-consultzioniRoberto Maroni non vuole morire berlusconiano. Il leader della Lega, infatti, da settimane riflette (a porte chiuse) su un possibile cambio di strategia del suo partito, che preveda mani libere sulle alleanze e nessuna preclusione ideologica. Il che, tradotto, significa: nessun patto di sangue con il Pdl e porte aperte a nuove intese, anche al centrosinistra quindi, purché non comprendano i centristi di Casini e siano propedeutiche alla realizzazione della Macroregione del Nord.

LE RAGIONI DI MARONI – I motivi che hanno spinto Maroni a questo ragionamento sono molti, ma il principale è quello di non restare sotto schiaffo “dell’amico Silvio” nelle Regioni guidate dalla Lega (vedi l’imposizione di Mantovani alla Sanità in Lombardia, che la base non ha gradito per i palesi conflitti d’interessi del plenipotenziario capo del Pdl regionale), oltre alla consistente perdita di consensi registrata nei tre anni e mezzo dell’ultimo governo Berlusconi. È ovvio che dalle parti di via Bellerio non attribuiscono tutte le colpe della disfatta al Cavaliere, visto che gli scandali sono avvenuti anche all’interno della Lega, ma la crisi economico-finanziaria mal gestita, il voto con cui il Parlamento ha stabilito che Ruby era la nipote di Mubarak, l’eterno scontro tra Cav e magistratura e la mancata realizzazione piena del federalismo sono stati elementi devastanti per il Carroccio. Ecco perché il presidente della Regione Lombardia, dopo aver fatto “pulizia” all’interno del suo partito, ora vuole completare l’opera anche a livello nazionale. Oltretutto, Maroni ha anche perso la sponda di Angelino Alfano, ormai bruciato definitivamente dal ritorno in campo del Cavaliere, che poteva rappresentare la carta (fondamentale) del ricambio generazionale, da giocarsi con l’elettorato, e soprattutto nella partita interna con Umberto Bossi e i suoi fedelissimi.

RITORNO ALLE ORIGINI – Aprire ad un’alleanza con il centrosinistra, comunque, sarebbe per il leader del Carroccio una sorta di “ritorno alle origini”. In gioventù, infatti, militò in un gruppo di ispirazione leninista-marxista e nel movimento di estrema sinistra Democrazia proletaria, che segnarono un passaggio fondamentale del suo percorso di formazione politica. E i tratti di quelle esperienze sono riemersi spesso negli ultimi 20 anni, tanto che queste sue “sfumature di rosso” sono state la causa dei continui scontri verbali con Francesco Cossiga. Maroni, ad ogni modo, non ha nessuna fretta di chiudere il rapporto con Berlusconi. Prima vuole vedere se (e quali) cambiamenti ci saranno nel Pd. Perché un’eventuale leadership di Matteo Renzi rappresenterebbe uno stimolo decisivo per il “grande salto”. Il governatore lombardo, infatti, è un estimatore del giovane sindaco di Firenze, che paragona a Flavio Tosi, il più maroniano dei leghisti.

PERICOLO ELEZIONI ANTICIPATE – Come detto, però, questo matrimonio non è ancora all’ordine del giorno. Prima bisogna capire cosa accadrà a Roma. Perché se le cose a livello nazionale dovessero precipitare, rendendo necessario un ritorno alle urne entro giugno, la Lega non romperebbe l’alleanza con il Popolo della libertà: non ci sarebbe il tempo necessario per spiegarlo all’elettorato, ma soprattutto per fronteggiare le ritorsioni di Berlusconi nei Consigli regionali di Veneto, Piemonte e Lombardia. Senza contare, poi, che le elezioni in Friuli (tassello mancante al puzzle della Macroregione del Nord) sono dietro l’angolo. Il piano si potrebbe realizzare solo se l’attuale legislatura durasse almeno 1 anno. Lo stretto necessario per organizzare le “pratiche di divorzio” e non pagare pericolosi tributi di sangue in nome del “cambiamento”.

Dario Borriello

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