domenica, 21 gennaio 2018
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Opinioni e commenti
 

Siria: due anni di guerra civile e nessuna via d’uscita all’orizzonte
Pubblicato il 30-03-2013


Siria-guerra civile

Il conflitto civile siriano si trascina ormai da due anni ed ha già provocato oltre 70 mila morti e più di 700 mila rifugiati. Le forze in campo, i lealisti di Bashar Al Assad e l’opposizione dei ribelli riunita sotto le insegne dell’Esercito libero siriano, si fronteggiano sul terreno senza che nessuna delle due parti riesca a prevalere sull’altra. Il caso siriano è da un lato emblematico e dall’altro preoccupante.

SIRIA CASO EMBLEMATICO – Emblematico perché rappresenta il fallimento di uno Stato che, pur disegnato sulla carta dalle potenze occidentali in base agli accordi Sykes-Picot del 1916, aveva consentito la coabitazione di una pluralità etnica e civile. Infatti, a differenza dell’Iraq, dove i gruppi sunniti, sciiti e curdi avevano anche una distinta localizzazione territoriale, in Siria, come in Libano, questi gruppi si sono mescolati ed hanno convissuto fianco a fianco per secoli. E proprio questa distribuzione a macchia di leopardo delle varie sette religiose rende oggi l’intervento esterno complicato e difficile. Sicuramente più complicato dell’intervento in Libia dove, aldilà degli interessi economici legati al gas ed al petrolio, vi era anche un maggiore spazio di manovra dato dal fatto che, a partire dalle prime fasi del conflitto, la Cirenaica si è affrancata dalla Tripolitania e Bengazi ha costituito la base di partenza per muovere la rivolta fino a Tripoli.

FONTE DI INSTABILITA’ PER IL MEDIO-ORIENTE – Allo stesso tempo, con il perdurare della guerra civile, il caso siriano diviene sempre più preoccupante in quanto fonte di instabilità per l’intera regione mediorientale. Basti pensare al problema dei rifugiati che si riversano nei Paesi confinanti e che, ad esempio, in Giordania rappresentano ormai circa il 10 per cento della popolazione. Questi rifugiati, oltre ad essere un danno economico, hanno effetti destabilizzanti per la monarchia giordana, che potrebbe rischiare di essere la prima monarchia a cadere a causa dell’influenza dei fondamentalisti islamici. Ecco anche perché il re Abdullah si è affrettato ad attuare un piano di riforme tali da trasformare il regime giordano in una monarchia costituzionale, sul modello del Regno Unito.

SEMPRE PIU’ COINVOLTI I PAESI CONFINANTI – Ma non solo. Due recenti episodi sono particolarmente significativi per capire il potenziale esplosivo che si concentra in Siria. Il primo è l’attacco aereo che Israele ha portato ad un centro di ricerca militare siriano alle porte di Damasco, finalizzato ad impedire che alcune sofisticate armi fossero rese disponibili ad Hezbollah in Libano. L’altro episodio recente riguarda gli attacchi delle forze armate siriane sul suolo libanese, che violano la sovranità dello Stato dei cedri, turbandone il fragile equilibrio politico. Un attacco che è stato duramente condannato dall’Unione Europea, che ha reiterato il proprio impegno per la sovranità, indipendenza, integrità territoriale ed unità del Libano. Prima ancora, vi erano stati sconfinamenti siriani in territorio turco, a cui la Turchia aveva risposto militarmente.

GUERRA SETTARIA SU SCALA REGIONALE Questi episodi sono solo la punta di un iceberg di una battaglia decennale che si combatte in medio oriente per la conquista di una supremazia religiosa ed economica da parte delle due principali sette religiose: quella sunnita, fiancheggiata dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia, e quella sciita, che vede in Teheran il principale motore propulsore.Ecco allora che Damasco diventa il punto focale di un conflitto che rischia di estendersi all’intera regione ed oltre. Infatti, non solo l’Iran, ma anche la Russia continua a sostenere il regime di Bashar Al Assad. E, con gli aiuti e le armi ricevute dagli alleati, il regime mostra una sorprendente capacità di resistenza.

STATI UNITI ED EUROPA FINORA ALLA FINESTRA – Di fronte a questa situazione sul campo, memori di quanto avvenuto in Afghanistan e dei non proprio entusiasmanti sviluppi delle primavere arabe, i Paesi occidentali sono stati finora alla finestra. Stati Uniti ed Europa si sono finora trattenuti dall’armare i ribelli siriani per due fondamentali ragioni. La prima è che si teme quanto avvenuto in Afghanistan con i talebani, ossia che le armi possano poi essere usate contro gli stessi Paesi occidentali. La seconda, visto il coinvolgimento della Russia a sostegno di Assad, è la possibilità di una escalation del conflitto. Escalation che al momento non è voluta dai Paesi occidentali, i cui interessi non sono direttamente minacciati dal conflitto civile siriano.

L’OCCIDENTE A BREVE POTREBBE ASSUMERE POSIZIONI DIVERSE – Ma le posizioni dell’Occidente rischiano ancora una volta di divaricarsi. Da un lato gli Stati Uniti che, come recentemente testimoniato dall’Ambasciatore Frederic Hof, consulente speciale di Obama per la transizione in Siria, iniziano a considerare la possibilità di un maggiore sostegno all’opposizione siriana. La via migliore per il cambiamento di regime sarebbe supportare la formazione ed il funzionamento di un nuovo Governo, da insediare sul territorio siriano, costituito da tecnocrati estratti dalle file dell’opposizione e da esponenti dei potentati locali. Un esecutivo da sostenere anche con un accordo di assistenza militare, che preveda azioni di intelligence ed attacchi aerei, senza però l’impiego delle truppe sul terreno. Dall’altro lato l’Unione Europea, che lo scorso anno ha imposto un embargo alla Siria e che recentemente non ha trovato un accordo sull’allentamento delle misure restrittive. L’embargo imposto la scorsa estate, scadrà però il prossimo giugno, data entro la quale l’Europa dovrà necessariamente decidere cosa fare in Siria. La Francia ed il Regno Unito sembrerebbero propensi ad un intervento militare di carattere umanitario. Ma interventi del tipo, se pur mossi da rette intenzioni, rappresentano sempre una violazione del diritto internazionale e, di fatto, una ingerenza negli affari interni siriani. Tuttavia, se non si agisce ora, potrebbe dover passare molto tempo prima di poter nuovamente intervenire con efficacia a supporto delle popolazioni colpite. L’Occidente è dunque diviso sul caso siriano. Il punto è: quale sarà la linea rossa che, in termini di sacrifici umani e rischio di destabilizzazione per l’intera area, dovrà essere superata prima che si ritrovi una unità di visione? Ad oggi, purtroppo, non è dato saperlo.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. La questione Siriana ha delle radici profonde nel conflitto permanente in atto nello scacchiere mediorientale. Condivido buona parte dell’analisi. L’unione Europea è giusto che stia zitta perché non esiste un Unione Europea capace di dire “qualcosa”.
    Nei vari conflitti mondiali in atto si sono distinte solo le due nazioni Europee notoriamente colonialiste e non di certo per motivi “Umanitari”, ma solo e unicamente per quegli stessi motivi per cui “Saddam aveva armi di distruzione di massa”, ” Le fosse comuni di Milosevic”, “l’atomica Iraniana (dimenticando che paesi come India e Pakistan già la posseggono)”.
    Ben presto sentiremo parlare di “intervento umanitario” ma quello che continuiamo a seminare è solo l’odio verso l’occidente.

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