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Opinioni e commenti
 

Alla Sapienza si discute di welfare. Il prof. Ciarini: «L’erosione del welfare colpisce la coesione sociale»
Pubblicato il 08-05-2013


Seminario-Politiche sociali

Si parla di welfare e stato sociale all’università La Sapienza di Roma. Si parla di Europa, di crisi, austerity, ma anche di risposte e idee per il futuro. “Le risposte sociali alla crisi del welfare in Europa”.  È questo il nome della due giorni organizzata dal Seminario Permanente sulle politiche sociali e l’empowerment del cittadino (SemPer) ospitato presso il Centro Congressi della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione. La conferenza, con un forte carattere internazionale, si articola attraverso seminari e tavole rotonde in cui relatori, provenienti dal mondo accademico europeo, si confrontano e si interrogano sul futuro del welfare in Europa. Un panel internazionale che ha analizzato, da prospettive e culture differenti, lo “stato dell’arte” del sistema del welfare nel Vecchio Continente, in un momento in cui lo stato sociale è duramente sotto attacco da parte delle politiche di austerity. Una sorta di “spallata finale” che sta definitivamente disgregando quel patrimonio di conquiste che hanno fatto grande la civiltà europea e che l’ideologia neoliberista aveva iniziato ad erodere. «Una conferenza che nasce dal bisogno di analizzare le grandi trasformazioni sociali alla base dell’ondata di riduzione della spesa pubblica e della spesa sociale che investe l’Europa» ha sottolineato, all’Avanti!, Andrea Ciarini ricercatore in Sociologia economica e docente di Sistemi di welfare in Europa.

Professor Ciarini, si è parlato di welfare sottolineando la parola “erosione” come quella che meglio descrive il processo a cui sono sottoposti i modelli di stato sociale europeo.

Sì, erosione. Da qui l’idea di organizzare questa conferenza che nasce dal bisogno di analizzare le grandi trasformazioni sociali alla base della grossa ondata di riduzione della spesa pubblica e della spesa sociale che investe l’Europa intera. Assistiamo all’imperversare di progetti politici, variamente configurati, che prevedono lo smantellamento della rete pubblica del welfare e la sostituzione di questa con iniziative private o “filantropiche”. Una definizione che, nella retorica dominante, vuole indicare come l’intervento del privato sopperisca a questo costante processo di smantellamento del settore pubblico.

Da più parti si è messo in evidenza quanto questa dinamica vada a impattare sulla coesione sociale.

Assistiamo alla riduzione delle prestazioni pubbliche sanitarie, delle spese sociali in favore dei dispositivi di sostegno del reddito. Si cerca di puntare sul reddito come fonte per l’accesso ai servizi, ma allo stesso tempo, proprio quel derivato viene perso dai lavoratori che vengono licenziati. Di fronte a questo scenario, siamo interessati, da un lato, a capire chi siano i nuovi soggetti che domandano welfare, cioè a capire chi chiede, oggi, welfare e quali caratteristiche abbia. Dall’altro, osserviamo come cambiano le politiche, ma anche come si ristruttura il vecchio welfare. Infine, stiamo analizzando la risposta della società civile e, soprattutto, la nascita di nuove forme di reti sociali che si sostituiscono o integrano quelle tradizionali.

Cosa si rileva rispetto a questo?

Il panorama è variegato, ma certamente le società civili europee si stanno riorganizzando in risposta a questi processi di smantellamento. Tutto questo apre un grosso dibattito in merito alle reazioni sociali che, in alcuni casi, sono addirittura regressive. Penso soprattutto a quanto si sta sperimentano in Grecia, dove la risposta della società civile non è in grado di recuperare o di ricostruire il welfare. Manca, nel caso greco, il fattore dell’inclusione, ovvero la capacità di includere i segmenti sociali nell’offerta di welfare. Al contrario, in alcuni casi siamo di fronte a vere e proprie chiusure particolaristiche, comunitarie, di circoli ristretti, derive che possono diventare pericolose.

Segnali positivi, invece, in tal senso?

Abbiamo rilevato risposte regressive, ma anche proattive, cioè tentativi di ricostruire una rete del welfare attraverso processi di mutualismo, ovvero di cittadini che si mettono insieme e si autorganizzano per ricostruire servizi.

Si è parlato anche di quella fase precedente la crisi, in cui, furono poste le basi dello smantellamento dello Stato sociale finanziato, nei ’90, attraverso il debito. Tutto questo mentre le destre al governo hanno anche favorito deregulation, se non vera e propria evasione fiscale.

La tendenza a finanziare il welfare con il debito, e non con la spesa pubblica, ha avuto vari effetti. Da un lato quello di incentivare la spesa privata, ovvero l’acquisto di  servizi su un mercato con le proprie risorse. Spesa privata che può essere finanziata attraverso i redditi procacciati sul mercato del lavoro, tassati per via fiscale e contributiva, ma anche con redditi che si costituiscono attraverso l’incentivazione dell’evasione fiscale. Le persone che non pagano tasse, secondo questo ragionamento tipico di un approccio “di destra”, hanno maggiore disponibilità e quindi, ad esempio, si vanno a comprare la visita specialistica nella clinica privata.

Una spirale perversa quindi?

Non solo. Abbiamo anche potuto constatare la presenza di un effetto inatteso. L’ulteriore diminuzione della spesa pubblica, già bassa, e già in condizioni di difficoltà per il tasso di evasione fiscale e contributiva, infatti, porta proprio ad una diminuzione della stessa spesa privata e delle stesse soluzioni di mercato che pure i conservatori vorrebbero incentivare.

A questo però, si è detto, si somma una tendenza all’evasione dovuta, soprattutto nell’Europa mediterranea, ad una sfiducia nella burocrazia dello Stato.

Senza dubbio questo aspetto rappresenta un carattere storico di lungo periodo dei sistemi di welfare mediterranei, dove le istituzioni nazionali sono, storicamente, scarsamente legittimate nei confronti della popolazione e dei gruppi sociali, i quali trovano nelle istituzioni un luogo di compensazione degli interessi particolaristici.

Dove trovare la soluzione? In sede nazionale o europea?

Le risposte sono nazionali, ma si auspica che vengano individuati anche dei grandi piani di investimento a livello europeo. Non solo infrastrutture, ma anche servizi di welfare. Penso a politiche sociali che non sono da considerarsi come un costo o spesa pubblica destinata ad alimentare i debiti, ma possono e devono diventare investimenti capaci di produrre nuova e buona occupazione. Soprattutto là dove una domanda di lavoro è presente come bisogno sociale: pensiamo, ad esempio, alla cura degli anziani, dei minori, così come l’assistenza domiciliare.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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