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Opinioni e commenti
 

Bologna dice “No” al finanziamento per le private dell’infanzia: «La scuola è un bene “pubblico”»
Pubblicato il 27-05-2013


yesnoI bolognesi hanno detto “NO” al finanziamento pubblico per le scuole private dell’infanzia: questo il risultato del referendum consultivo tenutosi all’ombra delle due torri, che assegna il 59% delle preferenze per la destinazione delle risorse comunali a favore delle scuole dell’infanzia comunali statali. In dettaglio alle comunali statali, sono andati 50.517 voti, cioè il 59 per cento, mentre alle private paritarie 35.160 voti, pari al 41%. Il pronunciamento ha dunque premiato i promotori che chiedevano di destinare quelle risorse, circa un milione di euro ogni anno, alla scuola pubblica.

UN VOTO SCOMODO PER LA MAGGIORANZA – Il voto, che aveva fatto temere la rottura nella maggioranza di centrosinistra che guida la città, ha registrato un’affluenza al di sotto al 30 per cento, ma la consultazione non prevedeva il raggiungimento di alcun nessun quorum. Ai seggi si è recato meno di un bolognese su tre, un dato che i due schieramenti hanno, naturalmente, interpretato in maniera opposta. Nel quartier generale dei referendari si era cantata vittoria già prima dell’inizio dello spoglio. L’affluenza, secondo il comitato promotore, “Articolo 33”, rappresenta una «buonissima partecipazione», dal momento che «gli elettori che si sono recati alle urne superano di gran lunga il numero di persone direttamente coinvolte nella decisione». Inoltre, il comitato ha ricordato «le scomode e irrazionali dislocazioni dei seggi e le carenze organizzative del Comune», oltre «al grande astensionismo registrato alle elezioni amministrative in tutta Italia e anche nella provincia di Bologna, che fa risaltare ancor più la partecipazione bolognese al referendum». I detrattori hanno, invece, sottolineato la bassa affluenza senza analizzare ulteriormente il dato.

L’AMMINISTRAZIONE ORA RISPETTI IL RISULTATO – La palla adesso torna in mano al sindaco Virginio Merola, che nei giorni scorsi, all’apice della campagna elettorale che lo ha visto scontrarsi duramente con Nichi Vendola (Pd e Sel, alleati in maggioranza, erano divisi dalla consultazione), aveva detto che qualsiasi fosse stato il risultato, non avrebbe fatto cambiare direzione all’amministrazione: «Ora andiamo avanti di nuovo insieme», ha detto mentre i referendari gli hanno chiesto di tenere conto dell’esito. Subito, i promotori della consultazione hanno rivolto un appello al sindaco ricordando che l’Amministrazione dovrà ora «tenere conto del risultato, a partire dal Consiglio comunale che entro tre mesi ha l’obbligo di deliberare in merito. Bologna non ci sta a lasciare fuori qualcuno dalla scuola pubblica e si riprende il suo ruolo di avanguardia, lanciando un messaggio al Paese: la scuola di tutti, laica e gratuita è un bene comune e deve rimanere un diritto come sancito dalla nostra Costituzione».

“LE LARGHE INTESE” – Ha votato anche Romano Prodi, che si era speso pubblicamente a favore delle risorse alle private ed è tornato in tempo dall’Etiopia: «le persone che erano interessate sono venute a votare», si è limitato ad analizzare. Il voto e la campagna elettorale, a tratti infuocata, si sono trasformati giorno dopo giorno in un test sulla tenuta del Pd e della coalizione di centrosinistra. Tutta l’ala sinistra della maggioranza, Sel in testa, si è schierata a favore della consultazione e con loro tante associazioni della società civile, il M5S, la Fiom, i sindacati di base, i collettivi studenteschi e persino Casapound. In un asse che a qualcuno ha fatto sospettare di tentazioni da larghe intese visto che a fianco del Comune c’era il centrodestra, insieme all’Udc, alla Curia, alla Cisl e al mondo economico, dalle cooperative di ogni colore a Cna, commercianti e Unindustria.

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