martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Cannes: podio politically uncorrect tra lesbo e politica. Nulla di fatto per Sorrentino e Polansky
Pubblicato il 27-05-2013


Cannes-Adele-vinceAlla fine a vincere, tra le lacrime delle protagoniste e un appello para-politico-libertario del regista, è stato il film più anti-spielberghiano dell’intera rassegna. Ovvero “La Vie d’Adele” di Abdellatif Kechiche che si porta a casa un’anomala Palma d’oro insieme alla due protagoniste (Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux) entrambe in lacrime e che nel film vivono la più passionale relazione lesbo. «Ringrazio la bella gioventù di Francia che ho incontrato durante la lavorazione e che mi ha fatto sentire lo spirito di libertà e la gioia di vivere – dice il regista franco-tunisino nel prendere il premio – e ringrazio anche la gioventù tunisina che ha fatto la sua rivoluzione con la giusta aspirazione di vivere liberamente, pensare liberamente e amare liberamente». Sì è chiusa così la cerimonia, breve e indolore, della 66/ma edizione del Festival di Cannes condotta da una Audrey Tautou vestita di rosso e un po troppo fragile e bambolina per non suscitare qualche sorriso di troppo.

IL CORAGGIO DEL CINEMA  – Un’edizione difficile da decifrare quella di Cannes che si è appena conclusa anche se la passione politica, e soprattutto il coraggio, hanno condizionato gran parte delle scelte della giuria più che il cinema pieno di bontà e speranza del presidente di giuria Steven Spielberg.  Intanto c’è il coraggio del film di Kechiche di parlare di un argomento tabù come l’amore omosessuale al femminile; c’è poi sicuramente il coraggio del film cinese “A Touch of Sin” di Jia Zhangke di parlare della violenza della Cina contemporanea che il governo cinese cerca di occultare; e sicuramente c’è il coraggio di far vedere, come ha fatto Amat Escalante in “Heli” (premio miglior regia) la violenza ancora più sanguinaria dei cartelli della droga messicana.  Ma in questo festival, dove il vero sconfitto resta “Il passato” di Asghar Farhadi, lo zampino di Spielberg c’è stato.

NEBRASKA, IL PIU’ SPIELBERGHIANO DI TUTTI –  C’è nel secondo premio in ordine di importanza, ovvero quello andato ad “Inside Llewyn Davis” dei fratelli Coen, storia tutta musicale del folk Usa negli anni Sessanta. E c’è infine il suo tocco nella storia piena di valori familiari del film giapponese “Tale padre e tale figlio” di Kore-Eda Hirokazu dove un padre deve scegliere tra il figlio naturale e il figlio che ha solo cresciuto. E’ stato inoltre premiato il film più spielberghiano di tutti; ovvero “Nebraska” di Alexander Payne. Film in bianco e nero, che ha ricevuto il premio al miglior attore andato a Bruce Dern, che interpreta un anziano che non rinuncia ai suoi sogni anche se sono solo il frutto di un principio di Alzhaimer.  Infine, volendo considerare il premio come miglior attrice andato all’attrice francese Berenice Bejo per “Il passato” di Asghar Farhadi, un film che sembrava destinato alla Palma, sembra un riconoscimento più che al film alla sua sola appartenenza francese (è il primo lavoro del regista iraniano girato fuori patria e in lingua francese).

SORRENTINO E POLANSKY? CHE PECCATO – Peccato invece che questo premio non sia andato ad Emmanuelle Seigner, magnifica protagonista di un incredibile film: “Venere in pelliccia” di Roman Polanski.  In una serata in cui la nostra Asia Argento, ispirata e luciferina, ha consegnato il premio a “Tale padre, tale figlio”, come fosse un emblema demoniaco, non ci fa una bella figura neppure la stessa Bejo. Prende il premio e subito si commuove in maniera teatrale, strabuzza gli occhi e qualcuno sorride. E ci si chiede: sta recitando? Per fortuna c’erano la sempre bella Kim Novak (per lei una lunga standing ovation), la statuaria giurata vestita in bianco di nome Nicole Kidman e, infine, una sobria Uma Thurman in grigio che prima di consegnare la Palma d’oro, ricordando chi ha ricevuto questo premio, cita proprio “La dolce vita”. Peccato insomma per “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

 

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