martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Convenzione riforme: scoppia la polemica per la presidenza della Commissione
Pubblicato il 04-05-2013


Presidenza commissione RiformeNumerosi sono stati gli ostacoli e le difficoltà in questa graduale fuoriuscita dall’impasse politico-istituzionale. Ora lo scoglio che va superato riguarda la scelta della presidenza della cosiddetta Convenzione sulle riforme, quell’organismo creato ad hoc per avviare il percorso delle riforme istituzionali. Oltre ad essere uno scoglio, l’indicazione dei nomi da candidare alla presidenza ha scatenato un’accesa polemica tra Pd e Pdl. Stefano Fassina, viceministro all’Economia e deputato democratico si è detto fermamente contrario alla candidatura di Silvio Berlusconi come presidente. Parere contrario anche da parte di Luciano Violante. Ma il Pdl non intende cedere: Fabrizio Cicchitto ha infatti ribadito che a presidiere quella commissione straordinaria ci deve essere: «un’autorevole personalità del centrodestra». Nel dibatitto politico si è inserito anche il netto rifiuto da parte di Stefano Rodotà, nonché candidato al Quirinale del MoVimento5Stelle secondo il quale la Convenzione è «un organismo che rappresenta un rischiosissimo attacco ai principi costituzionali».

FASSINA (PD): NO PRESIDENZA A BERLUSCONI – Secondo Stefano Fassina la persona alla guida della Convenzione deve essere «una figura in grado di dare garanzie a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento e temo che il senatore Berlusconi non sia fra questi» ha reso noto. Oltre al viceministro all’Economia, a bocciare la candidatura del Cavaliere è stato anche il sindaco di Firenze, Matteo Renzi secondo il quale «un conto è fare un governo con il Pdl perchè non ci sono alternative, altro è dare la Convenzione a Berlusconi».

VIOLANTE (PD): Sĺ A CONVENZIONE, MA NO PRESIDENZA A PDL – Contrario alla presidenza di Berlusconi si è detto anche Luciano Violante che ha apprezzato la creazione dell’organismo, ma invita a evitare di affidarne la presidenza a un rappresentante del Pdl, considerato che il partito ha già Gaetano Quagliariello come ministro per le Riforme costituzionali. L’esponente democratico ha inoltre esortato a lasciare fuori i parlamentari.

IMMEDIATA LA REPLICA DEL PDL – «La Convenzione, per essere politicamente incisiva e significativa, deve essere composta in larga parte da parlamentari, altrimenti rischia di risolversi in un esercizio accademico» è stata la replica immediata di Fabrizio Cicchitto. «In secondo luogo – ha poi aggiunto l’esponente Pdl – la presidenza della Convenzione deve essere attribuita a un’autorevole personalità del centrodestra anche perché tutte le cariche di rilievo politico istituzionale sono state ricoperte da esponenti della sinistra e addirittura, per quello che riguarda la presidenza della Camera, da un esponente della formazione di sinistra».

RODOTÁ: CONVENZIONE PERICOLOSA – Dopo essersi rifiutato di presidere la Commissione, candidatura proposta da Sinistra ecologia e libertà (Sel) il giurista ha sostenuto che la Convenzione è «un cattivo servizio alla politica costituzionale, esattamente all’opposto di quello che si dovrebbe fare: rimettere al centro dell’attenzione il Parlamento». «Non è vero che il Parlamento – ha proseguito Rodotà – non è in grado di fare riforme costituzionali. Ha già riformato il Titolo V della Costituzione, l’articolo 81 riguardante il processo penale. E quando Berlusconi ha voluto approvare una riforma istituzionale lo ha fatto. Poi – ha concluso – ci sono stati 16 milioni di cittadini che gli hanno detto di no».

LA CONVENZIONE PER LE RIFORME – Si tratta di un gruppo di lavoro, composto da 75 persone, tra cui parlamentari di maggioranza ed opposizione. Ma anche personalità esterne, e un presidente. Un organismo creato ad hoc che ha come compiti quello di cambiare la struttura dello Stato, superare il bicameralismo perfetto, istituire il Senato regionale. Qualora la Convenzione per le riforme non dovesse produrre alcun risultato, tra 18 mesi allo scadere del primo giro di boa prospettato dal premier Letta,  il governo potrebbe rischiare di andare a casa.

Silvia Sequi

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