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Opinioni e commenti
 

Diffamazione: condannato a otto mesi di carcere Giorgio Mulè, direttore del settimanale Panorama. Solidarietà bipartisan
Pubblicato il 24-05-2013


Mulè-Panorama-carcere

«La miglior risposta alla mia condanna è nell’editoriale di oggi (ieri, ndr), scritto prima della sentenza: “A Palermo parte la Norimberga de’ noantri”». Con queste poche parole Giorgio Mulè ha voluto esprimersi sul social network Twitter per commentare la sentenza emessa mercoledì scorso, dal tribunale di Milano che lo ha condannato a otto mesi di reclusione per il reato di diffamazione a mezzo stampa. E che ha di nuovo sollevato la discussione sulla libertà di stampa nel nostro Paese. Che sì, esiste. Questo fondamentale diritto è infatti sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Ma nelle ultime tre stagioni, soprattutto, sembra essere fortemente messo in discussione perché, a quanto pare, se si scrive qualcosa che non piace a qualcun’altro, le sbarre del carcere si possono concretizzare, così come può aumentare il rischio di ritrovarcisi dentro. E dietro. A pochi mesi dalla sentenza di condanna contro il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti – che poi si è risolta con la concessione della grazia da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano – prende piede l’eventualità che si crei un altro caso analogo: quello che vede protagonista un altro direttore, Giorgio Mulè responsabile del settimanale “Panorama”, condannato in primo grado, e senza condizionale, a otto mesi di carcere. A sostegno di Mulè si è mosso Giampiero Marrazzo, direttore del quotidiano Avanti! che gli ha prontamente telefonato per dimostrare la sua vicinanza. Solidarietà è stata espressa anche dal mondo politico dal Pdl al Pd, nonché dal neosenatore del Psi, Enrico Buemi che definito «irragionevole il carcere per Mulè».

LE NUMEROSE ANALOGIE TRA I DUE CASI – Tante le analogie, poche le differenze tra le due vicende. Entrambi sono direttori di giornali: il primo dirige il quotidiano “Il Giornale”, il secondo è direttore del settimanale “Panorama”. Nell’esercizio delle loro funzioni di direttori l’accusa è quella di omesso controllo nei confronti di un reato di diffamazione commesso di due giornalisti che hanno scritto e pubblicato sul giornale di cui sono responsabili. Le persone oggetto della diffamazione, in entrambi i casi sono dei giudici. Nel caso Sallusti, il giudice diffamato, Giuseppe Cocilovo era coinvolto all’interno di una delicata vicenda giudiziaria, nel nuovo “caso Mulè”, il magistrato è il procuratore di Palermo, Francesco Messineo. A differenziare i due casi è solo l’entità della condanna: 14 mesi furono sentenziati contro Sallusti, otto sono stati chiesti per Mulè. Il caso Sallusti si risolse con l’intervento del capo dello Stato, Giorgio Napolitano che concesse la grazia al direttore del quotidiano milanese che non fu sottoposto a pena detentiva, ma solo al pagamento di un’ammenda pecuniaria.

MARINA BERLUSCONI – «La libertà di stampa non può essere chiusa in una prigione. La critica, anche la più dura, a patto che non scada nell’insulto o nella menzogna, è il sale del confronto democratico, al quale nessuno può pensare di sottrarsi». Questo il commento di Marina Berlusconi, presidente di Mondadori, casa editrice del settimanale che ha voluto esprimere solidarietà nei confronti di Mulé.

BUEMI (PSI), IRRAGIONEVOLE CARCERE PER MULÈ – Sulla vicenda si è espresso anche il neosenatore del Psi, Enrico Buemi secondo il quale la condanna contro Mulè e il redattore deve fare «impressione» poiché «entrambi sono condannati al carcere senza sospensione condizionale della pena, manco fossero rapinatori incalliti». «Ieri (il riferimento è all’analogo caso Sallusti) come oggi si tratta di due sentenze che riguardano due magistrati che si sono ritenuti diffamati da due direttori universalmente considerati “scomodi” – ha proseguito l’esponente socialista – per le linee editoriali dei rispettivi giornali nei confronti di parte della magistratura. Senza entrare nel merito delle sentenze – conclude il senatore socialista – dobbiamo sottolineare la sproporzione della pena al carcere mentre sarebbe, in questi casi che riguardano la libertà di informazione e il diritto di critica, più ragionevole l’applicazione delle sole sanzioni pecuniarie».

LA VICENDA – Oltre a Mulè è stato condannato, a un anno di carcere e senza condizionale, anche il giornalista Andrea Marcenaro accusato del reato di diffamazione ai danni del procuratore di Palermo, Francesco Messineo per il contenuto dell’articolo dal titolo “Spatuzza e le stragi del ’93: aridatece Caselli”, pubblicato sul settimanale nel 2010. Il giudice monocratico di Milano, Caterina Interlandi, ha anche disposto un risarcimento di 20mila euro a favore del procuratore di Palermo. La sentenza è di primo grado, dunque prima che la pena diventi definitiva si dovrà attendere il giudizio della Corte d’Appello di Milano, e poi della Cassazione. Nel frattempo, però, l’auspicio è che qualcosa cambi nella normativa che prevede il carcere per i giornalisti. Insomma, il Parlamento dopo questi due sorprendenti casi non ha più tempo per procrastinare un intervento concreto per approdare finalmente a norme più ragionate e ragionevoli relative ai reati di diffamazione a mezzo stampa così da tutelare, in egual modo, la libertà di stampa e il diritto alla privacy e al rispetto della propria reputazione.

Silvia Sequi

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