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Opinioni e commenti
 

E’ morto il generale Videla. Durante la dittatura fu il responsabile dei 30mila “desaparecidos” argentini
Pubblicato il 18-05-2013


Argentina-diitatore-Jorge Videla

Per ironia della sorte è morto a maggio, il mese che dà il nome a quella Plaza de Mayo dove, inamovibili, sfilavano le madri dei ragazzi che aveva fatto prima sequestrare illegalmente, poi torturare e infine uccidere. Una generazione cancellata. Si è spento ieri il dittatore argentino Jorge Rafael Videla nel carcere “Marcos Paz” di Buenos Aires, dove era recluso per crimini contro l’umanità. Con lui se ne va un pezzo della storia del secolo scorso, una pagina oscura. Si chiamava “Piano Condor” quello che l’Amministrazione USA mise in essere nel continente latinoamericano: l’obiettivo era quello di tenere a bada il “giardino di casa” ed evitare che questo potesse prendere derive progressiste poco gradite nella Washington della Guerra Fredda. Di quel “Plan Condor” fu figlio, come Pinochet, anche il generale dell’esercito argentino Videla, leader della giunta militare e responsabile del golpe che depose Isabelita Peron, dando vita ad una dittatura tra il 1976 e il 1981 eufemisticamente chiamata “el proceso”. Non si ravvide mai, rivendicando tutta la vita il suo operato. Ora non parlerà più, ma non per questo lascia dubbi in merito ad un possibile pentimento.

LA GUERRA “NECESSARIA” – «La guerra per sua natura è un fenomeno crudele e una guerra fra fratelli lo è doppiamente, però, a volte, le società devono pagare un prezzo per servire obiettivi superiori». Così, con parole lapidarie e terribili, lo scorso anno, Videla aveva liquidato la vicenda argentina della dittatura. Lo definisce “il prezzo”, ma si riferiva alla “desaparicion” di circa 30.000 giovani, studenti, ragazzi che avevano, come unica colpa, quella di interessarsi alla politica.

RISUCCHIATI NEL NULLA – Arrivavano spesso di notte, a bordo delle famigerate “Falcon”: una squadra di uomini, in borghese e senza distintivi, irrompeva, armi in pugno, nelle case dei presunti “sovversivi”e li portava via. Risucchiati. Alle famiglie che, di commissariato in commissariato, chiedevano quale fosse la sorte dei loro cari veniva risposto che l’arresto non risultava nei registri dunque, probabilmente, erano nelle mani dei terroristi. Uno strazio senza fine al quale si aggiungeva l’arroganza e la volgarità degli assassini di regime che conoscevano bene la sorte di quei giovani rinchiusi in centri segreti, interrogati e brutalmente torturati con le scosse elettriche e, infine, caricati su C130 dell’aviazione militare, rinchiusi in dei sacchi con dei pesi, e buttati vivi nell’oceano.

VIDELA, PAPA BERGOGLIO E LA CHIESA – Poco dopo la morte dell’ex dittatore argentino, alcuni siti web hanno pubblicato fotografie che lo mostrano in cella seduto sul suo letto, con alle spalle un grande crocifisso. Videla recitava infatti il rosario tutti i pomeriggi e andava regolarmente a messa. “Credo che Dio non mi abbia mai abbandonato”, affermò qualche mese fa in un’intervista al giornalista Ceferino Reato. Sui rapporti all’epoca tra i militari e la Chiesa – tema spesso al centro di polemiche, riemerse in occasione dell’elezione di Papa Bergoglio – si è riferita tra gli altri la leader delle nonne di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto. “Non si era mai pentito e rivendicava i suoi delitti”, ha accusato, accennando inoltre al fatto che la Chiesa ha “in parte accompagnato” quanto fatto da Videla, che “ora starà rispondendo in altre sedi dei suoi delitti”.

QUEL “PREZZO DA PAGARE” – Per Videla si trattò del «prezzo che, sfortunatamente, la Nazione Argentina dovette pagare per continuare ad essere la Repubblica», come affermò l’ormai vecchio generale lo scorso anno con tono dimesso. Un peso che Videla ha assunto forte delle sue convinzioni mai sottoposte a dubbio e rispetto alle quali affida a quella parola, “sfortunatamente”, il suo unico rammarico, quasi a voler rimandare al caso o alla fortuna le proprie responsabilità. Chissà se durante la vecchiaia, in sogno, lo abbia mai assalito l’eco delle grida dei torturati nei sotterranei dell’Esma la “Scuola Meccanica della Marina”, principale prigione clandestina ai tempi della dittatura. Di sicuro, da sveglio, avrà sentito mille volte le voci delle “madri” e delle “nonne” di Piazza di Maggio che reclamavano giustizia e chiedevano di poter conoscere la sorte di quei bambini, nati in prigionia, figli delle donne incinte detenute, che furono “rubati” dai militari. Ora Videla non parlerà più, ma come ha detto il Premio Nobel per la pace argentino Adolfo Pérez Esquivel, grande accusatore della della dittatura, «la sua morte elimina la presenza fisica, ma non ciò che ha fatto al Paese».

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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