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Opinioni e commenti
 

“La Storia siamo noi”? Non più. Il programma chiude i battenti e Calandrelli sostituisce Minoli a Rai Educational
Pubblicato il 17-05-2013


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Prima la notizia, poi la smentita. Nel giro di mezza giornata lo scoop lanciato dal quotidiano “La Repubblica”, riguardante la soppressione del programma “La Storia siamo noi” (condotto da Giovanni Minoli) ha suscitato molte reazioni dal mondo civile, politico e degli addetti ai lavori.  In poche ore si è scatenato il dissenso urlato sui social network, ma anche nei comunicati stampa finché è arrivata la secca smentita da viale Mazzini: «Il programma non va in soffitta ma termina il contratto con Giovanni Minoli che era andato in pensione tre anni fa». L’azienda precisa inoltre per voce dello stesso direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi che l’intenzione «è di utilizzare forze interne e non rinnovare contratti a chi va in pensione. I contratti si concludono, le fasi storiche si esauriscono». Lecito. Condivisibile.

RAI EDUCATIONAL: FUORI MINOLI, DENTRO CALANDRELLI – È pur vero però che per un professionista del calibro di Minoli (senza nulla togliere a Silvia Calandrelli che subentrerà nella direzione di Rai Educational) si dovrebbe valutare un’eccezione contrattuale. Appena due anni fa il noto giornalista aveva ricevuto a New York il prestigioso riconoscimento dell’History Makers International, l’Oscar del Congresso mondiale dei produttori televisivi di Storia. La trasmissione “La Storia siamo noi”, nata nel 2002 da un’idea di Renato Parascandolo e di proprietà della Rai, ha al suo attivo 1.460 ore sul canale di Rai Storia ed ha riscosso in più occasioni percentuali di share molto importanti. Non dimentichiamo che sul canale tematico di Rai Educational proprio Minoli, coadiuvato da personalità del mondo accademico, civile e da un validissimo staff tecnico, è andato in onda con trasmissioni (h24 o quasi) sui 150° anni della Repubblica; probabilmente è questo il più grande servizio culturale reso dalla tv di Stato. Attraverso il deciso richiamo all’unità nazionale e alla diffusione di una cultura storica condivisa (almeno sui fatti) si è tentato di diffondere quel prezioso sapere di pochi ai più con la speranza che costituisca la  base della memoria storica del popolo italiano.

IL PROGRAMMA CHE HA FATTO “LA STORIA” (SIAMO NOI) – L’ormai ex conduttore di punta della “Storia siamo noi” ha in più occasioni affermato che «la televisione è il più grande strumento per aiutare l’uomo a crescere» oltre che «chi non la usa in questo modo si assume una responsabilità enorme». Una frase che calza a pennello in questi anni in cui il servizio pubblico da enorme precedenza a format ludici e di attualità. Infatti è ormai solido e ampiamente rodato il sistema televisivo che costruisce punti di share sulla spettacolarizzazione del dolore con i dettagli di raccapriccianti fatti di cronaca; stipendiando a “gettone” le solite glorie dello spettacolo, perfetti sconosciuti in cerca di lauti premi o di qualche ora di celebrità e soprattutto conduttori milionari. Logiche di mercato si direbbe; palinsesti nati per fronteggiare (non certo sul versante culturale ndr.) lo storico avversario nell’ampia fetta di mercato costituita dallo spettacolo: Mediaset.

SCELTE DISCUTIBILI? – La Rai è ovviamente padrona di gestire come meglio crede i format di sua proprietà, ma la notizia dell’accantonamento di Minoli pone certamente delle domande. Perché dai vertici di Viale Mazzini non provvedono a rifondare intere ore di programmazione di trasmissioni costruite sul nulla o al massimo su scontati contributi di alcuni fortunati opinionisti? Perché smantellare la direzione di un programma che ha puntato sulla valorizzazione della memoria storica del nostro Paese con testimonianze inedite e favolose immagini in bianco e nero e non trasmissioni palesemente precostituite. «La Storia siamo noi e Dixit erano state realizzate con società di produzioni indipendenti italiane innescando così un indotto virtuoso di creatività e occupazione fondamentale per l’industria dell’audiovisivo», questo un frammento della lettera inviata dall’Associazione dei documentaristi italiani ai vertici della Rai. La convinzione degli addetti ai lavori probabilmente coincide con quella di una larga percentuale degli spettatori.

Emanuele Bianchi

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