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Opinioni e commenti
 

Muore Andreotti, per mezzo secolo simbolo del potere in Italia
Pubblicato il 06-05-2013


Giulio Andreotti

Come un ombrello extra-large capace di mettere al riparo dalle intemperie della politica e della vita tutti, amici e nemici, rossi e neri, arabi e americani, fede cattolica e calcistica, sarcasmo e paura della morte. Anche questo è stato il senatore a vita Andreotti. Giulio “Il Divo”, per tutti quei giovani che non masticano politica e che lo hanno “scoperto” solo negli ultimi anni al cinema grazie al geniale affresco di Sorrentino. “Un uomo che, nel bene e nel male, da statista quale fu, ha rappresentato per quasi tutta la metà del secolo scorso il volto del potere nella nostra Italia”. Definizione del segretario del Psi Riccardo Nencini che, senza la retorica del caso, ricorda Andreotti nel giorno dalla sua morte. E dello statista ne scandisce luci e ombre, il rapporto di odio e amore che lo legò al Partito socialista ai tempi del segretario Bettino Craxi, la sua vocazione riformatrice e parallelamente la sua estrema capacità di adattarsi al Paese che cambia.

UOMO DI GOVERNO – Andreotti fu soprattutto “uomo di governo, sin dalla giovinezza trascorsa all’ombra di Alcide De Gasperi – continua Nencini – e seppe interpretare come nessuno gli incarichi istituzionali e apicali che ricoprì lungo una carriera politica segnata dalla capacità di adattarsi, con singolare pragmatismo, ai mutamenti culturali del nostro Paese. Pur non avendo mai ricoperto incarichi di vertice – sottolinea il Segretario – fu colui che orientò e condizionò le scelte operate dalla DC per oltre quarant’anni, sempre attore protagonista delle vicende che ne segnarono le scelte strategiche e che lo portarono ad avere con il Psi un rapporto complesso e articolato”. Insomma senza esserne mai stato segretario, Andreotti ha incarnato per decenni la Democrazia Cristiana.

L’ELOGIO DELLA MEDIAZIONE – A capo della corrente più minoritaria del partito dello scudo crociato, il compianto senatore a vita è assurto a feticcio di una precisa maniera di fare politica: l’elogio della mediazione. Quell’arte della dialettica mista ad arguzia, tempismo e pelo sullo stomaco che ha permesso al Paese, nel bene e nel male appunto, di restare in piedi. Di non scivolare nel baratro di conflitti internazionali o delle ghigliottine nostrane. Ci saranno sempre detrattori che la chiameranno arte dell’inciucio, del compromesso (storico?). Ci sarà sempre chi insisterà nel far luce sulle sue tante ombre: Sindona, Moro, la P2, la mafia, il bacio con Riina. “Fu un uomo politico certamente non immune da critiche e censure – aggiunge Nencini  – ma qualsiasi opinione ciascuno si sia formato su una personalità così fortemente legata alla storia d’Italia, non possono essere discusse la sua vocazione riformatrice e l’opera che ha svolto al servizio della Paese. Oggi non è banale sottolineare che il giudizio sul suo profilo politico e umano non può che essere consegnato alla storia”. “Il potere logora chi non ce l’ha”. Recita l’aforima-manifesto attribuito ad Andreotti, anche se la paternità della frase spetterebbe al politico e diplomatico francese del Settecento, Charles Maurice de Tayllerand. Detta da uno dei maggiori uomini di potere della recente storia d’Italia ancora in vita faceva sorridere. Oggi fa una qualche impressione.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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