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Opinioni e commenti
 

Emma Bonino si “lava le mani” del caso Kazako
Pubblicato il 25-07-2013


Bonino-Kazakistan

Ha parlato di fronte alle commissioni congiunte di diritti umani ed esteri del Senato il ministro degli esteri Emma Bonino. Nessuna responsabilità per il suo dicastero nel “pasticciaccio” kazako che Bonino definisce eufemisticamente «lezione importante per le istituzioni»: «ripenso a qualche critica che ho letto circa un mio asserito silenzio sulla questione: la realtà è che ho invece, sin dal primo momento, promosso e sollecitato il massimo chiarimento su un caso così rilevante». Insomma, gli Esteri se ne lavano le mani perché «per legge non è competente in materia di espulsioni dal territorio italiano». Il ministro ha ribadito le responsabilità dell’ambasciatore kazako, Andrian Yelemessov che ha accusato di aver tenuto un atteggiamento «intrusivo» e «inaccettabile» promettendo, senza specificare i dettagli, non meglio precisate «misure più opportune da adottare nei confronti dell’ambasciatore»: un po’ poco dato il “disinvolto” operato del diplomatico.

LA “FERMEZZA” DI ASTANA – E come se non bastasse la sospetta “linea morbida” adottata a Roma, lascia pensare la dichiarazione che arriva da Bruxelles dove, al termine del Consiglio di cooperazione Ue-Kazakistan, in merito alla mai citata esplicitamente possibilità di un’eventuale espulsione dell’ambasciatore kazako: il vicepremier del paese centroasiatico ha, infatti, detto di essere in attesa «di una decisione ufficiale» prima di «reagire» aggiungendo, tronfio, «se mai dovesse esserci». Non solo: Yerbol Orynbayev  ha anche aggiunto, commentando quanto affermato dal ministro Bonino, che aveva definito l’ambasciatore a Roma «non più utile ai kazaki» perché dopo il caso Ablyazov non sarebbe stato «più ricevuto da nessuno», che quanto afferma il responsabile degli Esteri è «solo un punto di vista». Insomma, Astana non sembra affatto essere preoccupata delle possibili ritorsioni che, comunque, sembrano non essere in agenda.

IL MISTERO DEL PASSAPORTO – Nel frattempo spuntano nuovi particolari ad ingarbugliare il già fumoso quadro. Mentre lo stesso Orynbayev fa sapere che il Kazakistan non avrebbe «nessun problema» a rimandare in Italia Alma Shalabayeva e sua figlia, a patto che Roma «fornisca precise garanzie», dalla Repubblica Centraficana, di cui la moglie del dissidente kazaco possederebbe la nazionalità, arriva la notizia che il passaporto in possesso della donna sarebbe falso. Secondo quanto accertato dall’ufficio Interpol del Centrafrica nell’ambito delle attività investigative svolte dalla questura di Roma. È emerso che «nei due passaporti, uno rilasciato dal Kazakistan e l’altro dalla Repubblica Centroafricana, risultano due luoghi di nascita differenti e in più quello indicato nel passaporto della Repubblica Centroafricana, risulta addirittura inesistente». Proprio a questo punto si è appellato il vicepremier kazako nel chiedere carta bianca rispetto alla possibilità di interrogare la donna in futuro sottolineando che, in ogni modo, la donna rischia quattro anni di carcere in Italia a causa dell’uso di un passaporto falso.

NESSUNA NOTIZIA UFFICIALE SULLO STATUS DI RIFUGIATO
– E come se non bastasse, dall’Interpol è arrivato un’ulteriore elemento che confonde ancora di più le acque. L’organizzazione che coordina 190 corpi di polizia di tutto il mondo ha, infatti, reso noto che «a tutt’oggi, il Segretariato generale dell’Interpol non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dal Regno Unito, né da nessun altro Paese, circa il riconoscimento dello status di richiedente asilo/rifugiato accordato al signor Ablyazov». La precisazione è arrivata del segretario generale dell’Interpol in persona, Ronald K. Noble, in una lettera inviata al capo della polizia, Alessandro Pansa, e al direttore centrale della polizia criminale, Francesco Cirillo. Il pasticcio kazako sembra dunque ingarbugliarsi pesando ogni giorno di più sul governo italiano.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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