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Province, dopo il ‘No’ della Consulta Nencini: «La questione passi al comitato per le riforme»
Pubblicato il 04-07-2013


Taglio Province

In un Paese come l’Italia indolente e refrattario ai “reali” cambiamenti, incapace di mettere in discussione piccoli e grandi privilegi delle caste più disparate, popolato da ignavi capaci di risolvere i problemi rinviandone la soluzione a “babbo morto”, non poteva che finire in un nulla di fatto anche la questione dell’abolizione, poi ridimensionata ad accorpamento, delle Province. A disfare quel poco di buono fatto dal governo tecnico del Professor Monti con il decreto “Salva Italia” ci ha pensato la Consulta.  A detta della Corte costituzionale, infatti, la riduzione delle Province in base ai criteri di estensione e popolazione non può essere disciplinata con un decreto legge. Per dare un’accelerata al processo di riforma delle Province, uscire dal rimpallo di responsabilità e competenze, ma soprattutto per garantire quella coerenza e trasparenza alla riforma che ad oggi sembra mancare il segretario del Psi Riccardo Nencini ha scelto di scrivere al ministro Quagliariello e ai presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato per chiedere che “il tema del riassetto istituzionale venga messo all’ordine del giorno dei lavori del ‘Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali’ con l’urgenza che il caso richiede, per per addivenire ad una proposta che abbia una sua concreta fattibilità”.

‘SALVA ITALIA?’ NULLA DI FATTO – In pratica gli alti magistrati hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di una serie di commi dell’articolo 23 del cosiddetto decreto “Salva Italia” che secondo i ricorrenti avrebbe di fatto “svuotato” le competenze delle Province, e gli articoli 17 e 18 del decreto legge numero 95 del 2012, sul riordino delle Province in base ai due criteri dei 350 mila abitanti e dei 2.500 chilometri di estensione. Secondo i giudici costituzionali, “il decreto legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio”. Ragionamento giusto e sacrosanto, ma il decreto Monti va contestualizzato nel momento storico-politico nel quale è nato: il governo dei tecnici infatti era stato chiamato a “fare presto e bene” per risollevare il Paese dalla crisi galoppante con una sorta di terapia d’urto (qualche mese dopo si parlò di “lacrime e sangue”), insomma aveva la necessità di “prendere in poche ore provvedimenti in grado di placare i mercati resi pazzi dalle furiose spallate della speculazione internazionale”.

NENCINI, SE NE PARLI A COMITATO RIFORME – ”Ho scritto al Ministro Quagliariello e ai presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato perche’ la dichiarazione di illegittimita’ relativa alla riforma e al riordino delle province genera una situazione di preoccupante ambiguita’ nell’aspetto ordinamentale dello Stato”. Lo riferisce il segretario del psi Riccardo Nencini. ”Alcune province- si legge nella lettera di Nencini a Quagliariello, Finocchiaro e Sisto – sono gia’ state commissariate, altre continuano a svolgere le loro funzioni”. Il tema del riassetto istituzionale venga messo all’ordine del giorno dei lavori del ‘Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali’ con l’urgenza che il caso richiede, per addivenire ad una proposta che abbia una sua concreta fattibilità. Diversamente la rete istituzionale che ha retto anche alle emergenze sociali ed economiche del Paese potrebbe sfaldarsi – conclude Nencini – con conseguenze negative”.

Lucio Filipponio

 

 

 

 

 

 

 

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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