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Opinioni e commenti
 

Sono di Pozzuoli e me ne vergogno
Pubblicato il 31-07-2013


Pullman-funerali-PozzuoliSono nato a Pozzuoli e come tanti me ne sono andato. Da anni ho scelto un’altra città, da anni ci ritorno con la curiosità di un turista e la nostalgia di un vecchio. Da un paio di giorni a Pozzuoli ci sono tornato con la mente. Il premier dalle larghe intese Letta, il politico tutto d’un pezzo Caldoro, il sindaco immortale Figliolia, una madre piange aggrappata alla piccola bara come ad una scialuppa, un pensionato pensa che non rivedrà più i propri cari se non nella foto che stringe tra le mani sudate, il caldo non smette di torchiare queste anime sospese tra il mare a due passi e la cronaca più nera della notte appena trascorsa. L’Italia piange il dramma di Pozzuoli.

Ci si commuove quasi come se quel paese assolato, stretto tra le pendici lunari della Solfatara e il mare che guarda a Procida, Ischia e Capri lo conoscessero tutti. Si versano lacrime per quella comunità di pescatori, commercianti e ristoratori vittime per l’ennesima volta, la terza. Prima il terremoto dell’80 che fu dell’Irpinia e di Napoli, ma che non risparmiò di scuotere case e coscienze anche a Pozzuoli. Poi la violenza legalizzata e di massa del post bradisismo nell‘84. Quando la terra sussultò con un fragore sordo, un rumore di sottofondo agghiacciante e noto a tutti che spinse la gente in strada, poi in macchina per la notte e infine per anni chiusi in roulotte su quello che era il lungomare. Da un lato il mare e dall’altro le case dai colori pastello spezzate in due. La bidonville arrugginita nel mezzo.

L’acropoli, prima greca e poi romana, che sovrasta la cittadina chiude i battenti. Si lascia ammirare solo da lontano. La bellezza senza tempo di quei palazzi, templi e intarsi è tutta lì, chiusa a chiave. Il tempo passa e la salsedine si fa strada nelle roulotte. La baraccopoli puteolana non ha nulla delle moderne new town. Poi il blitz in una notte. Tutto in una notte. Non ci sono i soldi per una ristrutturazione che finisca prima di vent’anni. E allora la menzogna e il malcostume la fanno da padroni e dettano la linea. Via con la “deportazione” dei tempi moderni. Costretti a salire su autobus scassati e dritti in tangenziale fino a Monterusciello. Un posto che fa ridere solo per il nome un po’ buffo. E’ da lì che la vita di centinaia di puteolani è ripartita loro malgrado, da una periferia fatta di prefabbricati sgraziati nei colori e nelle forme.

Strade desolate, ognuna uguale alle altre, solo qualche semaforo sgangherato tiene il passo. Monterusciello è più simile ad uno dei tanti non-luoghi raccontati da Marc Augé che alle borgate che affollano le periferie moderne. Un agglomerato senza piazze, senza simboli, senza storia, senza identità. E allora senza collante la gente, che un tempo era di Pozzuoli e che ora è di Monterusciello, va allo sbando.  Anche perché a far desistere chi prova a cambiare le cose ci pensa l’immagine, lì a due passi, delle famigerate “Case dei puffi”. Basse e scrostate nell’intonaco blu puffo. L’autoironia campana non molla neanche nella tragedia. La miseria è ostentata anche nel nome e non solo nelle paraboliche che svettano come funghi. E intorno solo erbacce che crescono incolte da anni, ai bordi delle strade carcasse puzzolenti di cani e gatti, mentre i topi a scorrazzare vicino i tombini.

In queste ore i giornali giocano col cinismo di un presunto pellegrinaggio finito in tragedia, di un miracolo alla rovescia, di una fede calpestata dalla rottura del semiasse a 100 all’ora. Venti metri e mezzo. Il volo oltre quel guard rail che non ha retto, poi il fragore del tonfo tra gli alberi e l’asfalto che ricorda i tempi della ricostruzione post terremoto. La gente di Pozzuoli ha di nuovo a che fare con l’Irpinia, ancora una volta nella sofferenza.

Sono di Pozzuoli e me ne vergogno. Perché non ho fatto nulla per cambiare le cose, se non andarmene. Perché sono tornato lì, ma solo con la mente e ripenso a quelle decine di anziani che non hanno mai accettato il beffardo “cambio di residenza”. Dopo vent’anni il paese è tornato a brillare, il centro storico è tornato a vivere. Case dai colori pastello tirate a lustro, aiuole potate ad arte, negozietti, bar e ristoranti affollano il lungomare o il porto vecchio, oramai ambita meta estiva dei napoletani. La gente però non è la stessa. I puteolani di un tempo non hanno messo più piede nelle loro case vista mare. All’epoca furono costretti a svenderle per due soldi ed oggi sono state rivendute a peso d’oro. Tutto in regola.

Ogni giorno schiere di anziani prendono un autobus sgangherato e tempo mezz’ora fanno ritorno alla loro Pozzuoli. Passano sotto quella che fu la loro casa, fanno un giro in quella che fu la loro piazza e scambiano due chiacchiere con quel che rimane della loro comunità. Fanno tenerezza questi forzati della nostalgia che si accontentano del fresco preso al riparo del Tempio di Serapide oppure, quando possono, fanno le “vacanze” in Irpinia. Tre giorni a “prendere l’aria buona”, a godere dei piaceri umili di una cucina casareccia. Poi una puntatina al santuario “e c’ a’ Maronn v’ accumpagn…”.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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