sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Altro che “Favole & Numeri”, l’economia è una cosa seria. Parola di Alberto Bisin
Pubblicato il 27-08-2013


favole e numeri“La cattiva economia è come la cattiva medicina: può fare molto male, anzi peggio. In Italia, paese per certi versi unico, un’impostazione troppo umanistica sembra rendere la logica economica impossibile da comprendere e i dati inavvicinabili, lasciando troppo spazio a libere interpretazioni di concetti, politiche, istituzioni, meccanismi di mercato e di intervento statale. Fino, addirittura, a raccontare favole. E a darli i numeri, anziché interpretarli”. E’ questa la tesi di fondo che Alberto Bisin porta avanti nel suo “Favole & Numeri” (Ed. Egea). Un libro che si pone l’arduo obiettivo far aprire gli occhi ai tanti italiani che per inesperienza, mancanza di nozioni tecniche e per una cattiva informazione che li bombarda li continuano a tenere chiusi o peggio a credere alle favole piuttosto che affrontare verità amare. Ma quali sono le favole e i numeri “farlocchi” che in questi anni di crisi perenne, quotidiana, internazionale ci vengono raccontate? Ad esempio che l’economia come scienza ha fallito perché non è stata capace di prevedere le crisi finanziarie, la finanza speculativa ha preso il sopravvento sull’economia reale, la globalizzazione ha portato più danni che benefici, l’uscita dall’euro e la svalutazione della moneta potrebbe essere una soluzione alla crisi, la politica monetaria può risolvere qualsiasi cosa. E chi più ne ha più ne metta.

APRITE GLI OCCHI SULL’ECONOMIA – Secondo il docente della New York University piuttosto che affidarsi ciecamente ad exit strategy a buon mercato occorre che ognuno di noi analizzi questi temi, spesso banalizzati, senza fermarsi all’apparenza o al senso comune. Sotto la lente d’ingrandimento dell’autore sono sottoposte a verifica logica una serie di favole “che si raccontano a chi ci vuol credere”, che sono “senza sostegno alcuno nei modelli di teoria economica” e non reggono nemmeno alla prova banale del buonsenso. Una per tutte è la favola del fallimento dell’economia come scienza perché incapace di prevedere le crisi finanziarie. Nessuno – scrive Bisin – si sogna di parlare di fallimento di scienze come la geologia o la medicina, per il fatto che i geologi non sono capaci di prevedere con esattezza i terremoti e che i medici propongono diagnosi e terapie diverse di fronte allo stesso caso.

IL LIBERISMO ECONOMICO NON C’ENTRA CON LA CRISI – L’autore smaschera poi la “favola” che racconta che la situazione economica dell’Italia sia il risultato di un certo numero di anni di liberismo economico: “Chiunque abbia guardato un grafico della spesa pubblica in Italia, o del carico fiscale, o dei sussidi alle grandi imprese (pubbliche, fintamente private come Poste o Ferrovie, e private) negli ultimi vent’anni…non può che vedere linee tendenzialmente crescenti”. Non è vero, a detta dell’autore, neanche il presunto danno causato ai paesi più poveri dalla globalizzazione: i numeri secondo Bisin direbbero il contrario – ovvero che proprio grazie alla globalizzazione le disuguaglianze si sono ridotte – e la prova del nove sarebbe costituita dal forte sviluppo di Cina, India e Brasile che ha consentito a una considerevole fetta di popolazione di quei Paesi di uscire dalla povertà. Poi l’autore entra nel vivo e nei capitoli successivi si sofferma sulle favole e i numeri che danno il titolo al libro e che riguardano “mercato e prezzi”, “banche”, “stato e finanza”, “lavoro produttività e welfare”.

ECONOMIA FINANZIARIA VS REALE – Una delle “favole” esaminate è quella che racconta come l’economia finanziaria abbia ormai preso il sopravvento sull’economia reale distruggendo la ricchezza che essa crea. Intanto, sostiene l’economista, la finanza non è un settore socialmente inutile che produce e scambia inutile carta a vantaggio di avidi e grassi banchieri. Che poi il sistema finanziario – con i derivati e gli strumenti “creativi” in genere – sia all’origine della crisi è evidente, ma è altrettanto evidente che un’economia di mercato non può farne a meno. Il problema semmai è come garantire la sua efficienza e come intervenire nel caso in cui esso si ammali come è successo nel 2008 con la crisi dei subprime. La stessa speculazione, spesso vista come l’origine di tutti i mali, in fondo secondo l’autore farebbe solo il suo mestiere: quello di investire in operazioni che portano guadagno e disinvestire dalle operazioni che portano perdite. Un mestiere tutto sommato utile, in quanto contribuisce a fare pulizia, spazzando via dal mercato pericolose inefficienze. Un ragionamento ineccepibile a livello accademico. Se non fosse che il controllo della speculazione è (quasi) sempre tardivo e gli effetti sull’economia mondiale sono sempre devastanti.

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