martedì, 19 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Come pietra paziente di Rahimi al Festival Internazionale di Mezza Estate
Pubblicato il 08-08-2013


festivalmezzaestate

Sarà la “resurrezione” delle donne afghane in un paese come l’Afghanistan dove la violenza tribale degli uomini, armata dall’integralismo religioso, impone loro un totale regime di segregazione, a scandire la serata di domani del Festival Internazionale di Mezza Estate. L’appuntamento è nella Piazzetta Tre Molini di Tagliacozzo in provincia dell’Aquila (ore 21:15) con la pellicola “Come pietra paziente”, dell’afgano “naturalizzato” francese Atiq Rahimi, per la sezione Cinema di una kermesse giunta alla sua XXIX edizione e che ha fatto della commistione tra generi arti dello spettacolo (operetta, danza, teatro e cinema) la sua cifra distintiva. Uno sguardo al plurale, capace di tenere insieme le diverse declinazioni dello spettacolo dal vivo.

UN GRIDO DI LIBERTA’ AL FEMMINILE – Tratto dal suo omonimo romanzo, il film è un potente grido di libertà scagliato contro questa sacca di medioevo, questo buco nero nell’evoluzione della Storia. Un film di parola (lo scrittore Jean-Claude Carrière ne firma la sceneggiatura insieme al regista) e di splendidi “quadri”, tutto chiuso all’interno di una stanza di una casa nei pressi di Kabul: qui una giovane moglie (la straordinaria attrice iraniana Golshifteh Farahani già finita nelle mire del regime iraniano) veglia ed accudisce il vecchio marito, eroe di guerra in coma. Quel corpo pesante, estraneo fino a quel momento nonostante le due maternità, diventa così il muto testimone dello sfogo interiore della protagonista. La syngué sabour, la “pietra paziente” della tradizione, pietra magica di fronte alla quale rivelare segreti, frustrazioni, rabbia finché tutto il dolore che le arriva addosso non la manda in frantumi, per liberarci dal dolore. Davanti a quell’uomo inerme, marito tiranno, indifferente, violento, la giovane moglie si abbandona al suo flusso di coscienza, mentre la guerra fratricida irrompe a tratti sulla scena. Un conflitto sempre presente, per le strade bombardate di Kabul, come presente è nella poetica di Atiq Rahimi che già ha affrontato nel precedente e premiato Terre et cendres, pure questo nato dalle pagine del suo omonimo romanzo.

“CHI NON SA FARE L’AMORE, FA LA GUERRA” – La violenza delle armi penetra nella casa della donna nei panni di un soldato che le “risparmia” lo stupro, soltanto perché lei si professa una prostituta: indegna quindi per un buon musulmano. I bordelli, però, popolano numerosi la città, unico sbocco per le tante donne ripudiate dai mariti. È qui che la protagonista mette al riparo le sue due figlie bambine. Ad accudirle è una zia che poco a poco diventerà per lei una sorta di guida spirituale. “Chi non sa fare l’amore, fa la guerra” le ricorda la matura prostituta rivendicando il diritto delle donne alla sessualità, negata anch’essa, come qualunque altra cosa, dal violento integralismo talebano. Eppure sarà proprio l’arrivo di un giovane soldato che, “costringendo” all’amore la protagonista, le darà l’occasione di aprire finalmente la porta al desiderio, alla sensualità, e alla consapevolezza del suo corpo. Il suo corpo, giovane, esile, bellissimo negato fin qui da una cultura medioevale che ne impone la mortificazione e il nascondimento sotto il burqa, diventa fonte di liberazione e, a sua volta, di “potere” nei confronti del giovane amante.

RIPARTIRE DALLE DONNE – Una liberazione detta, parlata la cui forza è negli sguardi della donna, nei suoi gesti. In quelle mani che a tratti accarezzano, forse per la prima volta, il corpo del marito tiranno. Che accudiscono e disprezzano allo stesso tempo. Parola dopo parola il racconto si dipana lasciando immaginare con chiarezza una Kabul distrutta che, per stessa ammissione del regista, vuole riportarci alla Germania dell’anno zero di Rossellini. E’ dalle donne che occorre ripartire, dalla loro modernità.

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