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Opinioni e commenti
 

Femminicidio, “Io non ci sto”: l’associazione contro la violenza sulle donne
Pubblicato il 06-08-2013


Io non ci sto Lodovica Rogati

Tanti volti di donne picchiate, violentate, torturate, uccise. Che scorrono all’inizio e alla fine di un video. Un video di denuncia per dire “basta” al femminicidio. E un’associazione di volontariato per urlare “Io non ci sto”. L’attrice Lodovica Mairè Rogati ha prestato il suo volto al video e fondato l’associazione (http://www.iononcisto.info). Avanti! ha intervistato la stessa Rogati, mentre è di pochi giorni fa l’ennesimo efferato episodio di omicidio di una donna per mano del suo ex compagno.

Rogati, da dove origina l’idea di fondare l’associazione “Io non ci sto”?

Nasce dalla mia vicenda personale. Un’esperienza molto dolorosa, fonte di profonda sofferenza, di cui però preferisco non parlare. In un secondo momento ho deciso di fondare “Io non ci sto”.

Qual è il messaggio che l’associazione intende veicolare?

Il messaggio non è rivolto solo a donne che hanno subìto violenza dagli uomini, ma è a favore di tutte quelle persone che sono state, e continuano a essere vittime di soprusi. Si tratta di un’associazione di volontariato, a scopo di utilità sociale.

Lo slogan che ha scelto è “Io non ci sto”.

Non ci sto a questa magistratura che non funziona, non ci sto al fatto che i carnefici delle violenze siano a piede libero. Non ci sto all’indulto. Non credo al recupero di queste persone. Secondo me esiste solo il carcere. Se i familiari intendono perdonare sono liberi di farlo, ma i carnefici devono restare in galera.

Qual è l’attività primaria dell’associazione?

Essendo nata da poco le attività sono ancora poche. Ogni giorno vengo contattata da centinaia di donne vittime di violenze e aggressioni. E che continuano a sottostare a soprusi tra le mura domestiche, senza avere la forza, né il coraggio di denunciare i loro carnefici. Sono donne che chiedono non solo un aiuto economico, ma anche e soprattutto morale che l’associazione offre. Sono donne con figli, ma senza la disponibilità economica per sostenere spese legali o per trovare una nuova sistemazione. Alcune volte sono i familiari delle vittime di violenze che mi scrivono per ringraziarmi perché cerco di dare voce a questa piaga.

Il flusso di contatti è costante o no?

Ho notato un incremento di richieste di supporto nel momento in cui si consuma l’ennesimo femminicidio. Per esempio, in seguito alla morte della donna nelle campagne tra Gela e Niscemi, uccisa da un uomo, ho ricevuto tantissime mail. È come se il fatto di cronaca nera spronasse le donne, che si fanno coraggio e provano a fare qualcosa.

Rogati, qual è la tipologia di donne che la contattano?

Sono donne adulte – madri e mogli – che mi scrivono da tutta Italia e da tutti i ceti sociali. Ho notato che al Sud vi è una tendenza a nascondere, a non dire. E soprattutto a perdonare.

In alcuni casi, c’è il problema della credibilità della donna che trova il coraggio di denunciare le violenze.

Accade spesso che la donna non venga creduta. L’azione di denuncia viene dunque inibita non per paura, ma anche perché in molte circostanze non vengono ascoltate.

Spesso il gesto dei responsabili delle violenze viene giustificato con il cosiddetto “raptus” di follia.

Sì. Ma secondo me è una presunta pazzia, non si tratta di “raptus”. E poi la fantomatica buona condotta in carcere. Sono tutte assurdità. Gli autori non sono pazzi, non perdono il controllo solo in quel momento. Non cambiano con qualche anno di reclusione.

Una seconda occasione per loro?

No, sarò drastica, ma per me non meritano una seconda occasione. Come le donne rimaste uccise che mai avranno un’altra opportunità di vita.

Silvia Sequi

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Commenti all'articolo
  1. Lodovica grazie dal profondo del nostro cuore per quello che fai per tutte noi !! Non abbandonarci mai !! Sei bellissima fuori , ma lo sei ancora di più dentro la tua anima !! Grazie ancora e … IO NON CI STO !! :)

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